Sudan del Nord: otto giorni fra deserti, Nilo e archeologia

Otto giorni nella sabbia del nord del Sudan, dove le coltivazioni e la sopravvivenza sono appiccicati al grande fiume, le persone sorridenti e curiose

  • di laurasergio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Nagaa - 7 gennaio 2019 - Partiamo per la Nubia. Siamo puntuali all’appuntamento delle 8.30 con la nostra guida Mahmud che ci accompagnerà nel nostro tour concordato con la Raidan. Prima però è necessario fare rifornimenti di cibo e pezzi di ricambio per l’auto e quindi giriamo Khartoum. Al mercato facciamo anche due chiacchiere con un po’ di gente, curiosa ed affabile; tutti si danno da fare, si vende di tutto. Per fotografare bisogna chiedere e spesso non c’è problema. Sono già le 10 quando finalmente lasciamo la città con il suo traffico intenso e caotico. Gli enormi camion da e per Port Sudan invadono la strada che è asfaltata ma solo a due corsie e si capisce subito che il vero pericolo non è la manifestazione politica ma questa strada. Andiamo verso nord, le case si diradano e la plastica e gli edifici bassi dominano il paesaggio. Stranamente il cielo è nuvoloso e grigio, ci sono solo 20 gradi che poi arriveranno a 25. La strada scorre ora nel deserto, il Nilo con i suoi campi coltivati si percepisce solo dai banchetti di frutta lungo la strada, angurie soprattutto. Tanti i check-point di polizia e gli assurdi sorpassi di camion, pneumatici spaccati a bordo strada, polvere nell'aria e tra i capelli. Finalmente lasciamo la strada principale e svoltiamo a destra su una strada ancora in costruzione che dopo pochi chilometri diventa sterrata e per nulla segnata. Ci si perde andando verso Nagaa, tra montagne, alberi secchi, sabbia e sassi, pochi i punti di riferimento, persino l’autista sembra in difficoltà ad orientarsi. A Nagaa si trova il tempio nubiano di Amon del periodo tardo meriotico-egiziano 1° secolo d.C., chiamato anche il tempio delle capre per la serie di sfingi arieti al suo ingresso: è molto carino, non c'è nessuno. Piloni e colonne hanno incisioni in meroitico. All’interno ammiriamo un solido altare completamente decorato con bassorilievi su cui mi siedo per qualche secondo. Poco lontano visitiamo un altro tempio ricostruito dai tedeschi negli anni ’50 e dedicato al dio Apedemak, il dio leone. Le pareti esterne sono riccamente decorate con interessantissimi bassorilievi. Apedemak viene rappresentato con tre teste e quattro braccia: con due tocca i gomiti dei visitatori con le altre due fa loro vento. Il dio con più braccia indica anche un influsso della cultura indiana. Infine, come sbucati dal nulla troviamo una decina di persone del posto, adulti e bambini. Con l’aiuto di due asini tirano su un da un pozzo profondo circa 30 metri un grandissimo otre ricavato da pelle animale. Il pozzo è solo un antichissimo buco nel terreno sovrapposto da una rudimentale struttura in legno; di acqua ce n’ è tanta, viene raccolta tramite l’otre e poi fatta scorrere su un canale interrato che la conduce in una vasca in terra e pietre. Qui alcune bambine sembrano divertirsi a raccoglierla con miseri secchi di plastica e a travasarla di nuovo in un altro bidone, dove un asinello se la porta via. Chiediamo di fare le foto perché profuma di antico. Dai libri scopriamo che è un pozzo storico. Con 5 sterline sudanesi consegnate all'anziano del gruppo possiamo fotografare e registrare la fatica che comporta la raccolta di acqua. Rientriamo sulla main road, passando prima a visitare Musawwarat es Sufra, ad una trentina di chilometri dal Nilo. Affascinante: ma chi mai viveva e costruiva così lontano dal fiume? In posizione isolata visitiamo il tempio del Leone dedicato al dio Apedemak, del 2° secolo a.C. e ricostruito da una missione archeologica Tedesca negli anni ’60. Le pareti sono davvero conservate benissimo e le incisioni sono chiare, nitide e particolarmente interessanti. Riprendiamo la pista dell’andata per dirigerci alle piramidi di Moroe. Il cielo si è aperto, ma il tramonto è fosco e il sole è calato troppo in fretta. Il programma di passare la nottata in tenda purtroppo non viene rispettato: la guida voleva sistemarci lontano dalle piramidi e “casualmente” vicinissimo alla recente struttura che appartiene alla Raidan. La notte era già calata e il vento non dava tregua. Vabbé. Concordiamo allora di stare nella polverosa camera con bagno, poca acqua, porte cigolanti e buona cena. Siamo soli. Usciamo per una passeggiata: il cielo è nero e stellato, fa freddino. Buonanotte.

Meroe - Karima - 8 gennaio 2019 - Oggi è i giorno dell’alba alle piramidi della necropoli reale di Meroe, che vediamo all'orizzonte appena ci alziamo. Il cielo è limpido e iniziamo a camminare nel deserto per raggiungerle, le ombre sono ancora lunghe. Mahmud ci raggiunge con l'auto e i nostri zaini e ci dà lo strappo finale. Entriamo nella zona recintata, ci sono solo alcuni uomini che scavano fra le rovine, pare di essere in un film. Prima visitiamo le piramidi più a nord, poche, circondate e a volte coperte da belle dune di sabbia finissima. Ci sediamo e respiriamo l'atmosfera, gli orizzonti lunghi, il silenzio, solo il rumore del vento. Le mani e i piedi nudi sulla sabbia calda. Si attraversa la piana, immaginando di camminare sopra piramidi nascoste, poi raggiungiamo il gruppo di piramidi a sud, tante, alcune ristrutturate, altre diroccate, con numerosi incredibili geroglifici. I lavoranti paiono i figuranti di Harrison Ford: badili e carriole riempiono di sabbia le carriole che vengono svuotate dieci metri più in là. Su una duna riusciamo a perdere il samsung sopra il quale ho appoggiato per 30 secondi la testa, immediatamente è scomparso nella duna e ritrovato dopo un buon minuto 1 metro più in basso, giusto per dimostrarci ancora che le dune sono in movimento e la sabbia inghiotte tutto. Ripartiamo, ci aspetta un lungo tragitto nel deserto di Bayuda il “deserto bianco”. Non ci facciamo mancare i miraggi all'orizzonte. Dobbiamo fermarci ad Aktaba, la città delle università e delle manifestazioni, ma solo per fare benzina: file interminabili di auto in coda; noi passiamo davanti a tutti, nessuno fiata, militari che presidiano, un equilibrio precario. Il deserto di sassi e sabbia è sconfinato, ci fermiamo ad una casa di terra, dove ci offrono tè e biscotti; per la toilette ci si allontana un po’ nel deserto. Ripartiamo e dopo 200 km arriviamo di nuovo ad avvistare il Nilo e andiamo a vedere altre piramidi mentre tralasciamo le rovine di una chiesa del 500 dc, la guida infatti sembra sempre in ritardo. Tutto è polvere. Attraversiamo il Nilo su uno dei 5 ponti dei 2000 km a nord di Khartoum. I distributori di benzina sono miseramente deserti oppure con file interminabili di mezzi e presidiati dall’esercito. Passiamo di fronte al Jemel Barkal, il monte sacro, vicino ad un altro gruppo di piramidi. Purtroppo Mahmud non si ferma e senza informarci dei programmi ci porta alla casa nubiana, il nostro alloggio per questa notte, con letti di ferro, bagno esterno e lavandino più piccolo di un fazzoletto. Siamo perplessi! Andiamo a fare due passi e ci infiliamo a vedere il lodge dell’Italian Tourism Co. Di proprietà di Maurizio Levi e di sua moglie Elena Valdata, pionieri del turismo in Sudan. Situato proprio di fronte al Jemel Barkal è un lodge affascinante, raffinato e molto caro, che rispetta in pieno le aspettative dei turisti occidentali in viaggio in Africa, forse perché qui l’alloggio tipico è coperto di sabbia e polvere e non troppo comodo. Torniamo alla nostra casa nubiana e cominciamo a programmare i giorni futuri. Non vogliamo più farci guidare completamente e passivamente dal nostro autista. Comincia a fare freddino

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