Umbria, una regione verde molto slow

Un’esperienza vissuta in uno dei posti più significativi del mondo

 

Dell’Umbria abbiamo già chiacchierato tante volte su Turisti per Caso Magazine e naturalmente sul sito, nonché in TV: all’Umbria abbiamo dedicato almeno tre o quattro puntate di Slow Tour su Rete 4, compresa una singola puntata tutta dedicata alla manifestazione dei Ceri di Gubbio, dopodichè io-Patrizio ci sono tornato in occasione di almeno altre due puntate di Linea Verde per Rai1. Ma è normale: l’Umbria, assieme alla Toscana, è forse la regione che in quanto tale gode di un’immagine molto forte, sia in Italia che all’estero. Certo, ci sono regioni che hanno sul loro territorio eccellenze di fama mondiale (la Campania con Capri o il veneto con Venezia, etc etc), ma in quanto territorio diffuso l’Umbria è nota per i suo Santi, i suoi prodotti, il suo paesaggio, le sue acque.

La cosiddetta “Umbria Verde” non è un luogo comune, è vera. Così come è vera la definizione che io le avevo dato: “la regione che si può riprendere col grandangolo”, nel senso che non devi usare il teleobiettivo per isolare le cose belle da un contesto magari degradato. In genere l’Umbria è tutta bella, a 360 gradi. Ma qui di seguito si parla di trekking, e allora mi piace ricordarvi un’esperienza che abbiamo avuto in Umbria, facendo appunto trekking da Castelluccio a Norcia.

La Piana di Castelluccio è uno dei posti più significativi del mondo. Non è un’iperbole, è la verità. La piana cambia colore a ogni stagione, e può assomigliare man mano a mille paesaggi, dalla steppa a una immensa serra piena di fiori, da un altopiano alpino innevato fino a sembrare il deserto della Mongolia. Noi siamo partiti da Castelluccio per arrivare appunto a Norcia, attraverso un sentiero facile e abbastanza agevole, accompagnati dall’amico Roberto de “La Mulattiera” (che giustamente lamentava che questo genere di turismo è praticato più dagli stranieri che dagli italiani). Si passa attraverso la Valle di Patino, sono 14 km fino a Norcia, circa cinque ore (difficoltà media: i primi 300 metri in salita poi discesa). È una prima tappa accessibile anche per chi, come noi, non è certo allenato. Ci siamo andati con una “carovana” composta da cavalli, muli e asini. Il paesaggio, naturalmente, è cambiato molte volte e a ogni mutazione estetica dava il meglio di sé. Sul crinale abbiamo incrociato il luogo da cui si lanciano i deltaplani: pare che questo sia uno dei posti più favorevoli al volo in Italia. Ma soprattutto è stata una gita a sfondo... etologico. Cioè abbiamo capito qualche cosa di più sugli animali, intesi come equini.

Io-Patrizio ho cominciato a piedi, tirandomi dietro un asinello su cui stava Syusy, modello San Giuseppe e Maria. All’inizio tutto bene, ma quando ho provato ad andare a spasso liberamente, uscendo dai ranghi, è stato il caos. Infatti gli asini erano tre e non c’è stato verso di separarli: dove andava uno andavano per forza tutti gli altri. Dopodichè ho scoperto che gli equini sono anche gerarchico-razzisti: infatti i cavalli volevano stare assolutamente davanti agli asini. Quando ero molto stanco ho cavalcato un bel cavallone, che però dava continui segni di nervosismo: gli davano fastidio i deltaplani o anche le nuvole che si muovevano in cielo. Ho finito per cavalcare il mulo, il più “modesto” ma anche il più ragionevole di tutti, senonché aveva un grave difetto: amava camminare rigorosamente sul ciglio di tutti gli strapiombi e i precipizi. Ho finito per andare a piedi. Ma comunque gli animali in un trekking sono indispensabili, sia perché portano tutti i pesi, sia perché ti danno tanto da fare che la strada procede velocemente e non c’è pericolo di annoiarsi...

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