I grandi parchi Usa

Viaggio on the road su cabrio alla scoperta dei parchi: info pratiche

Diario letto 11783 volte

  • di aldo neirotti
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 3
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Domenica 18 settembre 2011

Finalmente è arrivato il gran giorno: sono le sette del mattino e si parte; Milano, forse dispiaciuta per la seppure momentanea separazione, ci lascia sotto un autentico diluvio. Alla Malpensa primo dramma: Marta ha dimenticato a casa la marca del passaporto e, senza di quella, addio viaggio; fortuna che un provvidenziale tabaccaio malpensino ne è provvisto! Secondo dramma: non sono stati prenotati i posti a sedere e l’aereo è pieno, così non ne troviamo tre in fila; pazienza, basta stare seduti. O Dio, seduti: compressi come tonno sott’olio; è un volo Alitalia o Nostromo? Inoltre saranno più di nove ore senza sigarette!

Finalmente alle quattordici di New York (ma le venti nostre) si atterra al Fitzgerald Kennedy con qualche minuto di anticipo, subito perso in attesa che l’aereo parcheggi, poi quasi un’ora all’immigrazione, dove ti guardano il passaporto col microscopio, e sei subito in ritardo per la coincidenza. Ritiriamo le valige ma siamo ancora al teminal tre, dove sarà mai il terminal otto? Qui è un gigantesco labirinto in cui parlano una lingua che, nonostante le vaghe assonanze con l’inglese, risulta pressoché incomprensibile. Grazie a Maurizio, che qualcosa capisce dei latrati degli indigeni, finiamo su un treno che ci scodella al terminal otto e da qui all’aereo per Los Angeles, che è in normale ritardo di un’ora: abbiamo corso come centometristi e adesso ci giriamo i pollici. Si riparte e, dopo altre sei ore e un quarto di volo senza sigarette, arriviamo nella città degli angeli che sono le ventuno e trenta locali, ma per noi le sei e mezzo del mattino. Sorpresa! Alla mia valigia deve piacere molto New York, visto che ha deciso di fermarvisi per qualche ora in più. Mi fa sapere che mi raggiungerà col prossimo volo. Semisvaligiati andiamo a ritirare la macchina: una splendida Crysler (ora Fiat) 200 cabrio praticamente nuova, con meno di 700 miglia. Si caricano le valige rimaste e facciamo conoscenza con Maria, la simpatica voce femminile del navigatore satellitare che ci indicherà le giuste strade. Sulle prime Maria è restia a svegliarsi ma, dopo qualche minuto di nostra apprensione, finalmente si desta e ci guida verso l’albergo, non dopo aver mangiato un panino in un drive in (cena o colazione?). Sono le ventitré e trenta locali, ma per il nostro orologio biologico le otto e mezzo del mattino, ora di svegliarsi più che di andare a dormire. L’albergo è decente, ma ho già visto di meglio e il guardiano notturno non è certo dei più svegli. L’orologio interno vince su quello al polso e non ho affatto sonno: alle tre del mattino esco a fare una passeggiata intorno all’isolato e al ritorno mi ricongiungo col mio bagaglio. Finalmente un po’ di sonno e cerco di dormire qualche ora.

Arrivo a Los Angeles. Miglia 696 Miglia 709 Miglia percorse 7 pari a Km 11

Lunedì 19 settembre 2011

Inizia l’avventura. Lasciamo Los Angeles sotto un cielo coperto e con un’aria frescolina. Prima lezione: qui i semafori sono dall’altra parte dell’incrocio e così se vai ad allinearti sotto il rosso come fai da noi, ti trovi fermo in mezzo alla strada con tutti che ti vengono addosso strombazzando; è una lezione che s’impara facile. Los Angeles non è una città, è una regione tutta piena di casette ad un piano attraversata da un groviglio di autostrade urbane a cinque o sei corsie. A prima vista non sembra interessante, ma approfondiremo la conoscenza alla fine del viaggio, se ne avremo tempo.

Sotto la sapiente guida di Maria riusciamo a districarci con sicurezza tra incroci e diramazioni e in tre quarti d’ora buoni a settantacinque miglia all’ora, sono i nostri centoventi, siamo fuori dalla sterminata città, sull’autostrada 15 diretta a nord verso Barstow. Ben presto l’autostrada si fa diritta come una fucilata. A Brastow lasciamo la 15 per la 40, erede della mitica Route 66, e filiamo ad est in direzione Kingman. Prima sosta in un distributore di benzina con annesso chioschetto dove vendono un sacco di porcherie, alimentari e non. Compro subito un cappellino dedicato alla Route 66 perché siamo dalle parti dei trenta gradi, il sole s’è fatto alto e, dentro la cabrio, picchia in testa; per sovraprezzo prendo anche una spilla da attaccarci sopra. Anche la 40 è piena di rettilinei ed attraversa un paesaggio che ricorda il bush africano: una spianata semirocciosa tra i seicento e mille metri sul livello del mare coperta da fitti cespugli rinsecchiti. Senza nemmeno accorgerci lasciamo la California ed entriamo in Arizona. Percorriamo, su una breve diramazione parallela all’autostrada, anche un tratto delle 66 “storica” (si fa per dire, compie quest’anno il suo ottantacinquesimo genetliaco e già l’hanno dismessa; che dire nostre delle vie consolari, con più di duemila anni sulle spalle?); una stradina stretta, ad una sola corsia per marcia e tutta piena di buche, una delusione. Dopo circa duecentotrenta chilometri, a Needles, lasciamo la 40 e, in direzione nord sulla 93, puntiamo verso l’ingresso ovest del Grand Canyon, meta della nostra giornata. Il paesaggio comincia a farsi ondulato, dapprima lievemente poi quasi aspro con profondi calanchi, mentre il termometro arriva a quaranta.

Quel che immediatamente mi stupisce di questa parte degli Stati Uniti è il nulla che ci circonda. Da noi una decina di secoli di storia avrebbe costellato i dintorni di castelli, torri, chiese, monasteri, paesini dalla case in sasso. Qui solo pianure e colline coperte di cespugli e qualche rada pianta, strade che non conoscono curve e che raramente incrociano altre strade anche loro dirette verso il nulla; percorri anche settanta, cento chilometri senza trovare traccia di vita umana, poi quattro baracche e, se hai fortuna, un distributore di benzina. Da cui la seconda lezione: quando vedi un benzinaio, anche se hai ancora mezzo serbatoio, fermati e fa il pieno.

Un nostro errore d’interpretazione della sagge parole di Maria ci porta fuori strada, a Chloride: duecentocinquanta abitanti in poche casupole che sembrano uscite da un film western, un paesino a 1200 metri di altitudine nato nel 1860 attorno ad una miniera d’argento, e le tre miglia di deviazione sulla strada 125 valgono alcune belle foto. Si torna sulla 93 e all’incrocio successivo si punta da est, sulla Diamond Bar Road, ventitre chilometri di comodo sterrato, fino al Gran Canyon West, nella riserva degli indiani Hualapai.

La riserva ci riserva una sorpresa: il costo

  • 11783 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social