Gli happy hour in salsa capitolina fondono aperitivo, cena e dopo cena
Farsi notare per più di una settimana, a Roma, è praticamente impossibile. La capitale metabolizza le mode alla velocità del fulmine, affonda le novità con l’indifferenza di una città che le ha già viste tutte. All’inizio t’osanna, poi t’ignora e infine, inesorabilmente, ti sbeffeggia nel languore delle tiepide ottobrate capitoline, dietro ogni angolo tra via Veneto e il Pantheon. Anche nella capitale, però, c’è adesso una moda che resiste, una tendenza che diventa abitudine: quella dell’aperitivo. Stuzzichini, antipastini, sfizi golosi, sushi, sashimi, finger-food fanno breccia nel muro eretto su secoli di amatriciane e carbonare. Locali, osterie, ristoranti, wine-bar, alberghi a cinque stelle celebrano l’era dell’aperitivo, anzi, dell'"aperi-cena", come è stato ribattezzato il rito che Roma, indisciplinata, prolunga fino alla mezzanotte. Le due ore canoniche dell’aperitivo milanese vanno strette ai romani.
Il tempo di entrare in centro, la ricerca di un impossibile parcheggio, uno shopping veloce, ed è subito sera. E fu così che, nella caput mundi, l’aperitivo si dilatò: tapas e tartine senza soluzione di continuità con primo, secondo, contorno, dolce, caffé e ammazzacaffé. "Dinner-aperitif", lo chiamano gli snob che hanno eletto il Red, bar-ristorante dell’Auditorium di Renzo Piano, a tempio dell’aperitivo fighetto. Un happening mondano con selezione all’ingresso come per una serata in discoteca, un rito officiato la domenica sera con contorno di dj-set, di ritmi lounge e sonorità chill-out, di rampanti del Flaminio e dei Parioli in cui si intrufolano gli afecionados dei concerti del Parco della Musica o delle proiezioni del Festival del Cinema. Non il palato, bensì le pupille, cullate da luci aranciate tra tavolini di design e poltrone sospese di vimini, sono soddisfatte: al Red si va soprattutto per vedere e farsi vedere.
In pieno centro storico, in via del Babuino, dove il cielo di Roma si arrotonda attorno all’obelisco di piazza del Popolo, l’aperitivo in giacca e cravatta all’Hotel de Russie un tono aristocratico, da “marguttari” (i pittori impegnati di via Margutta). Dallo Stravinskij, il bar-caffé dell’albergo, arrivano snack di soave rusticità come ricotta al forno con semi di papavero o bigné gonfi di mousse di baccalà. Fino ad autunno inoltrato – miracoli delle lievi ottobrate romane! – l’aperitivo si recita nella scenografia del giardino interno, un eden segreto tra palme, roseti e alberi di tasso che sembra precipitato giù, intatto, dai pendii di Villa Borghese e del Pincio.
Allungata in una traversa tra via di Ripetta e il Corso, accanto all’Ara Pacis inserita nella candida scatola di Richard Meier, l’Osteria di Gusto sfoggia un décor geometrico-minimal, con banchi in marmo, soppalchi, scale, lampade stilizzate, tavoli stretti, finestroni. Giornalisti e studenti della vicina Accademia di Belle Arti degustano vini al bicchiere e addentano stuzzichini ispirati ai sapori della tradizione capitolina: tra i “cicchetti”, accanto al salame di polpo e ai pomodorini ripieni di riso, compaiono deliziosi involtini di trippa.
A ridosso di piazza Navona, del Senato (Palazzo Madama) e dei Caravaggio della chiesa di San Luigi dei Francesi, il Riccioli Café è l’ennesimo indirizzo à la page per l’aperi-cena. Aperto dal cappuccino al tè, dal lunch al lounge e dalla mattina alla notte, è una sorta di bistrot hi-tech all’italiana con veranda su piazza delle Coppelle, specializzato in crudité di pesce e crostacei e ricercati antipastini vegetariani da accompagnare con un Oyster Martini in cui, al posto dell’oliva di prammatica, annega una carnosa ostrica di Bretagna.
Ma per i giovani leoni capitolini il massimo del cool all’ombra del cupolone resta Salotto 42: un loft newyorkese catapultato tra piazza Capranica, Montecitorio e il Pantheon, di fronte al colonnato del tempio di Adriano, un book-bar con poltrone e divani anni ’50, arredi vintage, broccati, lampadari di Murano e pareti stipate di cd o di libri d’arte, di fotografia e di design. Un posto eclettico, che la mattina è un caffè e all’ora dell’aperitivo la versione trendy della vecchia hostaria, dove ti siedi e ti ritrovi a dissertare – con un mojito allo zenzero in una mano e un bicchierino di gazpacho nell’altra – dell’ultimo film di Woody Allen o delle modifiche alla legge elettorale.
A Roma, il successo dell’aperitivo stimola la partecipazione statale, solletica il coinvolgimento istituzionale, risveglia le sopite amministrazioni locali. Palatium, enoteca regionale a gestione pubblica, ha la sua postazione strategica in via Frattina, nel cuore dello shopping d’alto bordo. Tra pranzo e cena ecco l’aperitivo della tradizione, basato su oltre mille prodotti regionali (olive, sottoli, formaggi, dalle marzoline al pecorino di Picinisco, salumi, dalle mortadelline di Amatrice al piccante scherzerino di Itri), accompagnati dai migliori vini laziali.
Alle spalle di Palazzo Valentini, affacciata sulla Colonna di Traiano e su uno spicchio sghembo di piazza Venezia, si nasconde l’Enoteca Provinciale, creata dalla Provincia e dall’Arsial, l’ente preposto allo sviluppo dell’agricoltura, con l’intento di promuovere le tipicità enogastronomiche del territorio: un altro indirizzo ufficiale per un aperitivo basato sui sapori romani e ispirato all’eco-filosofia del “chilometro zero”. A Trastevere, quartiere giovane, modaiolo e tiratardi per eccellenza, l’apericena è ormai abitudine. Con il suo strabordante buffet che diventa un vero e proprio dinner, Freni e Frizioni, installatosi in un’ex autofficina, si affianca alla Mescita, spazio dell’enoteca Ferrara nato per accaparrarsi una fetta del popolo dell’aperitivo nella Roma popolare, tra le lenzuola stese ad asciugare, i portoni scrostati delle ultime botteghe artigiane e i graffiti dei writers che sfregiano una delle zone più belle di Roma. Il must è starsene fuori su piazza Trilussa, chiacchierando e spizzicando tabulé e cuscus di pesce, ostriche e pepata di cozze, fritti all’italiana e quiche di verdure
adry&mary, 16/1/2011 22:07
Berta Filava, 13/1/2011 11:58