Viaggiatori: in coppia · Spesa: Da 500 a 1000 euro

Roma istanbul via milano

di Elena Di raddo - pubblicato il

Natale 2004 Il 27 dicembre sono a Roma. Non so ancora se riusciremo a realizzare il viaggio che volevamo: partire alla volta di Istanbul in auto passando per la Grecia e tornando in Italia attraversando i paesi dell’ex Juguslavia. Ma, oramai lo so, con Gianluigi non si può programmare nulla ed infatti il giorno seguente, dopo una serie di telefonate andate a vuoto ad amici che volevamo portare con noi – tentar non nuoce - decidiamo di partire da soli. Fin da subito il tragitto si trasforma in viaggio. Capitiamo quasi casualmente nei pressi del paese di origine di mio nonno paterno, San Pietro in Fine, un piccolo borgo sperduto tra le montagne della Ciociaria distrutto dalla seconda guerra mondiale. Dopo le foto di rito, un po’ di emozione per trovare qui tracce degli altri unici Di Raddo della mia famiglia e, soprattutto, dopo aver acquistato due meravigliose mozzarelle di bufala – indimenticabili! – riprendiamo la strada verso Bari, dove dovremmo imbarcarci per la Grecia.

In mezzo all’Italia, però, tra le montagne ci fermiamo a trovare Luca, al paese della sua famiglia, che ci dà qualche dritta sulla città dove vive attualmente, Belgrado. Un caffè veloce, due chiacchiere e via! La nave ci aspetta! Almeno spero! Gianluigi – come sempre – è molto più tranquillo. Ed ha ragione. Al molo, a parte qualche camion turco, non c’è praticamente nessuno. Prendiamo i biglietti e ci imbarchiamo sulla nave. Il viaggio non è molto lungo. Riesco a mala pena a dormire qualche ora in una cuccetta per sole donne, ma che praticamente era solo per me. Ed ecco nel buio della notte che sta finendo scorgiamo le luci di Igoumenitza dove sbarchiamo con qualche sporadica auto e soprattutto tir turchi. L’avventura comincia! Anzi continua.

Io non riesco proprio a svegliarmi. Ma le prime luci dell’alba sui profili delle montagne dell’Epiro cominciano a farmi incuriosire per il paesaggio che si sta svegliando con me. L’arrivo al passo di Katara, 1705 metri sul livello del mare, poi completa l’opera. Il freddo pungente della mattina, la luce del sole sulla strada ghiacciata, l’attesa per quanto avremmo visto in questo viaggio mi dà una sferzata di energia. Qualche foto immortala il momento. Quanto è diversa questa Grecia da quella delle fotografie dei depliant turistici. Paesaggi inediti, montagne dolci, deserte, dalla vegetazione bassa. Impressione confermata dalla prima sosta “turistica”, nei pressi della città di Ioànnina, dove, a Vitsa, visitiamo alcuni villaggi tipici della Zagòria. Costruiti con le stesse pietre della montagna, si perdono nel paesaggio. La strada verso le Meteore costeggia il lago di Ioànnina. I colori pallidi di questo lago azzurrino riflettono il giallo del canneto lungo le rive. La vista dall’alto è davvero suggestiva. Come suggestiva per un altro verso è la strada che precede l’arrivo alle Meteore: si arrampica sulle montagne e lascia intravedere pochi metri più in basso un lavoro ciclopico, la costruzione della nuova autostrada che collegherà Igoumenitza a Salonicco. La forza dell’uomo che vince l’asperità della natura con tunnel, strade di servizio, grande dispiegamento di mezzi; ma anche la forza di una nazione che sta marciando a grandi passi verso la modernità.

L’attesa per le Meteore aumenta. Le ho già viste una decina di anni fa e mi avevano lasciato con il fiato sospeso. Ed ecco non tradire le mie aspettative. Una serie di picchi che sembrano plasmati nella roccia lasciati in mezzo al paesaggio dal ritiro delle acque di un fiume. E inerpicati sulla cima si intravedono i monasteri costruiti dai monaci in cerca di pace e contemplazione. In questa stagione il senso di isolamento si percepisce molto di più che in estate, nonostante il restauro talvolta un po’ eccessivo delle vie di accesso ai monasteri che ricordavo molto più approssimative. Dopo la visita di alcuni monasteri giusto prima della chiusura lasciamo le meteore al tramonto e procediamo alla volta di Salonicco, dove, finalmente, facciamo sosta. La città è luminosa e festosa. Nella piazza principale la sagoma illuminata di un veliero ricorda l’anima marinara della città adagiata lungo il suo grande porto. La mattina dopo dedichiamo un po’ di tempo alla visita dei principali monumenti di Salonicco. La città è moderna, ma nasconde reperti antichissimi della sua storia. L’imperatore Adriano ha lasciato qui le sue tracce nell’arco di trionfo e nel suo mausoleo. Il tempo è sufficiente per riprendere il viaggio. Ci aspettano ancora parecchi chilometri prima di arrivare alla frontiera con la Turchia che raggiungiamo in tarda serata. Troppo tardi per affrontare la frontiera, che mette un po’ di inquietudine persino a Gianluigi! Dormiamo ad Alexandroùpolis, una piccola e un po’ desolata cittadina turistica fuori stagione prima della frontiera e la mattina seguente, dopo aver assaggiato l’acqua del mare greco, partiamo per la Turchia. Prima di arrivare alla dogana uno stormo di uccelli attraversa la strada e ci avvolge. Chissà cosa vi avrebbero letto gli aurispici greci! Affrontare la dogana comunque è stata un’avventura nell’avventura. Dopo un’ora circa – io chiusa nella macchina con i capelli raccolti e Gianluigi a discutere tra un ufficio e l’altro - riusciamo a passare il confine attraverso uno stretto ponte chiuso dal filo spinato su un piccolo fiume controllato da alcuni giovanissimi soldati armati. L’arrivo in Turchia è effettivamente un po’ straniante. Ai lati della strada - una gettata di asfalto, con qualche segnaletica sbiadita – non si vede quasi nulla. Solo qualche casa isolata e interi paesi con case costruite solo al rustico fino al tetto, ma disabitate. Il tutto è davvero desolante. Si comincia a scorgere qualche cenno di civiltà solo nei pressi di Istanbul. La città è adagiata su una serie di colli. Mi viene in mente che Gianluigi mi aveva detto prima di partire che viene paragonata a Roma appunto per questo motivo. Come navigatrice sono una vera frana – ma la segnaletica è quasi incomprensibile - e usciamo dall’autostrada all’uscita sbagliata. Finiamo subito in mezzo al caotico traffico della metropoli. Troppo persino per un romano! Quando riusciamo a raggiungere il centro comincia già a fare scuro e senza saperlo siamo capitati al Gran Bazar. Il luogo più caotico della città. Un bell’impatto con Istanbul, che subito non tradisce le nostre aspettative. Il fascino e la magia di questa grande città cosmopolita è esattamente come ce lo aspettavamo. Al centro del quartiere più antico la Moschea Blu e Aghia Sophia svettano con i loro minareti illuminati. La sera del 31 salutiamo davanti al Bosforo il nuovo anno. Dedichiamo tre giorni alla visita della città, ma avremmo potuto rimanere almeno una settimana. I luoghi da vedere sono veramente tanti. Le vestigia della sua antichissima storia affiorano ovunque: dai sotterranei della magica Cisterna Yerebatan agli splendidi mosaici della cupola di Aghia Sofia, e poi le case ottomane e Palazzo Topkapi. Un tuffo nel Gran Bazar – la sera prima Gianluigi era riuscito a portarmi quando era tutto chiuso! - ci fa cogliere l’anima commerciale della città, con i suoi tappeti, i gioielli, le spezie colorate. Prima di ripartire uno sguardo anche alla modernità nel quartiere della città nuova di Beyoglu e una sosta sotto il bel ponte sospeso sul Bosforo che collega l’Europa all’Asia, attraversato da fiumi di auto, mentre le acque operose del mare sono solcate da petroliere e battelli.

Di nuovo in marcia passando attraverso la Bulgaria, primo dei Paesi che attraversiamo sulla via verso l’Italia. La sensazione di desolazione e di povertà che ci aveva preso alla frontiera con la Grecia non è molto diversa, anzi dopo più di un’ora di dogana, l’ingresso in Bulgaria è ancora più traumatico. La via di collegamento che sulla cartina assomigliava a un’autostrada si rivela in realtà una vecchia e accidentata strada di campagna.

E’ buio, ma abbiamo l’impressione che attorno a noi non ci sia assolutamente nulla da vedere. Quando arriviamo a Sofia, la capitale, è oramai notte e decidiamo di dedicarci alla visita della città la mattina seguente. E’ molto freddo, il termometro è attorno allo zero. Nella chiesa ortodossa di Santa Sofia, la mattina, l’atmosfera è molto raccolta e allo stesso tempo solenne: il patriarca sta celebrando la funzione, le sottili candele accese illuminano e scaldano i bei mosaici delle pareti. Fuori però la città è fredda e non solo per il clima. Si coglie ovunque l’austerità del passato regime: i monumenti inneggianti alla guerra, i palazzi governativi e le ampie e spoglie piazze. Solo le luci di Natale e le chiese rimaste dopo la dominazione ottomana scaldano un po’ l’ambiente, ma non i freddi marciapiedi dove vivono molti senzatetto rannicchiati nei cartoni. La malinconia di questa città fa rivivere a Gianluigi i ricordi della Russia di trent’anni fa quando viveva con la sua famiglia in una sperduta provincia della Siberia. A Sofia il tempo sembra davvero essersi fermato, nonostante la frenesia della gente che si sposta sui taxi cumulativi per andare al lavoro. Ripartiamo nella tarda mattinata. Il Museo di Arte Moderna – per la gioia di Lu - non si poteva visitare. Mi rifarò in una delle prossime città! Dopo essere incappati nella seconda multa per eccesso di velocità – 3 Km orari sopra i 60 – ma, si sa, con la nostra auto non si passa inosservati in questi paesi - arriviamo alla seconda tappa della lunga giornata, Belgrado, in Serbia. Luca ci aveva detto di andare alla fortezza. Attraversiamo tutto il centro dove ancora rimangono i resti della guerra, interi palazzi squarciati dalle bombe, per raggiungere il punto più alto della città. Dai giardini del castello osserviamo la città grigia con i suoi palazzi anni Sessanta distendersi sulle rive del Danubio. Sarà il cielo un po’ cupo, saranno i volti spenti e le voci poco chiassose della gente, ma questa città dalla via centrale costellata di negozi firmati non riesce del tutto a cancellare le tracce del suo recente triste passato. Decidiamo di partire subito per Zagabria. Altro Paese altra frontiera: dalla Serbia alla Croazia. Le cose vanno decisamente meglio alla dogana. Solo un rapido controllo. I paesaggi sembrano man mano che ci si sposta verso ovest sempre più vicini ai nostri, la qualità delle costruzioni migliora. Zagabria è una piccola bomboniera: la sua storia incastrata nei due vecchi quartieri luogo di scontri e lotte appassionate. Sulle tegole del tetto colorato della chiesa campeggiano le bandiere della città, mentre la gente vive la propria cattedrale come fosse il salotto di casa. Mi colpisce la loro quotidiana religiosità. Riesco persino a visitare la casa dello scultore Ivan Mestrovic, che ho sempre e solo incontrato sui cataloghi d’epoca e un museo un po’ deludente di arte moderna, dove scopro, a sorpresa, esserci anche un dipinto di Hayez.

A pochi chilometri dalla città, subito dopo la frontiera con la Slovenia, il paesaggio che aveva caratterizzato fino ad ora un po’ tutte le nazioni della ex Juguslavia cambia bruscamente e ci si ritrova immersi in boschi bucolici campeggiati qua e là da casette dai tetti spioventi e da piccoli castelli. Sembra di essere in Svizzera! Impressione confermata anche dal piccolo centro di Lubiana dove facciamo una sosta per un caffè e per passeggiare sul lungofiume animato dalle bancarelle. Prima di partire anche un giro romantico al tramonto nel castello che domina la città. Si comincia a sentire oramai il clima di casa. L’Italia è vicina e ci accoglie con l’elegante città di Trieste con la Piazza Unità d’Italia colorata dal blu delle luci natalizie. Nel mare Adriatico che abbiamo idealmente circumnavigato via terra nuotano delle enormi meduse. Ancora una foto... da portare al mio nipotino insieme ai ricordi dei luoghi e soprattutto delle sensazioni così particolari e inedite, e così incredibilmente vicine a casa.

di Elena Di raddo - pubblicato il