La mia crazy vacanza in Vietnam

Istantanee di un viaggio solitario in Vietnam

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  • di Ricardo Kaka'
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

E’ mezzogiorno.

Sto sorseggiando quello che probabilmente sarà l’ultimo caffè vietnamita di questa vacanza, al riparo in un bar di Hanoi mentre fuori diluvia. Trovo singolare che il mio viaggio termini così come era iniziato, ovvero con la stessa pioggia torrenziale che mi aveva accolto 23 giorni fa al mio arrivo a Bangkok. Quella sera fui costretto a rimanere in albergo per un’ora abbondante prima che spiovesse e lo ritenni un cattivo presagio, sapendo che la nostra estate non è certo la stagione migliore per trascorrere una vacanza in Vietnam dato che in alcune zone può piovere per giorni interi e c’è persino il rischio di trovare qualche tifone.

Ma da quando, anni fa, ho cominciato ad accarezzare l’idea di venire in questo paese, ho sempre letto resoconti di viaggiatori entusiasti anche sulle condizioni climatiche: ho così deciso anch’io di correre il rischio e ora, a conti fatti, non me ne sono certo pentito perché in 23 giorni ha piovuto solo qualche sera a Saigon e mai di giorno, tranne appunto oggi qui ad Hanoi.

Avevo intenzione di girovagare oziosamente per la città trovando persino il tempo di infilarmi in qualche museo, ma la pioggia mi sta sconvolgendo i piani e allora ne approfitto per riordinare un po’ le idee su questo viaggio che ormai volge al termine visto che domattina ho l’aereo per Bangkok e poi farò rientro in Italia.

Osservo il traffico incessante ed incurante della pioggia e mi sorprendo ad apprezzare il rombo dei tuoni e il rumore dell’acqua che cade impetuosa a coprire il frastuono infernale dei motorini, delle auto e soprattutto dei clacson premuti senza sosta. Un fenomeno tipicamente vietnamita dagli effetti difficilmente comprensibili per chi non lo provi personalmente: un frastuono continuo che ti entra nel cervello e non ti dà tregua, così come la puzza di smog e il caldo appiccicoso che soprattutto ad Hanoi e Saigon a fine giornata lasciano il segno sulla pelle e sui vestiti.

Non sono riuscito a comprendere perché in Vietnam chiunque si trovi su un mezzo di locomozione usi perennemente il clacson: a parte la necessità dei guidatori di bus per attirare nuovi passeggeri per la strada e quella di chi segnala la propria presenza per evitare collisioni su strade sempre caotiche dall’alba al tramonto, la maggior parte delle volte l’uso degli strumenti sonori è infatti del tutto gratuito e pare davvero una sorta di competizione su chi produce più rumore.

Questa bizzarra abitudine si somma poi a uno stile di guida che non ho riscontrato in nessun’altra parte del mondo, nemmeno nelle trafficatissime strade turche o indonesiane: in Vietnam il pedone non conta nulla e viene bellamente ignorato, anche quando si trova sulle strisce pedonali o attraversa la strada con il verde. Nessuno rallenta, né si ferma per farlo passare: viene semplicemente scansato da decine di auto e rombanti motorini con manovre più o meno azzardate, nonchè ovviamente subissato a colpi di clacson soprattutto nel caso dia segni di insicurezza nel suo incedere verso il marciapiede opposto.

In questo paese il codice della strada sembra un libro di favole per bambini a cui non si dà il minimo credito: percorrere o invadere la carreggiata nel senso opposto di marcia è ad esempio una pratica diffusa ed accettata da tutti, con conseguente aumento esponenziale dei rischi di sopravvivenza dei pedoni disattenti o non avvezzi al traffico vietnamita.

Un traffico che produce ovviamente un altissimo grado di inquinamento acustico e soprattutto ambientale, tanto che soprattutto le donne indossano mascherine protettive che ormai fanno parte integrante dell’abbigliamento e che vengono vendute con colori sgargianti e alla moda

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