Hakuna matata, Tanzania

Una decina di giorni di fotosafari in alcuni dei più bei parchi naturalistici del nord della Tanzania

  • di FULCOLA
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 5
    Spesa: Oltre 3000 euro
 

Di ritorno da un viaggio in Tanzania posso più facilmente comprendere coloro che dicono di soffrire del cosiddetto “mal d‘Africa “, quel sentimento di nostalgia e un po’ di malinconia unito alla voglia di rivivere le emozioni provate in quei luoghi e di ritornarci al più presto.

Lì si possono infatti trovare concentrati molti di quegli scenari che nell' immaginario collettivo caratterizzano il Continente Nero e che, essendo così lontani dal nostro modo di essere, esercitano su di noi un fascino irresistibile : gli spazi infiniti delle savane, disseminati di branchi di animali che abbiamo imparato a conoscere attraverso i documentari in Tivù ma anche le popolazioni che mantengono faticosamente e dignitosamente stili di vita tribali vivendo in povere capanne di legno, paglia e sterco e lavorando la terra con metodi antichi, come l’aratura con i buoi. Ma anche i magnifici tramonti e le altrettanto stupende albe che infiammano i cieli e le acque ed i rumori che si odono nel buio della notte quando, a rendere magico il tutto, la volta celeste esplode nel brillio di una infinità di stelle.

Naturalmente il Paese non si è fermato all' Ottocento e tutto quanto finora descritto coesiste con una Tanzania più moderna e dinamica, aperta al turismo ed all' ospitalità, anche smaliziata e scaltra negli approcci dei commercianti e dei venditori ambulanti ; il Paese è indubbiamente arretrato e mancante in molti servizi e si nota la carenza di infrastrutture fondamentali quali strade e linee elettriche ma nel corso del nostro viaggio abbiamo riscontrato parecchi cantieri che fanno ben sperare per uno sviluppo che speriamo esser sostenibile e rispettoso del vero patrimonio che possiede : l’aspetto paesaggistico e naturalistico.

Per visitare questo fantastico Paese ci siamo affidati alla Savannah Explorers Ltd di Arusha ( un’agenzia co-gestita da Roberto, un italiano trasferitosi là) acquistando il pacchetto “ Faru Safari” , un viaggio di una decina di giorni programmato per fine febbraio.

In tale periodo al sud del parco del Serengeti si sarebbe dovuta trovare la massima concentrazione di erbivori grazie all’abbondanza di cibo susseguente alla stagione delle “piccole piogge” ( tra ottobre e dicembre). Ma al meteo non si comanda e la disponibilità di erba fresca un po’ ovunque nel parco ha disperso gli animali non consentendoci di assistere allo spettacolo della “grande migrazione” , lo spostamento di centinaia di migliaia di zebre , gazzelle e gnu verso pascoli più verdi. Il periodo coincide però anche con quello delle nascite ed effettivamente abbiamo visto parecchi cuccioli.

Abbiamo soggiornato in lodges ed in campi tendati di buona qualità e situati nei pressi o all’interno dei parchi; da menzionare in modo particolare il Kudu Lodge a Karatu ( tra il Manyara e il Ngorongoro), con un bel giardino tropicale, il Ngorongoro Sopa Lodge situato in una posizione fantastica sul bordo del cratere con una vista spettacolare ( ma purtroppo un po’ decentrato per chi rimane solo un giorno nel Parco) e il Mbugani Camp - Turner 5, una struttura inaugurata da pochi mesi nella zona centrale del Serengeti.

Nel nostro viaggio abbiamo visitato cinque parchi del nord della Tanzania, in una sorta di giro ad anello. In primis il Tarangire N.P. ,caratterizzato da un ambiente di praterie ma molto verdeggiante grazie all’omonimo fiume che lo attraversa e dalla presenza di parecchi baobab; poi il Lake Manyara N.P. , con verdi e fitte foreste che si alternano ad ambienti più simili alle savane; poi ancora la stupenda Area di Conservazione del Ngorongoro ( un vero “mondo a parte…” dove convivono Masai ed animali selvaggi); di seguito il famosissimo Serengeti N.P., dalle immense pianure ed infine il meno conosciuto Lake Natron N.P. , un territorio più impervio e primitivo raggiungibile solo con molte ore di piste sconnesse.

Il Serengeti e forse ancor di più l’Area di Conservazione del Ngorongoro sono sicuramente le mete imperdibili di un viaggio in Tanzania : il primo per la quantità di animali che vi si possono scorgere e per la vastità degli spazi della savana ( Serengeti, in lingua masai, significa proprio “lo spazio senza fine”) sui quali indimenticabili tramonti disegnano riflessi di fuoco o d’oro ; il secondo per la particolare conformazione del Parco vero e proprio,situato ad oltre 2.000 metri e caratterizzato da un grande caldera circolare con un lago al centro, piatta e povera di vegetazione ma ricca di animali e dal lussureggiante bordo del cratere con alti alberi e foreste che sembrano dividerlo dal resto del paesaggio: il tutto ricorda quasi “il mondo perduto” di Arthur Conan Doyle.

Ogni parco ci ha però colpito ed impressionato per caratteristiche, ambienti e situazioni diverse: come dimenticare l’ elefantessa ed il suo cucciolo nel Tarangire N.P. accanto alla nostra jeep strappare l’erba e le foglie delle piante e cibarsene pacatamente o il branco di babbuini andatosi piano piano ad ingrossare lungo una pista nel Lake Manyara N.P. fino a raggiungere un centinaio di individui ? O le decine e decine di rumorosi ippopotami nella “hippo pool” del Serengeti e quelli nella pozza nel cratere del Ngorongoro , rotolarsi beatamente nell’acqua e rimanere a pancia all’aria ? O la triste scena della leonessa che con brevi ruggiti gutturali cercava i propri cuccioli dispersi nel Serengeti ? O anche la camminata sulle fangose rive del Lago Natron con in lontananza l’ alta sagoma dell’ Oldonyo Lengai, la montagna sacra per il popolo masai ?

Ma i tanti momenti vissuti rimasti impressi nella memoria ed i tanti animali osservati paiono non finire mai e così ritornano in mente anche le simpatiche e curiose giraffe o le tanto bistrattate iene rotolarsi nel fango, l’arcobaleno stagliatosi nel cielo blu scuro dopo un acquazzone pomeridiano , i tronfi facoceri ed il buffo otocione. E pure gli impettiti struzzi , i timidi dik-dik o la moltitudine di altre gazzelle ,zebre e antilopi ed i bellissimi e sinuosi ghepardi.

Anche nei cieli lo spettacolo è assicurato con una moltitudine di uccelli che farebbero la felicità di qualsiasi bird-watcher in un trionfo di forme e colori: sembra che qui Madre Natura abbia usato tutta la sua fantasia e la gamma di colori a sua disposizione per creare animali dalle sgargianti livree o al contrario per nasconderli alla vista con un perfetto mimetismo dell’ambiente circostante.

Ma una delle emozioni più forti l’ho personalmente provata nell’avvistamento di un leopardo nel Serengeti: è il più difficile da vedere dei cosiddetti “big five”, un tempo le prede più ambite dai cacciatori ed ora i cinque animali più ricercati e fotografati dai naturalisti ( elefante, bufalo, rinoceronte, leone e leopardo). Un paio d’anni fa in Sudafrica, nei pressi del Kruger , non eravamo riusciti a scorgerne nemmeno uno, eppure lì in Tanzania un grosso maschio camminava tranquillamente nell’erba alta ai bordi della pista per poi attraversarla davanti alla nostra jeep e fermarsi su un mucchio di terra quasi volesse posare per una foto di rito. E poi il giorno successivo l’eccitazione di venderne un altro placidamente sdraiato su un ramo d’acacia, noncurante del trambusto delle numerose jeep accorse subito al diffondersi della notizia della sua presenza.

Un viaggio quindi all’insegna dell’ hakuna matata, il modo di dire swaili per affrontare la vita con calma e senza pensieri ed un viaggio mi ha lasciato così tanti bei ricordi e fatto vivere così tante emozioni che posso assolutamente condividere e sottoscrivere quel detto africano che recita “Il cuore conserva ciò che l’occhio ha visto” .

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