Good morning Vietnam

E il pensiero va subito alla Guerra e a come Hollywood l’ha raccontata. Anche Patrizio è partito da qui. Poi ha scoperto quanto il Paese sia progredito. E come abbia fatto i conti con il suo turbolento passato

 

Per me, che nel ‘68 avevo 14 anni, il Vietnam è la lotta all’imperialismo, è Ho Chi Minh, sono i Vietcong, i pacifisti americani, Peace&Love. E di conseguenza Apocalypse Now, il Delta del Mekong. Quando poi ci sono stato, ho scoperto che il Vietnam è anche di più: la coltura e la Cultura del riso, una civiltà antichissima che ha dato dei punti (e del filo da torcere, assieme a tanti stimoli) alla grande Civiltà Cinese, una cucina raffinatissima, un popolo incredibilmente attivo e dal carattere collettivo fortissimo, un Paese in via di rapidissimo sviluppo. Non mi aspettavo un giro naturalistico - anche se in effetti la Baia di Ha Long, con le sue grotte e le mille isolette del Golfo del Tonchino piene di giunche rappresentano un posto unico al mondo. Io personalmente ho trovato un clima atmosferico poco attraente (tipo Rovigo o Mantova d’autunno...) ma in compenso il “clima culturale” è affascinante!!!

IL DELTA DEL MEKONG

Il Mekong è uno dei grandi fiumi del mondo, l’acqua che scorre in Vietnam arriva dal Tibet e attraversa tutta la Cina, Laos, Tahilandia, Cambogia e... Si vede. Non solo perché è marrone e limacciosa, ma perché si porta dietro tonnellate di storia e di storie. Avete presente il delta del Po? Moltiplicate per dieci, o forse per cento. Il Delta del Mekong è una regione, regolata dal fiume, con una sua fisionomia e una sua economia. Il Fiume lo chiamano appunto (come annotano le Guide) il Gatto a nove code perché, in realtà, verso la foce si divide in nove rami. E sui vari fiumi case, casette, aziende agricole, tempietti. E soprattutto, barche: tante barche con i caratteristici fuoribordo dal piede lunghissimo. Anche i mercati si svolgono sulle barche, e ogni “negoziante” sulla propria giunca a motore ha la sua casa, la sua bottega e il suo magazzino. Tutto semovente, tutto galleggiante, tutto nomade, precario eppure immutabile, ottimamente adattato all’ambiente, e quindi si ha l’idea di “solidità” nel contesto più liquido che ci sia. Anche noi siamo arrivati in barca, partendo da Cai Be, e abbiamo mangiato in un agriturismo ricavato nella villa di un vecchio mandarino che la rivoluzione ha trasformato prima in farmacista e poi appunto in ristoratore. Ma a un certo punto è piovuto, il fiume si è ingrossato, e siamo dovuti letteralmente scappare – dopo l’ultimo sorso di liquore con dentro uno scorpione enorme sotto spirito - prima di restare bloccati dall’acqua. Alla fine siamo arrivati davanti a un ponte dove non si passava più, causa il livello dell’acqua che era salito in pochi istanti. Abbiamo scarpinato nel fango, sotto la pioggia, assieme a un gruppo di contadine che ridevano, fino a un altro canale, e a un’altra barca...

RISO E RISAIE

Per un Vietnamita la sua risaia è tutto: nella risaia ci si fanno anche seppellire, in tombe di calce che sembrano dei sarcofagi. Il Vietnam del Nord, in teoria, ha vinto e quello del Sud ha perso, ma ora le parti rischiano di invertirsi, per le solite contraddizioni economiche che il buon Zio Ho non poteva prevedere: al Nord infatti hanno davvero distribuito la terra ai contadini, ma in questo modo hanno creato appezzamenti troppo piccoli, che non possono permettersi nessuna meccanizzazione: ho visto pompare l’acqua da un canale all’altro con sistemi letteralmente medioevali, con pale di legno mosse a mano. Al Sud, viceversa, dove resistono ancora elementi di economia postcapitalista e latifondista, le aziende sono più grandi e quindi più forti. L’operosità dei vietnamiti è incredibile: ogni casa è divisa in tre parti. Nel retro, in cortile, c’è una attività artigianale qualsiasi (per esempio lavorare il riso e farne delle sfoglie sottili e bianche, a uso dei ristoranti). Al centro della casa abita la famiglia. E davanti c’è la parte pubblica, in genere una bottega, in cui si vende il prodotto. Non contenti, i contadini vietnamiti hanno regolarmente un secondo o un terzo lavoro. Abbiamo visitato anche una fabbrica di lavorazione del pesce, in cui a tempo perso vanno a lavorare le donne del villaggio: una ragioniera della cooperativa segna le ore e alla fine del mese ci si divide l’utile in base al lavoro fatto. Competere con gente così sul piano produttivo non sarà facile, in futuro..

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