Tour in Vietnam

Viaggio tra la velocità dei motorini e la lentezza del Mekong

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  • di BIBI1970
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Sembra di stare in un cartone animato giapponese, quando arrivi nel Vietnam, quei cartoni anni ’80 che ora non ci sono più, quelli in cui i personaggi, che fossero pescatori, viandanti o campionesse della pallavolo, avevano tutti i ciuffi sulla fronte, i denti bianchissimi, gli occhioni che ridono.

C’è un rumore infernale ad Hanoi, la pioggia non è pioggia, sono scrosci d’acqua come cataratte e milioni di motorini che sembrano potersi trasformare in barche a vela da un momento all’altro, perché non si fermano durante il diluvio, continuano a correre veloci con a bordo esserini magri magri e saltellanti.

A volte la pioggia è lontana, ma tu puoi vederla lo stesso in quel cielo in continua trasformazione, che ti ipnotizza e non ti riesce di distogliere lo sguardo, perché è pieno di promesse di pioggia e un attimo dopo di promesse di sole, perché il cielo ha una voce, laggiù.

L’attraversamento di una strada a piedi è la prima cosa da imparare, in Vietnam, perché da quello dipende la sopravvivenza della specie umana occidentale; e ci provano tutti ad insegnarti come si fa, prima ridacchiano tra loro a gruppetti, poi, quando stai lì sul marciapiede in attesa di poter attraversare, si organizzano in tifoserie e ti incitano, fanno scommesse, fanno scongiuri, finché, quando avevi ormai deciso di rinunciare, un’anima bella ti prende sottobraccio.

E si butta.

Perché l’unico modo per attraversare la strada a piedi, ad Hanoi e in qualunque grande città del Vietnam, è gettarsi ad occhi chiusi, stoica e senza paura.

Fingere indifferenza assoluta, mettere i piedi sull’asfalto e via, andare!

Come per magia, i motorini ti staranno intorno, davanti, di fianco, sopra, sotto, ti sfioreranno, ti schiveranno, cercheranno di entrarti dentro; ma in una mezz’oretta ti renderai conto che, contrariamente ad ogni aspettativa, sei dall’altra parte della strada, non hai ecchimosi, non sanguini neppure un po’, e ti sentirai come se avessi vinto un’Olimpiade o sconfitto una malattia mortale.

E’ chiaro che a quel punto ti renderai conto di avere dimenticato lo zaino dall’altra parte della strada, ma questo può essere il tema di un altro racconto.

La bellezza dell’Oriente, in quei luoghi deve fare i conti con una storia ancora troppo recente sulla quale continuano a fare film, con il napalm che ha generato migliaia di bambini senza gambe, o con 2 teste, o con un corpo martoriato e un’anima che non può esprimersi; con un’invasione americana che ha lasciato paura, morte, distruzione e che ha tolto le parole. E’ quella, l’unica cosa di cui vorresti parlare con le donne che hanno gli occhi che ridono, perché è quello, ciò che conosci del Vietnam. Vuoi che ti parlino dello straniero che ha tolto loro la terra, la speranza, la libertà,i figli, i mariti, spesso la dignità, restituendo brandelli di miseria. Ma loro hanno perdonato; tu non potresti mai, ma loro in qualche modo l’hanno fatto.

Ricordano in musei, in ricostruzioni di minuscole celle buie, in fotografie di ciò che era, ma non riesci mai a percepire nella loro voce l’odio, soltanto un dolore silenzioso, una piccola ombra che attraversa quegli occhi nerissimi che hanno scelto di dimenticare e di proseguire a vedere i fiori sbocciare e il riso crescere.

Sono le risaie, infatti, i quadri più belli del Vietnam: distese immense di verde acceso che sembra volerti accecare, punteggiato di coni di paglia, i cappelli, sotto i quali stanno in ginocchio gli omini e le donnine che ti ricordano i pupazzetti della Playmobil.

E’ dai finestrini dei bus che riesci a vederla, quella terra benedetta e maledetta, con i campi arati con i buoi, come non hai mai visto fare neppure da piccola, con il sole che si riflette nell’acqua di quei prati immensi e ovunque punteggiati di mucche bianche, che sembrano essere state messe lì da un pittore e non da un contadino

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