Zanzibar, dove il sole infuocato illumina il paradiso

Terra in cui i tramonti infuocati illumano un paradiso terrestre dove il mondo sembra essersi fermato

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  • di iresov
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Jambo Jambo è l’allegra canzone che fa da colonna sonora a questa splendida isola soprannominata “Porta d’Africa” o isola delle spezie. Zanzibar è infatti un luogo incantatore, poco più a sud dell’Equatore, che affonda le radici nella millenaria storia africana, ma è anche un paese cosmopolita per la mescolanza di etnie portate nei secoli da navigatori provenienti da tutto l’Oceano Indiano. La cultura araba, persiana, indiana ed europea si fondono creando un mix straordinario in una terra dove, nonostante tutto, il tempo sembra essersi fermato.

Siamo nel cuore dell’Africa nera dove le palme altissime e la vegetazione lussureggiante fanno da sfondo all’unica strada asfaltata che da Stone Town ci porta alla splendida spiaggia di Kiwengwa caratterizzata da un’immensa distesa di sabbia bianchissima, dal colore turchino dell’acqua che si fa di un blu intenso laddove le onde si infrangono sulla barriera corallina.

E’ un posto fortemente condizionato dalle maree che invitano a fermarsi ad ammirare la bellezza di un mare che cambia ritmicamente aspetto nelle diverse ore del giorno, rendendo questa regione unica e profondamente suggestiva.

Dopo qualche giorno di meritato relax nel meraviglioso resort, ci avventuriamo alla scoperta di Stone Town, o città della pietra, capitale dell’isola. La raggiungiamo dopo circa quaranta minuti di tragitto in bus e il nostro sguardo si perde attraverso il finestrino impolverato ammirando il mutare del paesaggio caratterizzato inizialmente da qualche capanna di fango qua e là, interrotta da strutture adibite a scuole, fino ad arrivare ad un fitto reticolato di palazzi grigi e degradati che ci fan capire di essere arrivati in città.

Un formicolio di persone riempiono le strade. C’è chi cerca di vendere qualche souvenir, chi è fermo ad aspettare un bus che chissà quando arriverà, chi si gusta una fresca coca cola ad un localino tipico. Anche le auto non mancano e suonare il clacson sembra essere una gioia.

Scendiamo e ci incamminiamo verso il porto per prendere la barca che ci porta a Prison Island, così abbiamo modo di “toccare con mano” la vitalità di questa ridente cittadina dalle molteplici attrattive che vanno dagli aspetti storici e architettonici come le case arabe, i portali intarsiati, le moschee, i frequentatissimi mercati di frutta dei vicoli della città, sino a quelle umane caratterizzate da bambini con grandi occhioni dolci che vengono a porgerti un fiore profumato in cambio di qualche soldo, a gruppi di ragazze arabe coperte dal classico velo, nonostante i 35 gradi, che scrutano fuggitive il turista, abbassando immediatamente lo sguardo intimidite. Lungo il tragitto la guida, con fierezza, ci indica la casa natale di Freddie Mercury e anche questa, per noi, è una bella sorpresa.

Saliamo sul caratteristico dhow capitanato da un allegro beach boy e salpiamo alla volta di Prison Island, isola tragicamente conosciuta come una piccola Alcatraz in cui affluivano tutti gli schiavi neri destinati al mercato arabo. L’acqua cristallina fa pensare a tutt’altro che ad un luogo di morte e torture, ma nonostante l’ex prigione sia oggi adibita a bar e a ristorante, fa rabbrividire vedere ancora i ganci nelle celle dove venivano incatenati uomini e dove venivano loro inflitte le peggiori barbarie. I più deboli morivano, i più forti, ahimè, erano pronti ad intraprendere la via della schiavitù.

Poco più in là, il sorriso fa nuovamente capolino sui nostri volti alla vista di una delle più grandi riserve naturali di tartarughe terrestri dalle dimensioni davvero giganti. Le più veterane, di 180 e 175 anni, provengono dalle Seychelles e furono date in dono al sultano di Zanzibar. Oggi si contano più di centocinquanta esemplari

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