Buenos Aires, la "capitale" del Sudamerica che vi entrerà nel corazòn
«Tu che ne sai di Buenos Aires?», chiede il vecchio zio d’America al nipote Pepe Carvalho, famoso detective uscito dalla penna dello scrittore Manuel Vasquez Montalban. «Tango, desaparecidos e Maradona», risponde secco Pepe. Tre parole che hanno attraversato la storia dell’Argentina e che sono rimaste nelle testa di tutti, non solo in quella dello zio di Pepe. Noi italiani dovremmo aggiungere un’altra: migrazione. Gli italiani furono i primi a sbarcare in modo massiccio in Argentina. Nel 1887 costituivano il 60 per cento dell’immigrazione totale per poi ridursi percentualmente con l’aumentare degli arrivi dalla Spagna. Oggi nel sangue di molti dei tre milioni di abitanti Buenos Aires, scorre sangue italiano anche se la memoria tende ad appannarsi, a essere sempre meno chiara.
Per tornare alle tre parole di Pepe Carvalho, restiamo al tango che qui significa festa (dei desaparecidos e di Maradona parleremo dopo). E una grande festa è stata fatta da poco in Argentina. A maggio è stato celebrato in pompa magna il bicentenario dell’indipendenza dalla Spagna. Sono passati due secoli da quel 25 maggio del 1810 quando i cittadini di Buenos Aires, con Manuel Belgrano in testa, diedero vita al governo indipendente. Una data storica che è stata festeggiata con quattro giorni di spettacoli e tango. La capitale era diventata un’immensa sala da ballo, con musica in tutte le piazze e nelle milongas, i locali del tango. Quattro giorni di allegria. Peccato solo che i politici ci abbiano messo del loro per rovinare i festeggiamenti. Gli esponenti dello schieramento di governo e quelli dell’opposizione hanno scelto di festeggiare divisi, in piazze diverse, in serate di gala distinte, in chiese lontane. Dovevano essere giorni di fratellanza e invece è andato in onda il solito show sulle liti dei politici che gli argentini vedono tutte le sere alla televisione. La presidente Cristina Fernandez de Kirchner è in rotta di collisione con l’opposizione e non ha nessuna intenzione di arrivare al confronto sui grandi temi che affliggono l’Argentina uscita a fatica dalla grande crisi del 2001. «Que se vayan todos », che se ne vadano tutti, è stato il grido d’accusa lanciato da gran parte dall’opinione pubblica. Le scadenze della storia, anziché unire, dividono e lacerano. Mettono a nudo i problemi di oggi. Li esasperano portandoli alle estreme conseguenze. Forse duecento anni non bastano per unire.
I grandi alberi dei parchi del quartiere Palermo hanno sagome possenti, sono quasi monumenti naturali, anch’essi tracce di storia passata, la cui ombra si allunga sotto i primi raggi di sole di una mattina di primavera. Questi spazi fanno parte della memoria collettiva della città. Un tempo furono proprietà del dittatore Juan Manuel de Rosas, oggi sono diventati pubblici. A Buenos Aires è sempre così: il passato rivive prepotentemente nel presente, non si lascia addomesticare dall’oggi. Così ora i prati verdi che furono calpestati dell’ex dittatore sono tagliati dalla vasta avenida Libertador, dove sfrecciano veloci le auto, quasi sospinte dal giorno che sta nascendo. Dal 1976 al 1983 le forze armate detennero il potere per mezzo di una giunta autoincaricatasi del cosiddetto “processo di Riorganizzazione Nazionale”. Il regime represse l’opposizione con metodi illegali dando inizio a quella che sarebbe passata alla storia come la Guerra Sporca. Migliaia di dissidenti furono fatti scomparire, appunto divennero desaparecidos. Per chiedere giustizia, per anni, le madri e le donne degli scomparsi si sono radunate in plaza di Mayo.
Il sole bagna le facciate delle case del quartiere e le trecce bionde di Eva, simili a quelle di una bambina. Studentessa, tutte le mattine è qui ad accompagnare una dozzina di cani che scorrazzano nel Parque 3 de Febrero
Matusca, 20/1/2011 08:53
ffede, 10/1/2011 12:49