La sottile linea rossa tra l'Asia vera e lo zio Ho

A prima vista arrivare in Vietnam parrebbe non richiedere uno sforzo titanico: undici ore di volo fino a Bangkok, in Thailandia, poi un’altra oretta di aereo e si sbarca ad Hanoi, la capitale del paese. Questo secondo il copione stabilito ...

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  • di Massimiliano Baravelli 1
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

A prima vista arrivare in Vietnam parrebbe non richiedere uno sforzo titanico: undici ore di volo fino a Bangkok, in Thailandia, poi un’altra oretta di aereo e si sbarca ad Hanoi, la capitale del paese. Questo secondo il copione stabilito dall’agenzia viaggi, un copione che però nulla poteva contro l’efficacia spietata di uno sciopero assassino e la forza bruta delle tempeste di neve che hanno fustigato l’Italia a fine febbraio. Neve e scioperi che hanno prolungato l’attesa oltre ogni logica, costringendoci a rimandare il nostro arrivo nel sud est asiatico di circa 30 ore. L’aeroporto di Hanoi, dove dalle divise che vi accolgono per il controllo dei visti non otterrete uno straccio di sorriso, offre uno spettacolo severo, spartano, per certi versi desolante. All’esterno ci attende una notte scura, avvolta in una cappa di umidità e nebbia. Per arrivare davvero in città però mancano ancora trenta minuti, almeno se andate in taxi. Una volta in centro, la notte smette imme-diatamente di essere scura: Hanoi infatti è una città che non dorme, che brulica di luci e di vita, dove i motorini, e soprattutto i clacson dei motorini, non smettono mai, mai, mai, di sbraitare, prepotenti e fastidiosi. Non abbiamo un albergo prenotato dall’Italia, visto che secondo i piani dovevamo arrivare di mattina e credevamo di poter cercare una sistemazione con calma. Ma in Vietnam nessuno resta in mezzo alla strada: ci pensa il tassista, che al secondo tentativo trova il posto per noi, l’hotel Hoi Linh. Niente di speciale, anzi un po’ decadente, ma la camera è pulita, il bagno pure, la colazione commestibile: il tutto per 15 dollari in due. La prima sera ad Hanoi finisce in fretta: una doccia e a letto, anche se il fuso orario, sei ore avanti, sballa le sensazioni e il ronzio dei motorini rende impossi-bile prendere sonno rapidamente. Il mattino dopo Hanoi ci svela il suo volto: è nuvoloso e umido, e così resterà per tre giorni. Non potrebbe essere altrimenti, visto che questa città non sa più, letteralmente, dove mettere l’acqua di cui dispone. Ci sono pozze, laghetti e laghi enormi ovunque, che in certi momenti pare d’essere al mare e invece la costa dista quasi 200 chilometri. Il jet-lag ci ha giocato un brutto tiro e ci siamo svegliati tardissimo, cioè alle 10: per le abitudini locali, scopriamo subito, è un peccato capitale. Corriamo lo stesso, senza neanche fare colazione, al mauso-leo di Ho Chi Minh, ma chiude alle 11, e non riusciamo ad entrare. Il nostro primo giorno ad Hanoi comincia male, ma non è un problema. Nei pressi del mausoleo siamo assaliti da orde di ragazzi che vogliono portarci a visitare la città. A caso scegliamo di affidarci a Banj, e al suo cyclò: lui pedala, noi stiamo seduti e ci facciamo scarrozzare in giro. Per circa sei ore ci porta a vedere tutto quello merita: il museo della guerra, le pagode più interessanti (ne approfitta per pregare un po’), e poi palazzi, prigioni, altri musei, pure i rottami di un B52 americano abbattuto che affiora da un lago, ed infine lo spettacolo delle marionette sull’acqua. Carino, insolito, solo un po’ troppo lungo. Banj, mentre pedala, racconta che sua madre è rimasta uccisa, nel 1971, quando lui aveva tre mesi, sotto i bombardamenti americani. Verso le cinque ci riporta in albergo, e impariamo una lezione nuova: in Vietnam, anche se si pattuisce una cifra per un servizio, poi quasi sempre ci sarà da discutere. Ci eravamo accordati subito, 15 dollari per tutto il giorno, ma una volta finito il giro ne voleva 50. Non li ha avuti, e ci siamo sistemati con 25, ma questo alzare la voce, questo insistere, questo spudorato mancare alla parola data mi aveva fatto innervosire. Poi ci ho ripensato, ho ripensato alla sua maglietta bucherellata, al suo cyclò sgangherato, al suo inglese appena accennato, ai gesti che ha fatto quando ci ha spiegato come sua madre era morta. Ho ripensato che anche Banj, come me, è nato nel 1971, ma di sicuro ne ha vista qualcuna in più. E ora penso che non avrei dovuto innervosirmi, che quei 10 dollari in più per lui fanno le differenza, mentre per noi non significano nulla. E ora ti penso con un sorriso, Banj.

La sera, cena al ristorante Cyclò Bar: talmente buona, per 12 dollari, che decidiamo che torneremo a mangiare lì

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