Le Isole Svalbard

Il paradiso versione "frozen", refrigerio virtuale con Patrizio al Polo Nord

 

Quando Syusy ha saputo che la parola Svalbard in norvegese significa “Costa fredda” non ne ha voluto sapere di accompagnarmi in viaggio su queste Isole, che effettivamente stanno nel bel mezzo del Mar Glaciale Artico, a circa 80° di latitudine nord (guardare un mappamondo per credere: le Svalbard le trovate vicinissime al perno superiore attorno al quale gira la palla del mondo…). A me l’idea di un viaggio al Polo Nord piaceva da sempre, da quando avevo letto le avventure degli esploratori, di Nobile e di Amundsen (notevole la biografia di quest’ultimo scritta dai Quilici). Ma non ci sarei mai andato, se non mi avesse invitato il mio amico Antonio Baldisserotto, lo stesso che mi aveva trascinato a suo tempo a fare la Maratona di New York. Antonio infatti organizza dei viaggi per turisti-podisti, che vanno a fare maratone in giro per il Mondo, e qualche anno fa ha appunto organizzato, con Terramia, una maratona, a tappe, anche alle Svarbard! L’idea era abbastanza assurda per essere affascinante, e comunque ogni pretesto è buono per vedere dei posti nuovi. E che posti! Le Svalbard – per quanto mi riguarda – fanno parte del famoso e naturalmente velleitario “pacchetto Zoe”, cioè fanno parte di quel gruppo di viaggi che vorrei tanto rifare, prima di diventare del tutto vecchio, con mia figlia (assieme allo Yemen, al Mustang, alle Galapagos e a pochi altri).

TRA APRILE E MAGGIO

Un viaggio che merita. Un viaggio più accessibile di tanti altri. Ma un viaggio che va pianificato in anticipo, per questo val la pena parlarne fin da ora, perché bisogna cominciare a decidere di andare alle Svalbard qualche mese prima… Chi le ha viste d’estate dice che sono belle e interessanti, ma io invece (qualche anno fa) le ho viste nel periodo credo più speciale che ci sia: a cavallo fra aprile e maggio, quando il freddo mantiene ancora il paesaggio perfettamente ghiacciato ma la luce è già alta e dura quasi 24 ore al giorno. Un momento magico. Quando siamo arrivati (io, il mio amico Orso Schiavina e Paolino il cameraman-regista, assieme al gruppo di podisti) all’aeroporto di Longyearbyen erano le 2 del mattino, ma c’era luce come se fosse l’alba, e c’erano venti gradi sottozero, ma Stefano Poli era in maniche di camicia (anche se. Effettivamente, la camicia era di flanella). Io avevo un gran raffreddore, e anche un po’ di febbre. Stefano (un milanese innamorato del Polo, trasferitosi alle Svalbard e diventato negli anni la guida più esperta di tutti, norvegesi compresi) mi dice: “Respira forte: vedrai che il freddo uccide i bacilli, se prima non uccide te…” In effetti io sono sopravvissuto, e tutti i malanni mi sono passati all’improvviso. In compenso, a respirare forte, mi si è creata una crosta di ghiaccio tra naso e mento, attaccata alla barba e ai baffi.

ORSO BIANCO

E intanto che in aeroporto aspettavamo i bagagli abbiamo notato una gigantografia che fotografava un gruppo di orsi bianchi che sbranavano una figura sanguinolenta non ben identificata: la scritta avvertiva che girare disarmati per l’Isola di Spisbergen era proibito, pena una multa. I turisti dovevano sempre essere accompagnati da una guida (armata), e mai in gruppi più numerosi di 4, per essere sicuri di non perdersi di vista. Prima dell’aeroporto le Svalbard erano raggiungibili sono alcuni mesi all’anno, in nave. E infatti - dopo essere state scoperte dall’Olandese Barents nel 1596 - furono frequentate nel ‘700 solo da balenieri e nell’800 da cacciatori di foche e di orsi (che dal 1972 sono protetti e sono circa 4.000, su 2.000 abitanti). Nel ‘900 poi le isole diventarono fondamentalmente meta di minatori

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