Pianosa e Gorgona, due isole dell'Arcipelago toscano

Là dove cantano le berte è ancora possibile sentirsi “a casa”. Un’esperienza ambientalista e umana consigliata a chi ancora ama la natura e l’utopia

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  • di evoloinaltosudite
    pubblicato il
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  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Fino a 500 euro

Ti siedi a cena. Una cosa semplice, insalata, un formaggio che hai acquistato qualche giorno fa. Ma in bocca un sapore diverso, che sa di isola, di vento e di sale, di leccete e di rocce metamorfiche. Guardi oltre la finestra e sai quale magia ti sta legando, in questo esatto momento, ad un pezzo di terra emersa dal mare, a qualche miglio da qui…

Ho fatto un viaggio, proprio qualche giorno fa, una gita sull’isola di Gorgona. Di fronte a Livorno, la più piccola delle perle dell’Arcipelago Toscano, è l’ultima isola-carcere in attività rimasta in Europa. Un gioiello, a suo modo, pur nella specificità di colonia penale. Una fattoria a cielo aperto, una comunità di detenuti che lavorano, imparano un mestiere e assaporano il gusto di un progressivo reinserirsi nella società.

A Gorgona si può andare esclusivamente con un gruppo organizzato, previa richiesta e autorizzazione rilasciata dal Direttore del carcere.

Il nostro gruppo parte da Livorno. Neanche un’ora di mare. Scendendo dalla motonave consegniamo, come richiesto, documenti, cellulari e macchine fotografiche alla Polizia penitenziaria e ci accingiamo alla scalata dell’isola. Più leggeri. E non solo per la tecnologia lasciata in consegna.

Dopo l’escursione, per sentieri che corrono a picco sulla costa rocciosa, regno incontrastato degli uccelli marini, in mezzo ad una natura incontaminata, ci godiamo nel bosco il catering dei detenuti: pane, focacce, pizza, formaggi e molto altro. E un vino profumato che da un anno si fregia di una prestigiosa etichetta toscana.

E’ un formaggio buono come la libertà. E’ proprio il gusto che prende, passando dalla mani di chi lo fa al palato di chi lo assaggia. Il sapore antico delle cose che contano davvero. E il cibo è cotto con tutta la passione di chi desidera un contatto con l’altro della vita. Quello che per gli sbagli fatti ci si è lasciati alle spalle. Quello che forse verrà di nuovo violato, offeso. O forse no. Forse chissà, non è detto. Forse c’è una nuova opportunità. Se il binomio cibo-amore ha un senso, qui lo ha elevato al cubo: c’è la gioia di essere in contatto con esterni, c’è il desiderio di riconoscimento del proprio lavoro, c’è la proiezione di tornare oltre quella manica stretta di mare che separa dal Continente. E, possibilmente, da una nuova vita.

Solo pochi giorni prima di Gorgona ero a Pianosa. La meravigliosa Pianosa. La ferita Pianosa. L’isola del diavolo, come la chiamavano, ora un’isola dell’abbandono. Da quando il carcere è stato chiuso, nel 1998, Demanio, Ministero della Giustizia, Comune di Campo nell'Elba ed Ente Parco colloquiano a colpi di burocrazia. Intanto le case vuote, le diramazioni carcerarie dismesse e tutte le bellezze architettoniche crollano a pezzi, sotto i colpi del libeccio che non perdona. E nonostante lo sforzo, meritorio, dell’Associazione per la difesa dell’isola di riportare in vita alcuni edifici, le strutture civili e penitenziarie dell’isola si stanno sgretolando. L’isola perde i pezzi. Ma non perde la sua memoria.

Una cooperativa sociale di detenuti di Porto Azzurro vi gestisce in primavera e in estate, da alcuni anni, un hotel foresteria e un bar-ristorante nella ex-mensa degli agenti penitenziari, “garantendo” ancora all’isola quello status minimale di isola-carcere sui generis che, di fatto, le permette di salvarsi dal turismo selvaggio. Infatti si può dormire liberamente in paese, ma per visitare i 10 km quadrati di natura en plein air, anche su questa isola, è necessario far parte di un gruppo guidato e autorizzato

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Commenti
  1. evoloinaltosudite
    , 31/3/2015 12:51
    Sono un'autrice, in realtà :-) e la ringrazio molto per le sue parole. Emozionare, coinvolgere, incuriosire e forse spingere chi legge a partecipare a tanta bellezza è il "regalo" più grande che questo mio modesto racconto può fare, a me sicuramente, ma spero anche ad altri. Più saremo a concepire la natura e il mondo in questo modo più c'è speranza che qualcosa di buono continui a germogliare in questa nostra società sempre più indifferente ai suoi veri bisogni.
  2. Marco Migliavacca
    , 4/2/2015 14:15
    Ho letto con commozione le pagine su Pianosa e su Gorgona, e condivido le sensazioni riportate dall'autore. da qualche tempo frequento Gorgona con una certa regolarità per promuovere progetti di formazione rivolti soprattutto ai detenuti e per avviare attività di salvaguardia e miglioramento dell'ambiente.
    Ad ogni visita,lo stupore e l'emozione sono grandi, il rapporto umano con gli agenti e con i detenuti è sempre più coinvolgente, e ogni volta è difficile ripartire.
    Spero vivamente che l'esperienza continui, e che si trovi il modo di rendere sempre più condivisa questa nostra esperienza: sembra assurdo, ma l'esistenza del carcere a Gorgona sta permettendo la sopravvivenza di un ambiente umano e naturale unico e particolare, mentre in altri Parchi prevale l'abbandono.
    Di nuovo complimenti per l'ottimo reportage.
    Marco

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