Partenza il 25/6/2004 · Ritorno il 19/7/2004
Viaggiatori: fino a 6 · Spesa: Da 1000 a 2000 euro

WEST U.S.A.: come dentro a un film (Parte Seconda)

di LucaGiramondo - pubblicato il

Mercoledì 7 Luglio: Siamo giunti a metà di questo strepitoso viaggio e credo ormai di avere esaurito tutti gli aggettivi per descriverne le bellezze, ma non importa, vuol dire che mi “rassegnerò” ad essere ripetitivo.

Lasciamo la nostra stanza mentre apprendiamo dalle previsioni del tempo locali che l’umidità dell’aria è pari all’undici per cento ... e la nostra cara Pianura Padana ci sembra sempre più lontana.

Nei pressi di Moab si trova, oltre all’Arches, un altro parco nazionale, quello di Canyonlands. Per questo motivo partiamo, con tutti i bagagli al seguito, di nuovo in direzione nord lungo la Route 191. Ci lasciamo sulla destra l’ingresso di Arches e proseguiamo ancora qualche miglio per poi deviare sulla sinistra seguendo le indicazioni. Prendiamo a salire sulle alture e procediamo tranquilli fino a quando non ci accorgiamo di avere poca benzina per inoltrarci nel parco ... non abbiamo altra scelta: dobbiamo invertire la rotta e tornare a Moab, perdendo in questo modo parecchio tempo prezioso. Fortuna vuole, invece, che vi sia un’area di servizio poco oltre l’incrocio con la numero 191 e ciò ci permette di risolvere il problema in meno di un quarto d’ora.

Col pieno di carburante riprendiamo così la strada per Canyonlands. Prima di entrare nel parco nazionale effettuiamo però la piccola deviazione che ci porta al Dead Horse Point State Park.

Il minuscolo parco statale si estende su di alcune falesie che sovrastano il corso del Colorado e su di una in particolare: una sorta di promontorio, la cui parte più stretta, paragonabile ad un istmo, non supera i cento piedi (circa trecento metri) di larghezza.

Ai tempi del far-west i cow-boys usavano intrappolare qui le mandrie di cavalli selvatici per catturare facilmente gli esemplari migliori, mentre gli altri, lasciati liberi, normalmente se ne andavano. Un giorno, però, capitò inspiegabilmente che non trovarono la via d’uscita e lì morirono di sete ... Rinvenuti i resti dei malcapitati il luogo prese lo strano nome che ancora oggi porta: Dead Horse Point (Punto del cavallo morto).

Certo è una bella beffa morire di sete osservando il fiume che scorre, ma si trova seicento metri più in basso ed è praticamente irraggiungibile. Per noi, invece, il grandioso panorama sulle placide anse del Colorado è fonte di altre straordinarie emozioni, peccato solo che, nel frattempo, Federico metta fuori uso la seconda macchina fotografica di questo viaggio (prima la sua ed ora quella che gli aveva prestato il nonno) e scoppi una piccola tragedia ... Alla fine gliene compro una “usa e getta”, al centro visitatori, con la speranza che non faccia la stessa fine! Archiviata questa piccola disavventura riprendiamo la strada principale ed entriamo nel Canyonland National Park, vastissima area protetta, istituita nel 1964, alla confluenza fra il Colorado ed il Green River, che sulla carta geografica disegnano una “Y” individuando tre aree ben precise e distinte: a nord Island in the Sky, dove ci troviamo, a sud-ovest The Maze, accessibile solo ai mezzi fuoristrada, e a sud-est The Needles, dove andremo nel pomeriggio.

Island in the Sky (l’isola nel cielo) merita il nome che porta essendo un altopiano delimitato dai due fiumi che scorrono ben duecento piedi più in basso. La caratteristica principale di questa zona sono quindi gli ampi panorami, che si possono osservare dagli overlook disseminati lungo il bordo delle falesie, oggi però c’è il sole ma anche una densa foschia che ne sminuisce un po’ la spettacolarità.

Percorriamo tutta la strada asfaltata lungo la quale appaiono particolarmente accattivanti le viste che si godono dai punti panoramici di Green River, Buck Canyon e Grand View, con quest’ultimo più penalizzato dalla mancanza di visibilità a causa della sua vastità ... peccato. La cosa più bella alla fine risulta così essere il Mesa Arch, che raggiungiamo con un breve trail e che, ubicato in primo piano sul bordo del precipizio, incornicia mirabilmente il maestoso paesaggio retrostante.

Un po’ per colpa della foschia, un po’ per avere ancora negl’occhi le meraviglie di Arches lasciamo Island in the Sky non completamente soddisfatti, ma non drammatizziamo e continuiamo più che fiduciosi il nostro itinerario.

Rientrando verso Moab ci fermiamo a pranzare, come ieri, sulle rive del Colorado e mentre cammino col telefono cellulare in mano alla ricerca del segnale mi procuro una distorsione alla caviglia destra ... nulla di preoccupante, ma stavo meglio prima ... fra l’altro ora faccio il paio col nonno che ha male all’altro piede, il sinistro.

Convinti oramai di vivere quella che certo non sarà la miglior giornata del viaggio torniamo a seguire, questa volta verso sud, la Route numero 191. Incontriamo così l’interessante Wilson Arch, poi, in corrispondenza della strana Church Rock, deviamo a destra per raggiungere The Needles, la parte sud-orientale di Canyonland.

Prima di rientrare nel parco, però, ci fermiamo ad ammirare anche la straordinaria Newspaper Rock, che i Navajo chiamavano “la roccia che racconta storie”: un eccezionale concentrato di petroglifi in ottimo stato di conservazione incisi, nell’arco di due millenni, dagli indiani Anasazi. Il sito ha sicuramente meritato la sosta e, trovandosi proprio sulla strada per Canyonlands non ci ha fatto certo perdere tempo, poco dopo, infatti, varchiamo la porta d’ingresso a The Needles.

In questa zona, al contrario di Island in the Sky, siamo sul fondo del canyon e prima di tutto ci rechiamo, seguendo un breve sterrato, a Cave Spring, laddove in una cavità della roccia, ancora arredata con mobili scalcagnati, hanno vissuto fino al 1975 alcuni autentici, rozzi cow-boys. Imbocchiamo quindi la pista che s’insinua, fra belle formazioni rocciose, verso le cosiddette alture di Elephant Hill e giunti, dopo qualche miglio, ad un’area di sosta torniamo indietro perché il tracciato si fa impraticabile e riservato ai soli mezzi fuoristrada. Intravisto, in lontananza, lo stranissimo Wooden Shoe Arch (che assomiglia ad un’enorme scarpa) raggiungiamo, infine, Big Spring Canyon Overlook, fra suggestivi pinnacoli rocciosi che assomigliano vagamente a tanti funghi.

Terminata la visita a Canyonlads attraversiamo le asperità montuose della Manti - La Sal National Forest e, giunti nel paese di Monticello, imbocchiamo la Strada numero 666, che dopo poche decine di miglia lascia lo Utah per entrare nello stato del Colorado. Il paesaggio cambia radicalmente con incredibile rapidità: non più arido ma verdissimo e con campi coltivati a perdita d’occhio, non più disabitato ma con ridenti fattorie sparse ovunque. Arriviamo così nella cittadina di Cortez, dove prendiamo alloggio al Best Western Sands.

Per cena riusciamo a trovare un buon piatto di pasta (all’italiana!) ... meno buone sono, invece, le condizioni della mia caviglia, che si è visibilmente gonfiata e mi dà qualche fastidio, cerco però di non attribuirgli importanza e di pensare, soprattutto, a quanto di bello abbiamo ancora da vedere in questo viaggio negli States.

Giovedì 8 Luglio: Dopo qualche giorno di caldo intenso questa mattina, invece, fa piuttosto fresco e in cielo c’è anche qualche nuvola di troppo.

Lasciamo Cortez verso est, seguendo la Route 160, e dopo poche miglia svoltiamo sulla destra per entrare nel Mesa Verde National Park che, istituito quasi cento anni fa, nel 1906, è entrato a far parte, nel 1978, anche del patrimonio mondiale dell’umanità, sotto l’egida dell’Unesco. Battezzato dagli spagnoli “l’altopiano verdeggiante”, il parco domina tutto il sud-ovest del Colorado da seicento metri d’altezza ed entro i suoi confini, spesso nascosti fra i canyon, si trovano alcuni fra i più spettacolari e meglio conservati esempi di antichi villaggi indiani Anasazi. La tribù s’insediò a Mesa Verde già nel VI secolo d.C. E, inizialmente nomade, crebbe velocemente con l’introduzione dell’agricoltura e della pastorizia. Intorno al 1200, per ragioni oscure, gl’insediamenti si trasferirono dall’altopiano ai canyon e alla fine del XIII secolo l’intera civiltà Anasazi, per motivi misteriosi, scomparve dai territori, così l’esistenza dei villaggi si perse nella memoria dei tempi, fino alla più classica delle scoperte casuali ad opera di alcuni cow-boys.

Oltrepassata la porta di accesso al parco cominciamo a salire, un tornante dopo l’altro, sull’altopiano che, a dispetto del nome, è più nero che verde, devastato, non molto tempo fa, da un vastissimo incendio ... Per fortuna, però, le pietre non bruciano e almeno le rovine dei villaggi indiani dovrebbero essersi salvate! Arriviamo al centro visitatori e prenotiamo le visite (purtroppo solo guidate) ai due siti archeologici più importanti: scenderemo così alle 10:00 a Balcony House e alle 12:00 a Cliff Palace.

Ci avviamo lungo la strada che segue il bordo di una forra rocciosa e ci fermiamo nel punto in cui parte il sentiero che conduce al primo dei due insediamenti. Lì troviamo ad aspettarci il ranger incaricato di accompagnarci nella visita e alla 10:00 in punto cominciamo a scendere lungo la parete del canyon. In breve ci ritroviamo, in una rientranza delle falesie, fra le suggestive rovine di Balcony House. Saliamo e scendiamo da vertiginose scalette, di legno o scavate nella roccia, affrontiamo angusti passaggi (anche in ginocchio) e il piccolo si diverte tantissimo (meno Sabrina che ha paura del vuoto) ... peccato solo che, a causa del nostro pessimo inglese, non riusciamo a capire le spiegazioni della guida ... Lui invece intuisce che siamo stranieri e al termine della visita regala un distintivo da ranger a Federico, il quale, sprizzando gioia da tutti i pori, immediatamente se lo punta con orgoglio sul petto.

Riguadagnata l’auto ci spostiamo, di poche centinaia di metri, nel punto di partenza per Cliff Palace e scendiamo, fin sul bordo del canyon, al punto di ritrovo. Già da lì si ha una splendida prospettiva del sito: il più famoso e suggestivo del parco, che, abbarbicato in un’ampia cavità rocciosa sotto il bordo della falesia, è composto da oltre duecento stanze e risulta essere la più vasta costruzione trogloditica di tutto il nord-america.

Anche questa volta ci avviamo puntuali, in compagnia di una ranger, alla scoperta delle rovine e vaghiamo per quasi un’ora fra le antiche pietre, che formano le abitazioni e gli enigmatici “kivas” (locali circolari e sotterranei nei quali si svolgevano i riti religiosi). Risaliamo percorrendo stretti e ripidi passaggi e, riconquistata la sommità dell’altopiano, ci mettiamo alla ricerca di un luogo nel quale consumare il nostro solito, veloce pranzo a base di sandwich ... e in men che non si dica siamo pronti a riprendere la visita.

Ci fermiamo a vedere il sito di Spruce Tree House, solo dall’alto però, nonostante le rimostranze di Federico che, galvanizzato dalle esplorazioni della mattinata, ora vorrebbe intrufolarsi in ogni dove, poi seguiamo il nastro d’asfalto denominato Mesa Top Loop Road, lungo il quale possiamo osservare, soprattutto, il punto panoramico sull’interessante Square Tower House e il Sun Point Overlook, dal quale si vede in lontananza, sull’altro lato del canyon, l’impareggiabile Cliff Palace. Concludiamo, infine, la visita al Mesa Verde National Park con una veloce carrellata dei siti minori, dislocati un po’ ovunque lungo la strada che torna al visitor centre.

Usciti dal parco e passati nuovamente da Cortez, percorriamo la Highway numero 160 verso sud-ovest fino ad entrare in terra Navajo, mentre il paesaggio torna ad essere arido e semidesertico. La più vasta riserva indiana degli States è quasi una nazione, con una propria legislazione e con forze di polizia autonome ... addirittura con un proprio fuso orario, e si estende più che altro nella parte nord-orientale dell’Arizona, ma tocca, con le sue propaggini, altri tre stati. Il caso vuole che ci sia un punto (l’unico del genere negli Stati Uniti, ma non me ne vengono in mente altri nel mondo) nel quale questi quattro stati si toccano: è il Four Corner, dove arriviamo circa a metà del pomeriggio. Gli indiani hanno, giustamente, pensato di sfruttare economicamente il luogo, così, pagato il biglietto d’ingresso, possiamo fare le foto di rito laddove, in mezzo al nulla, Colorado, New Mexico, Utah e Arizona s’incontrano, poi, dopo un’occhiata alle bancarelle Navajo che si trovano tutt’intorno, riprendiamo la nostra strada.

Viaggiamo per un buon tratto in Arizona, poi entriamo nuovamente nello Utah e in meno di due ore, lasciandoci alle spalle la nazione Navajo, raggiungiamo la cittadina di Blanding, dove passeremo la notte.

Prendiamo alloggio al Best Western Gateway Inn e concludiamo questa interessante giornata, di visite a tema leggermente diverso dal solito, in una Steakhouse, pasteggiando con una deliziosa bistecca americana.

Venerdì 9 Luglio: Stando alle previsioni non dovrebbe essere una giornata eccezionale dal punto di vista meteorologico, infatti già dalle prime ore del mattino alcune nuvole alte e sottili offuscano leggermente il sole, ma non disperiamo e contiamo sul fatto che migliori.

Partiamo poco dopo le 8:00, come al solito, imboccando la Route numero 95 in direzione ovest e dopo circa quaranta miglia entriamo nel Natural Bridge National Monument. Il piccolo parco, nato nel 1909 grazie al presidente Roosevelt e al precedente interessamento del National Geographic, si estende in una zona solcata da alcuni corsi d’acqua, che facendosi strada fra le rocce hanno formato, col tempo, alcuni suggestivi ponti naturali. Una strada a senso unico corre lungo il bordo di un canyon alla cui base si trovano queste incredibili opere d’ingegneria della natura.

Il primo ponte che incontriamo è il Sipapu Bridge, situato a scavalcare l’alveo del fiume, sul fondo della forra, ad almeno 150 metri di dislivello sotto il nostro attuale punto di osservazione. Un irto sentiero, sul quale proviamo ad avventurarci, lo raggiunge, ma superati alcuni suggestivi passaggi e giunti circa a metà cammino ci rendiamo conto che non vale la pena continuare perché, comunque, la visuale non migliorerebbe, così ci accontentiamo di scattare una foto da lontano e poi torniamo sui nostri passi.

Più avanti, seguendo il percorso asfaltato che fa il giro del parco, incontriamo il Kachina Bridge che, essendo il meno scenografico e il più distante (oltre due chilometri), ci accontentiamo di vedere dal parcheggio panoramico.

Il terzo e ultimo ponte naturale è l’Owachomo, che andiamo a vedere scendendo lungo il breve sentiero che giunge fino alla sua base. La luce è buona e il cielo finalmente azzurro, così ce lo godiamo da tutte le angolazioni camminando nell’alveo del fiume, che in questa stagione è completamente in secca.

Anche la visita al Natural Bridge National Monument, tutto sommato, è stata positiva e, usciti dal parco, riprendiamo il nostro viaggio imboccando la Strada numero 261 che corre verso sud solcando quello che sembra essere un vasto altopiano. Ad un certo punto svoltiamo sulla destra lungo uno sterrato che, seppur privo di indicazioni, dovrebbe portarci a Muley Point. Infatti, dopo una manciata di miglia, arriviamo ad un piazzale dove lasciamo l’auto: facciamo pochi passi e di fronte a noi si apre una vista a dir poco mozzafiato. Il panorama è vastissimo e domina il fantastico scenario roccioso disegnato dalle anse del San Juan River, con in lontananza gl’inconfondibili picchi della Monument Valley ... Ci si sente come sul tetto del mondo, peccato solo che la giornata non sia perfetta dal punto di vista meteorologico, con troppe nuvole e un po’ di foschia.

Non è facile lasciare Muley Point, ma dobbiamo farlo e una volta riguadagnata la Route 261 scendiamo nella vallata sottostante percorrendo il vertiginoso Moki Dugway, un tratto di strada non pavimentato e tortuosissimo che digrada rapidamente avvinghiato alle pareti di quello che sembra essere un enorme scalino geologico.

Al termine della discesa riappare l’asfalto e poco dopo incontriamo le indicazioni che ci portano al minuscolo Goosenecks State Park mentre purtroppo le nuvole sono aumentate ed ora sono molto più numerose degli sprazzi di sereno. Il parco statale, poco più grande di un parcheggio, è un magnifico punto panoramico che si affaccia su di alcune serpeggianti e spettacolari anse del San Juan River. Decidiamo di fermarci lì a pranzare, con la speranza che, nel frattempo, le condizioni meteo migliorino ... invece succede tutto il contrario e quando ci rimettiamo in marcia il cielo è quasi completamente coperto di nubi.

L’ultimo raggio di sole ci viene concesso per fotografare la curiosa Mexican Hut Rock, nei pressi dell’omonimo centro abitato, poi rientriamo in terra Navajo e mentre viaggiamo sulla mitica Route 163 verso la Monument Valley, uno dei luoghi più suggestivi d’America, il cielo si fa completamente grigio ... Che disdetta: il morale finisce all’improvviso sotto ai tacchi e mi lascio sfuggire qualche imprecazione allorquando, di fianco a noi, sfilano quei leggendari picchi, sempre visti in fotografia sullo sfondo di cieli tersi, oggi, nel grigiore più assoluto. Non ci sfiora neanche l’idea di entrare nel parco e proseguiamo fino alla cittadina di Kayenta, dove siamo alloggiati all’Holiday Inn, nella speranza di poter fare la visita domani mattina con il sole e con la certezza di perdere, comunque, uno dei più classici e spettacolari tramonti del far-west.

Ironia della sorte a Kayenta filtra ancora qualche raggio di sole, così ci concediamo un po’ di relax sui bordi della piscina, fino a quando, anche lì, le nuvole non prendono il sopravvento, allora si alza un forte vento e la sabbia comincia a volare ovunque, con la visibilità che si riduce a poche centinaia di metri. Ci ritiriamo in camera confidando nella buona sorte e quando usciamo per cena notiamo ad ovest un beneaugurate squarcio di cielo azzurro ... speriamo che si allarghi, lasciando il posto ad una mattinata limpida ... e con quest’idea in testa mettiamo la parola fine su di una giornata non certo brutta, ma piuttosto travagliata.

Sabato 10 Luglio: Sole!!! ... C’è il sole! ... e carichi di nuovo entusiasmo partiamo per visitare, finalmente, la Monument Valley! Già lungo il tragitto che precede il luogo tutto ci sembra più bello, inondato com’è dalla luce che ne esalta e ravviva i colori, poi quando arriviamo su di un tratto di strada rettilineo, con l’orizzonte caratterizzato da quegl’inconfondibili pinnacoli, ci balza alla mente la scena di un famoso film (Forrest Gump), che qui è stato girato ... ma è solo uno dei tanti! La fama del luogo è, infatti, indissolubilmente legata a quella di Hollywood, visto l’altissimo numero di pellicole che vi sono state ambientate, soprattutto film western come “Ombre rosse” o “Il massacro di Fort Apache”, pietre miliari di questo genere, dirette dal celeberrimo John Ford ed interpretate dal mitico John Wayne.

Alle 9:00 in punto siamo di fronte alla porta d’ingresso della Monument Valley, che trovandosi all’interno di una riserva indiana non è un parco nazionale bensì un Navajo Tribal Park, mantenuto e gestito esclusivamente dai pellerossa, che ne sono i legittimi proprietari (alcuni addirittura vi abitano).

Quella che, non avendone le caratteristiche, viene chiamata impropriamente valle si visita mediante uno sterrato, che tocca tutti i punti di maggiore interesse e che anche noi, ovviamente, ci apprestiamo a percorrere.

Appena entrati si parano davanti ai nostri occhi le famosissime conformazioni rocciose chiamate East, West e Merrick Butte: semplicemente fantastiche, ma sono controsole e le fotograferemo al ritorno, quando ci fermeremo con la giusta luce anche al John Ford’s Point. Per il momento osserviamo le scenografiche Three Sisters, con un somarello in primo piano che sembra essere stato messo lì apposta, a brucare le sparute sterpaglie che crescono, eroicamente, in una terra rossa come il fuoco.

Arrivati ad una biforcazione seguiamo il tracciato sulla destra, che si fa a senso unico, e c’inoltriamo nel cuore della Monument Valley, fra scenari di grande suggestione e d’incommensurabile bellezza, fino a raggiungere il cosiddetto Artist’s Point, dove la vista sull’immensa, coloratissima, distesa sabbiosa e i maestosi monoliti riesce quasi a togliere il fiato. Che cosa dire poi della North Window e della sua incantevole prospettiva con la strana roccia chiamata The Thumb (il pollice), nelle vicinanze, a caratterizzare un altro splendido scorcio panoramico.

Dopo due ore di entusiasmante visita chiudiamo il cerchio e arriviamo al John Ford’s Point: la vista anche da qui è sublime, con in primo piano la rupe, destinata all’eroe e al suo destriero, che domina il meraviglioso caos di picchi rocciosi retrostante ... Per un dollaro, sul posto, c’è anche un indiano che offre la possibilità di scattare una foto, su questo incredibile sfondo, in groppa ad un docile cavallo, e Federico ma soprattutto il nonno (appassionato di film western) ne approfittano e non se la lasciano sfuggire.

La mattinata è letteralmente volata via e lungo la strada che conduce all’uscita siamo continuamente fermi a scattar fotografie: la Monument Valley è proprio uno dei luoghi più fotogenici del pianeta e l’indice della mano destra ormai è rovente. Non riusciamo proprio ad andarcene: ora, con la giusta luce, i tre Butte visti dal centro visitatori sono straordinari, manca solo la diligenza che corre all’impazzata inseguita dagl’indiani e il quadro è completo! Intorno alle 13:00 usciamo dal parco e ci fermiamo a pranzare in un’area attrezzata attigua al visitor centre, poi, a malincuore, lasciamo questo magnifico luogo ... e tante grazie a Manitù, o chicchessia, per la bellissima mattinata.

Transitiamo nuovamente da Kayenta, dove vediamo un singolare incidente (proprio sulla strada principale dell’abitato giace a terra, privo di vita, un asino, forse travolto da un camion), poi ci lasciamo sulla destra la deviazione per il Navajo National Monument di Betatakin, che abbiamo dovuto tralasciare per vedere, questa mattina, la Monument Valley, e dopo aver percorso oltre duecento chilometri in territorio indiano arriviamo, poco oltre il suo confine nord-occidentale, nella cittadina di Page.

Lasciamo le valige in camera al Best Western at Lake Powell e ci rechiamo a vedere proprio il Lake Powell: enorme lago artificiale, che si estende fra gli stati dello Utah e dell’Arizona, formatosi in seguito alla costruzione, negl’anni cinquanta, della Glen Canyon Dam, la diga che sbarra il corso del fiume Colorado.

Il bacino impiegò ben diciassette anni a riempirsi e, conteggiando le sue innumerevoli ramificazioni, ha uno sviluppo costiero di ben 3150 chilometri ... gli americani fan sempre le cose in grande! Oltrepassata la diga entriamo nella Glen Canyon National Recreation Area (anche qui serve il Golden Eagle Pass, che è una vera e propria manna) e prendiamo a seguire le rive del lago, che con le loro calde tonalità contrastano magnificamente con l’azzurro intenso dell’acqua. Arriviamo così alla Wahweap Marina, da dove salpano quasi tutte le imbarcazioni che solcano la parte meridionale del grande bacino lacustre: siamo alla ricerca della compagnia che effettua le gite sul lago, così da prendere informazioni circa quella che raggiunge il celeberrimo Rainbow Bridge, ma non la troviamo. Allora torniamo a Page e lì, tramite un’agenzia, prenotiamo la salatissima escursione (circa cento dollari a testa!) per domani alle 12:00 ... speriamo solo ne sia valsa la pena.

Trascorriamo un po’ di tempo in piscina, con Federico galvanizzato dalla presenza della vasca idromassaggio, e in serata consumiamo una buona cena da Denny’s, concludendo così una giornata che entrerà, a pieno merito, nella hit-parade dei nostri ricordi.

Domenica 11 Luglio: Page come Kayenta, da dove proveniamo, si trova in Arizona, ma Kayenta, in terra Navajo, adotta l’ora legale e l’Arizona no, così, sistemate le lancette dell’orologio più indietro, usufruiamo di una piacevole ora di sonno in più.

Dopo colazione torniamo però entro i confini della riserva, ci spostiamo, infatti, di poche miglia fuori Page al punto di partenza per l’escursione all’Antelope Canyon. Paghiamo il biglietto, che da accesso al luogo, agl’indiani presenti sul posto e poco dopo ci troviamo a sedere nel cassone di un autocarro predisposto per il trasporto dei turisti, in compagnia di quattro tedeschi, a correre sul letto di un torrente in secca. Il polveroso viaggio dura non più di dieci minuti, fin quando arriviamo nel punto il cui l’alveo, improvvisamente, sembra ostruito da uno spesso strato roccioso ... e invece non lo è. Lì ci fermiamo perché solamente a piedi si può accedere all’incredibile Antelope Canyon, che, scoperto casualmente nel 1931 da una pastorella Navajo, è una “sciabolata nell’arenaria”, o meglio, una fessura lunga duecento metri e larga due scavata magistralmente, nei periodi di pioggia, dal flusso delle acque.

Cominciamo ad inoltrarci nella forra con l’autista, munito di torcia, che ci precede a controllare il fondo sabbioso del canyon nel quale potrebbe anche nascondersi una tarantola, che ama questo tipo di ambiente. Sarebbe meglio effettuare la visita nelle ore centrali della giornata, con la luce del sole quasi allo zenit, ma abbiamo l’appuntamento con la barca sul Lago Powell e dobbiamo accontentarci ... se quanto stiamo vedendo vuol dire accontentarsi. Non riusciamo ad immaginarci come sia il luogo a mezzogiorno, ma già a quest’ora è strepitoso! Restiamo immersi per una buona mezzora in un mondo surreale fatto di rocce contorte, striate e levigate ... gialli, rossi, ocra ... pennellate di colore senza un senso logico ... onde di arenaria che sembrano foulard mossi dal vento ... tutto sembra un sogno, una fantastica allucinazione, e invece è realtà! Quando torniamo all’aria aperta, sotto al cielo terso dell’Arizona, ancora non riusciamo a credere che possa esistere in natura qualcosa del genere e allibiti, con la mente ancora annebbiata dai “fumi” dell’Antelope Canyon, torniamo a sedere su quello sconquassato automezzo che ci riporta, in balia del tracciato sconnesso, al punto di partenza.

Riguadagnata la nostra auto torniamo in direzione di Page, oltrepassiamo la cittadina e giungiamo, in perfetto orario, alla Wahweap Marina, da dove salperemo alla volta del Rainbow Bridge.

Ci consegnano un triste cestino con dentro il pranzo e, qualche minuto dopo le 12:00, prendiamo il largo sulle placide acque del Lake Powell il cui livello, abbondantemente sotto lo standard, creando alcune secche, ci obbliga a seguire una rotta più lunga e i chilometri da percorrere saranno certamente di più dei normali ottanta.

Nella parte iniziale la vista, racchiusa entro le rive piuttosto ravvicinate, è bella ma non eccezionale, poi quando il lago si apre il paesaggio si fa maestoso e contornato da fantasiosi picchi, che sembrano emergere da quel fluido verdazzurro sul quale la nostra barca scivola placidamente. Già, in questo viaggio, avevamo visto splendidi scenari di terra e cielo ... ora si è aggiunta anche l’acqua e la sinfonia degli elementi è sublime ... manca solo il fuoco, ma probabilmente è stato all’origine di tutto questo.

Viaggiamo per quasi tre ore, mentre scorrono ai lati dell’imbarcazione, come fossero tanti fotogrammi di un documentario, le incantevoli sponde del lago, quindi, ad un certo punto, imbocchiamo, sulla destra, il canyon che porta al Rainbow Bridge.

La barca ora scorre lentamente fra due alte e contorte pareti di roccia, risalendo una sorta di fiordo strettissimo e sinuoso ... L’intero contesto sembra irreale, costruito apposta per stupire, e invece è tutto incredibilmente vero! Giungiamo fin dove la quantità d’acqua lo permette, poi attracchiamo e scendiamo a terra percorrendo un lungo pontile, mentre non possiamo fare a meno di notare gli enormi pesci che si aggirano nelle acque del lago, accorsi in gran quantità al nostro arrivo.

Il Rainbow Bridge, dichiarato monumento nazionale nel 1910, è un gigantesco arco naturale di pietra alto ottantatré metri e, a detta del ranger presente sul posto, sei anni or sono si raggiungeva praticamente in barca. Il livello del lago, nel frattempo, è però sceso di oltre trenta metri e oggi, per vederlo, bisogna camminare, fra andata e ritorno, quasi un’ora.

Il sole da queste parti non scherza così, muniti di uno spruzzino per bagnarci offerto dai rangers, c’incamminiamo nell’allucinante calura pomeridiana e, faticando forse meno del previsto, giungiamo al cospetto di quella strabiliante opera della natura. Il “Ponte arcobaleno” ha una forma così perfetta da sembrare il frutto di un progetto ben preciso, e, immersi nel silenzio della vallata, restiamo incantati ad osservare l’operato di quell’architetto divino. Rainbow Bridge è un luogo carico di misticismo e addirittura sacro per il popolo Navajo, infatti, proprio per questo motivo, non ci si può passare attraverso, ma non serve farlo: si può osservare l’arco dalla giusta distanza rispettando così le tradizioni indiane.

Tornati all’imbarcazione, nell’attesa di riprendere il largo, soffermiamo la nostra attenzione sulla solita, impeccabile, organizzazione americana: il blocco dei servizi igienici (che non manca mai!) è posto su di una zattera che viene spostata in relazione al livello dell’acqua ... è a dir poco ingegnoso! Il ritorno, seppur di tre ore come l’andata, è sublime, attraverso quei meravigliosi paesaggi nella calda luce del tardo pomeriggio e senza quasi rendercene conto ci ritroviamo a Wahweap Marina.

Estasiati, per l’eccezionale esito della giornata, facciamo rientro al Best Western e ci prepariamo ad uscire per cena ... La serata trascorre tranquilla e ben presto ci ritiriamo in camera: domani torneremo in terra Navajo e questa volta l’ora di sonno ci verrà a mancare ... A non mancare mai sono invece le straordinarie sensazioni che questi luoghi, quotidianamente, ci offrono.

Lunedì 12 Luglio: Dopo la sosta di due notti a Page siamo di nuovo pronti a partire con tutti i bagagli al seguito. Prima di lasciare definitivamente la camera ci rechiamo però a vedere le ultime cose nei dintorni.

Ci fermiamo a fotografare, con la giusta luce la Glen Canyon Dam, poi, seguendo per alcune miglia la Highway 89, giungiamo ad un parcheggio dal quale parte un sentiero che in circa un chilometro porta al cosiddetto Horseshoe Bend.

Il punto panoramico denominato “La curva a ferro di cavallo” altro non poteva essere che una spettacolare ansa del Colorado, che in questa zona, a valle della diga, è tornato ad essere nuovamente fiume ... Sono solo le 9:00 e fa già un caldo infernale. Restiamo per un po’ ad osservare lo spettacolo di quell’alveo contorto, bordato di verde, che passa fra due ali di nuda roccia, nell’aspro e desolante paesaggio che si estende tutt’intorno a perdita d’occhio, poi torniamo all’auto e subito dopo in hotel a recuperare le valigie.

Riprendiamo a seguire la Strada numero 89, oltrepassiamo il parcheggio di Horseshoe Bend, e proseguiamo verso sud fino ad effettuare una deviazione che ci porta di nuovo al cospetto del Colorado e di due spettacolari ponti che lo attraversano: di fianco a quello più recente si trova il Navajo Bridge che, costruito nel 1929, è monumento storico e, attualmente, a carattere solo pedonale.

Oltrepassato il primo dei due ponti scendiamo poi fino a Lees Ferry, nel punto in cui, alla fine del XIX secolo, operava l’unico traghetto sul fiume Colorado nel raggio di oltre cento chilometri, e lungo il tragitto incontriamo, poco oltre il ciglio della carreggiata, due stupefacenti rocce a forma di fungo.

Riguadagnata la Route 89 proseguiamo verso sud all’interno della riserva Navajo e, vista l’ora, ci mettiamo alla ricerca di un posto dove pranzare, ma gli alberi sembrano proprio non esistere in questo angolo d’America. Fa un caldo allucinante e ci fermiamo in un assolato parcheggio lungo la strada, mantenendo accesa per tutto il tempo l’auto e, naturalmente, l’aria condizionata. In questo modo perdiamo pochissimo tempo e ripresa la marcia ci fermiamo, dopo poche miglia, immediatamente prima dell’abitato di Tuba City, nella località di Moenkopi, alle sorprendenti Dinosaur Tracks.

Un indiano, per dieci dollari, ci fa da guida attraverso un tavolato roccioso, alla scoperta di alcune evidenti tracce lasciate dai dinosauri in quella che, probabilmente, 160 milioni di anni fa era una zona paludosa ... non certo oggi, visto che ci saranno almeno quaranta gradi e l’unica acqua presente nei dintorni è quella che versiamo dentro alle orme, per metterle in evidenza. Durante la breve ma interessante visita la guida Navajo ci fa notare anche i resti fossilizzati di uno scheletro e quelli di un uovo, che per metà affiora dallo strato di arenaria nel quale si trova.

Emersi dall’era Mesozoica imbocchiamo la Strada numero 264 e, non trovate (ammesso che ci fossero) le indicazioni per il Coal Mine Canyon, entriamo in territorio indiano Hopi, mentre il cielo si va rapidamente annuvolando e di lì a poco comincia addirittura a piovere. In questa strana riserva è vietato fotografare ma, forse complici le improvvise e cattive condizioni meteorologiche, non ce n’è bisogno ... e il livello d’interesse della giornata, dopo i picchi dei giorni scorsi, scema drasticamente.

C’immettiamo sulla Highway numero 191 e viaggiando in direzione nord arriviamo nella cittadina di Chinle, dove prendiamo alloggio nel locale Holiday Inn. In camera ci sono solo due “queen size” e noi siamo in cinque, ma la cosa non ci preoccupa perché li uniamo e ne ricaviamo un unico grande letto, per la gioia di Federico ... A preoccuparci sono invece le condizioni del tempo, che questa sera sono tutt’altro che buone: grossi nuvoloni invadono tutto il cielo e speriamo che la notte se li porti via.

Martedì 13 Luglio: Il cielo, grazie a Dio, si è ripulito da quelle odiose nuvole ed ora splende un magnifico sole, così possiamo dare il via alla visita del Canyon de Chelly National Monument. Il parco include, oltre al canyon da cui prende il nome, anche il cosiddetto Canyon del Muerto, e insieme le due ramificazioni formano, sulla cartina geografica, una “V” stesa su di un fianco, che nella realtà incide profondamente un vasto altopiano sedimentario creando scenari di grande suggestione. La particolarità di questi canyon è però quella di essere abitati da oltre 1500 anni e le tracce di antichi insediamenti, come a Mesa Verde, sono sparse un po’ ovunque, infatti, il National Monument fu istituito, nel 1931, proprio allo scopo di preservare i numerosi siti archeologici presenti, oltre che, naturalmente, per la bellezza dei paesaggi.

Il nostro hotel si trova a meno di un miglio dall’ingresso, così già prima delle 9:00 siamo a vedere i primi overlook lungo la Strada numero 7, che corre, nella zona meridionale del parco, sul bordo del Canyon de Chelly.

Al White House Overlook ci fermiamo e, parcheggiata l’auto, cominciamo a scendere seguendo l’unico sentiero che permette (senza guida) di raggiungere il fondo del canyon. Il percorso, che s’intravede sotto di noi, digrada a stretti tornanti e il pensiero di doverlo affrontare, al ritorno, in salita è disarmante, ma non ci perdiamo d’animo e continuiamo a scendere nella pace e nel silenzio più assoluti, fra quelle suggestive falesie di arenaria rossastra.

In circa mezzora giungiamo di fronte alla White House, che non ha nulla a che vedere col presidente Bush e con Washington, ma è un antico villaggio indiano abbarbicato alle strapiombanti pareti del canyon: probabilmente il più bel rudere di Chelly. Purtroppo però al mattino è tutto in ombra e sarebbe stato meglio fare l’escursione nel pomeriggio, ma dobbiamo accontentarci. Scattiamo ugualmente qualche foto e poi ci dedichiamo alla risalita, mentre il caldo comincia a farsi sentire.

Riconquistata, faticando forse meno del previsto, la parte superiore del canyon torniamo in hotel, dove avevamo lasciato i bagagli causa i forti rischi di furti nella zona (diversi cartelli disseminati nel parco mettono in guardia da questo) e, dopo una provvidenziale rinfrescata, ripartiamo alla scoperta del Canyon de Chelly.

Seguiamo di nuovo la strada del South Rim mentre diverse nuvole, che si vanno addensando in cielo, ci obbligano a fare una corsa (sfidando i severi limiti americani) per riuscire ad arrivare allo Spider Rock Overlook (il più bello del parco) con la presenza del sole. Dal belvedere si domina un ampio tratto del canyon dal cui fondo emergono le due strabilianti torri di Spider Rock che, trovandosi in territorio indiano, possono essere paragonate ad un enorme totem ... La vista è certamente spettacolare e da sola vale la visita al Canyon de Chelly.

Tornando verso l’ingresso del parco dedichiamo qualche minuto all’interessante Sliding House Overlook, caratterizzato anche da alcune rovine incastonate fra le falesie, e giunti al centro visitatori ci fermiamo a pranzare in un’area attrezzata.

Rifocillati, nel primo pomeriggio, riprendiamo il nostro viaggio seguendo, questa volta, il North Rim, che costeggia il Canyon del Muerto. Anche lungo questa strada s’incontrano diversi punti panoramici, fra i quali spicca, per l’eccezionale vista, l’Antelope House Overlook.

Conclusa la visita, sotto molti aspetti positiva, al Canyon de Chelly National Monument aggiriamo il parco da est e scendiamo verso sud seguendo la Strada numero 12, che per un breve tratto entra anche nello stato del New Mexico, poi, tornati in Arizona, arriviamo nella città di Window Rock, capitale ufficiale della nazione Navajo (quella ufficiosa è Gallup, nel New Mexico, fuori dalla riserva e dal proibizionismo indiano riguardo gli alcolici). Window Rock però è anche il nome di una conformazione rocciosa, che ci rechiamo a vedere alla periferia dell’abitato. E’ una suggestiva finestra, dalla forma quasi circolare, scavata nella montagna, una sorta di gigantesco oblò oltre al quale possiamo osservare l’azzurro del cielo, prima di tornare a macinare le miglia che ci restano da percorrere per chiudere la tappa.

Da Window Rock, viaggiando verso ovest lungo la Route 264, giungiamo nel villaggio di Ganado, dove ci rechiamo a vedere un luogo storico. L’Hubbell Trading Post è la più vecchia attività commerciale esistente in terra Navajo e, aperta nel 1878 da tale John Lorenzo Hubbell, è rimasta attiva fino al 1967, anno in cui è passata sotto l’egida dei parchi nazionali. Il posto, fra l’altro, è apparso più volte anche nei celebri fumetti di Tex Willer, la cui famiglia, nella realtà, viveva proprio da queste parti. Purtroppo però chiude alle 18:00 e noi arriviamo solo dieci minuti prima, così siamo costretti a fare una visita estremamente superficiale ... peccato, perché il sito avrebbe meritato qualche attenzione in più.

Lasciato verso sud il territorio Navajo e sistemate, di conseguenza, le lancette dell’orologio indietro di un’ora, giungiamo infine nella cittadina di Holbrook, dove prendiamo possesso delle nostre camere presso il locale Motel 6. Sulla carta geografica questa era segnata come una grossa città ed è disarmante vedere le sue dimensioni reali, ma ce ne faremo una ragione ... usciamo per cena in uno squallido Mc Donald (forse la peggiore catena di fast-food degli States), mentre in lontananza scoppia un temporale: le condizioni meteorologiche non sono ottimali e speriamo migliori, come al solito, durante la notte, perché domani ci aspetta la visita di un parco nazionale particolarmente interessante.

Mercoledì 14 Luglio: Anche questa notte ha funzionato: il tempo si è aggiustato e quando usciamo dalla nostra stanza il cielo è azzurro e splende un bel sole.

Facciamo colazione da Denny’s poi, grazie alla collaborazione della ragazza addetta alla réception, riusciamo a confermare telefonicamente l’attesa escursione di domani, in elicottero, sul Grand Canyon, e più tranquilli possiamo dare il via a questa giornata.

Percorriamo un breve tratto di Interstate numero 40 verso est, fino a giungere all’uscita per il Petrified Forest National Park. Il parco, istituito già nel 1906 come National Monument per preservare la zona con la più alta concentrazione al mondo di tronchi fossili, è diventato National Park nel 1962 e comprende al suo interno anche tracce di insediamenti Anasazi e paesaggi estremamente interessanti dal punto di vista geologico.

Oltrepassato l’ingresso nord subito si parano davanti ai nostri occhi le incredibili colline rosso vermiglio spruzzate di bianco del Painted Desert, che possiamo osservare da più punti panoramici disseminati lungo il percorso. Fra tutti quello secondo noi più accattivante è forse Chinde Point, una sorta di passerella naturale protesa sulle variopinte conformazioni.

Seguendo la strada del parco, che scavalca la Interstate e si dirige a sud, ci lasciamo sulla sinistra i ruderi di un pueblo indiano e ci fermiamo poco più avanti sulla destra per vedere, con l’aiuto di alcuni cannocchiali, i petroglifi della locale Newspaper Rock. Poco più avanti incontriamo poi le suggestive e variopinte collinette chiamate, vista la loro forma, come le tipiche tende dei pellerossa, The Tepees e subito dopo svoltiamo a sinistra per raggiungere la zona del parco denominata Blu Mesa. Il toponimo è dovuto alla particolare colorazione, tendente al blu, che assumono alcune alture, visitabili, fra l’altro, per mezzo di un breve trail. C’immergiamo così per una buona mezzora in un paesaggio strabiliante e quasi irreale, fatto di dossi striati e mille sfumature di terreno, inframmezzate da eroiche macchie di verde e residui di alberi fossilizzati, sullo sfondo di un cielo turchino, dove alcune nuvole sembrano il frutto di artistiche pennellate.

Usciti da questo mondo fantastico e riguadagnato l’abitacolo della nostra auto riprendiamo poi l’esplorazione del parco. Proseguiamo verso sud e ci fermiamo a vedere il curioso Agate Bridge: un ponte formato da un tronco appoggiato sulle due rive di un torrente in secca, che non sarebbe nulla di straordinario se il tronco non fosse ... fossilizzato! Da questo punto in avanti, in pratica, inizia la Foresta Pietrificata: 225 milioni di anni fa, nel periodo Triassico, in questo luogo esisteva una rigogliosa foresta, che sprofondò in seguito ad un cataclisma e venne sepolta da fango, sedimenti e ceneri vulcaniche. Tutto questo creò particolari condizioni che permisero agl’alberi di cristallizzarsi anziché decomporsi. Il tempo ha poi innalzato quello strato geologico, spesso fino a novanta metri, e l’erosione ha portato nuovamente alla luce del sole i resti della foresta.

Passiamo accanto alle impressionanti distese di tronchi della Jasper e della Cristal Forest e arriviamo, nella parte più meridionale del parco, al Rainbow Forest Museum: nella piccola esposizione colpisce soprattutto la bacheca nella quale sono raccolti i pezzi di albero pietrificati portati via dai turisti che, pentiti, li hanno poi rispediti al parco con tanto di scuse. Dal museo accediamo anche alla Giant Logs, una collinetta disseminata di stupefacenti tronchi fossilizzati: di certo i più grandi e scenografici esemplari del Petrified Forest National Park.

Estremamente soddisfatti anche di questa visita rientriamo in direzione di Holbrook passando accanto a negozi che vendono, evidentemente autorizzati, enormi pezzi di alberi pietrificati ... ma come souvenir sono troppo costosi e, soprattutto, esageratamente ingombranti.

Giunti ad Holbrook, da una strada diversa da quella di ieri sera, restiamo sconcertati quando scopriamo che in realtà è un centro abitato di discrete dimensioni ... bastava solo proseguire oltre il Mc Donald e dopo un sottopassaggio, al di là di una curva, c’era tutto un altro mondo: centri commerciali, case, fast-food ... una simpatica cittadina, costruita sulla mitica Route 66 (la strada che collegava, già negl’anni trenta, Chicago a Los Angeles). Ci sono anche diverse rivendite di souvenir e ne approfittiamo per fare alcune compere, con la signora proprietaria di un negozio che sentiti i miei commenti circa una maglietta, con impresse la faccia di Bin Laden e la scritta “wanted dead or alive”, assolutamente me la vuole regalare ... Sono davvero strani questi americani, come l’hotel che incontriamo alla periferia della città, costituito da bungalow (in muratura) a forma di tenda indiana, disposti in cerchio attorno ai servizi e alla réception! Si è fatto tardi e dobbiamo percorrere ancora tante miglia, così pranziamo in una stazione di servizio, poco fuori Holbrook, sulla Interstate 40 e subito dopo riprendiamo la marcia, mentre il cielo, come ultimamente accade nel pomeriggio, si va rapidamente annuvolando. In lontananza si vedono alcune piccole trombe d’aria che alzano parecchia polvere e di lì a poco comincia a piovere intensamente, tanto che, per sicurezza, decidiamo di fermarci in un’area di sosta.

Quando ripartiamo in breve raggiungiamo, poco fuori l’autostrada, il famoso Meteor Crater (il più grande cratere meteorico del mondo, con un diametro di 1265 metri e una profondità di 174!), ma ricomincia a piovere e aspettiamo nel parcheggio, da dove il cratere non si vede. Per vederlo bisogna, ovviamente, pagare e, non essendo un parco nazionale, quando finisce il nubifragio, mi reco alla biglietteria a prendere informazioni: è un vero e proprio furto, poiché l’ingresso, in quattro adulti e un bambino, ci verrebbe a costare ben 52 dollari, quasi quanto il Golden Eagle Pass! ... Così rinunciamo alla visita, un po’ per principio e un po’ perché, comunque, le condizioni meteo non sono affatto buone.

Riprendiamo a seguire l’autostrada e, sotto ad un cielo cupo e plumbeo, raggiungiamo la cittadina di Flagstaff, da dove imbocchiamo al Route 89 in direzione nord. Il paesaggio si fa tutto d’un tratto aspro e montagnoso, tanto che sulla nostra sinistra intravediamo un picco addirittura innevato, mentre prendiamo a seguire, sul lato opposto della carreggiata, la strada che porta al Sunset Volcano National Monument.

Il piccolo parco, dal 1930, protegge una zona vulcanica caratterizzata dalle colate e dai residui di alcune impressionanti eruzioni verificatesi intorno all’anno 1100. Qui, a distanza di nove secoli, ampie porzioni di territorio, nere come la pece, sono ancora quasi completamente spoglie e l’intero paesaggio si presenta con un aspetto decisamente dantesco ... peccato solo che manchi il sole e faccia anche (strano ma vero) piuttosto freddo.

La strada che attraversa il Sunset Volcano disegna sulla cartina una specie di “U” e prima di rientrare sulla Route 89 passa anche per il Wupatki National Monument, fondato nel 1924 allo scopo di preservare un’area particolarmente ricca di antichi insediamenti Anasazi.

I siti sono davvero numerosi ma noi ci accontentiamo di vederne uno in particolare, forse il più suggestivo: è il Wukoki Pueblo, costruito alla sommità di un enorme masso a dominare una landa desolata. Visitiamo il luogo, in un mistico silenzio, accompagnati da noi stessi e da un raggio di sole che perfora le nuvole, mentre sembra di vedere i fantasmi di quell’antico popolo aggirarsi, nella penombra, fra le rovine.

E’ stata anche questa una splendida esperienza e, osservato da lontano anche il pueblo che dà il nome al parco, riprendiamo con sollecitudine il nostro viaggio perché si sta facendo decisamente tardi.

Rientriamo per un breve tratto in terra Navajo, mentre in lontananza imperversa un temporale, e imbocchiamo la Strada numero 64 che conduce al celeberrimo Grand Canyon National Park. Varchiamo l’ingresso est del parco e percorriamo tutta la East Rim Drive, che corre a breve distanza dal bordo del canyon: non piove ma il tempo è orribile e non ci fermiamo a nessun punto panoramico ... Vogliamo assolutamente vedere questa immensa opera della natura con la presenza del sole! Ci lasciamo sulla destra il Grand Canyon Village e usciamo dal parco verso sud giungendo, nel paese di Tusayan, all’Holiday Inn Express. Concludiamo così una delle giornate più intense del viaggio, non fortunatissima ma comunque positiva, ed ora speriamo solo che la notte, come al solito, si porti via le nuvole.

Giovedì 15 Luglio: Ancora una volta la notte ci ha fatto la grazia e, per fortuna, questa mattina splende un bellissimo sole, così ci alziamo con calma e ci prepariamo ad affrontare quella che, secondo programmi, dovrebbe essere una strepitosa giornata, interamente dedicata al Grand Canyon, che, indubbiamente, assieme a Yellowstone, può essere considerato il più noto parco nazionale americano.

Fu istituito nel 1919 attorno a quell’incredibile forra scavata dal fiume Colorado in milioni di anni, che è uno dei più strabilianti fenomeni geologici dell’intero pianeta. I numeri del Grand Canyon sono impressionanti: lungo 443 chilometri e largo in alcuni punti fino a 30, raggiunge una profondità massima che sfiora i 1600 metri, portando alla luce strati geologici vecchi di 1,7 miliardi di anni.

Siamo impazienti di poterci affacciare su quella che dovrebbe essere una vista senza eguali, ma dobbiamo attendere perché non c’è tempo a sufficienza per entrare nel parco prima di salire sull’elicottero della Papillon Tours (prenotato fin da casa) che ci farà sorvolare il canyon, infatti la partenza è prevista per le 10:15 ed il check-in per le 9:45. Ci presentiamo al banco con largo anticipo e, dopo aver chiarito il disguido secondo cui Federico non risultava prenotato, ci mettiamo in attesa del nostro turno. E’ la prima volta per tutti noi con questo di mezzo di trasporto e, visibilmente emozionati, una manciata di minuti dopo l’orario previsto, prendiamo quota.

Indossiamo delle cuffie attraverso le quali viene trasmessa prima una sommaria descrizione del luogo (in italiano!), poi la sontuosa musica di “Momenti di gloria”, che sale progressivamente di tono fino a quando, tutto d’un tratto, non irrompiamo su quella smisurata voragine, che toglie quasi il fiato. E’ una sensazione indescrivibile volare in quell’immensità fatta di picchi e canaloni, impressionanti pareti verticali e variopinte conformazioni rocciose, librarsi al di sopra di quello stupefacente abisso sul cui fondo scorre impetuoso il Colorado, che da quest’altezza sembra poco più di un insignificante rigagnolo. Restiamo a volteggiare per circa venti minuti fra quegli eccezionali scenari e poi rientriamo alla base, mentre purtroppo, in lontananza, già incombono grossi nuvoloni grigi.

Ci fermiamo in hotel a recuperare gli zaini e subito dopo ci mettiamo in fila per entrare nel parco. Percorriamo le poche miglia che ci dividono dal centro visitatori e arriviamo, finalmente, sul bordo del canyon: sublime ... scatto una foto, faccio una breve ripresa ... e il sole se ne va dietro alle nuvole! ... Acc...!!! ... non è ancora mezzogiorno e il cielo non promette nulla di buono! Andiamo prima a Mather e poi a Yavapai Point: il panorama è bellissimo, ma è un po’ come vedere il Louvre di sera con le luci spente e questo non ci rende affatto di buon umore ... beati invece gli scoiattoli che, per niente influenzati dalle cattive condizioni meteo, ci saltellano allegramente intorno alla ricerca di cibo.

Nella speranza che il tempo migliori ci fermiamo a pranzare in un’area pic-nic: prima il cielo c’illude, con qualche raggio di sole che riesce a filtrare, poi le condizioni peggiorano ulteriormente e all’orizzonte si scatenano fulmini e saette, mentre il sottoscritto si fa più nero delle nuvole temporalesche! Nonostante tutto decidiamo di salire sull’autobus che va a Yaki Point: se domani mattina ci sarà il sole proveremo a vedere qualcosa prima di partire, ma non ci sarà il tempo di andare anche a questo punto panoramico, piuttosto distante rispetto agl’altri.

Scendiamo a Yaki Point mentre soffia un vento gelido e cominciano a cadere alcune gocce di pioggia. Il torpedone se ne va e ci guardiamo intorno: non c’è neanche una tettoia per ripararsi e ci rifugiamo sotto agl’alberi intanto che osserviamo, fra una goccia e l’altra, il panorama, che anche da qui sarebbe straordinario ... se solo ci fosse il sole! Per fortuna il temporale ci sfiora solamente ed evitiamo di bagnarci, ma saliamo sul primo autobus che passa e torniamo mestamente al centro visitatori ... Sono a dir poco furioso e se fossi un bestemmiatore oggi avrei di certo esaurito tutto il repertorio! Restiamo per un po’ in auto ad aspettare ma la situazione non cambia, così, poco prima delle 16:00, sconsolati prendiamo la strada dell’hotel: il tempo di certo non cambierà nel breve periodo e coviamo solo, ancora, qualche debole speranza per il tramonto.

Quando arriviamo a Tusayan alcune chiazze di bianco, sparse qua e là fra le aiuole, ci fanno capire che lì, addirittura, è grandinato! ... Ci rifugiamo in camera e più tardi ci rechiamo a rilassarci in po’ in piscina: la tensione nervosa mi ha stancato molto più di certe lunghe camminate! Scendono le luci della sera e dobbiamo rinunciare anche al tramonto, per il quale non abbiamo proprio avuto fortuna in questo viaggio: a parte il meraviglioso ricordo del Delicate Arch ci siamo persi lo spettacolo al Bryce Canyon, alla Monument Valley ed ora al Grand Canyon ... meglio non pensarci troppo e sdrammatizzare. Domani ci aspetta una durissima giornata, con 500 miglia (800 chilometri) da percorrere, e la renderemo ancor più dura se il sole vorrà farci un ultimo regalo: ci alzeremo alle 6:00 e dedicheremo qualche ora al Grand Canyon prima di partire alla volta di Los Angeles ... Così usciamo per cena e subito dopo torniamo in camera a riposare, mentre, udite, udite, in cielo brilla qualche beneaugurate stella.

Venerdì 16 Luglio: Alle 6:00 in punto suona la sveglia e mi alzo per guardar fuori dalla finestra: la notte, magica spazzina del cielo, è una garanzia anche se, in lontananza, qualche nuvolina comincia già ad intravedersi. Richiamo dal mondo dei sogni Sabrina e Federico e ufficialmente diamo il via all’operazione “Grand Canyon bis”: alle 6:30 siamo tutti a far colazione e neanche mezzora più tardi varchiamo, ancora un po’ assonnati, i cancelli del parco. E’ nostra intenzione visitare, con un’apposita navetta, tutta la cosiddetta West Rim Drive, una strada, disseminata di punti panoramici, che corre per circa dieci chilometri a breve distanza dal bordo del canyon.

Il primo punto nel quale ci fermiamo è Powell Point: ora sì che la vista è straordinariamente bella, con la luce che accende ed esalta i colori, con le ombre e i chiaroscuri che danno il senso della profondità a quell’immenso e meraviglioso caos di rocce ... ora sì che abbiamo di fronte agl’occhi il Grand Canyon che avevamo sempre sognato di vedere! Lo spettacolo continua nel vicino Hopi Point, mentre, è incredibile, le nuvole incalzano inesorabilmente da est ... Facciamo una breve sosta al Mohave Point e ci soffermiamo più a lungo al vertiginoso The Abyss. Riusciamo a scattare ancora una foto con la presenza del sole a Pima Point, poi al capolinea di Hermits Rest tutto finisce maledettamente nell’ombra ... sono da poco passate le 9:00! ... Abbiamo motivo di ritenerci comunque soddisfatti: siamo riusciti a vedere ciò che volevamo e più sollevati possiamo riprendere il nostro viaggio, che ormai volge al termine.

Torniamo al visitor centre e poi all’hotel a recuperare i bagagli, spediamo le cartoline dal luogo più rappresentativo del viaggio e cominciamo a macinare il primo degl’ottocento chilometri che ci dividono da Los Angeles.

Neanche trenta miglia fuori dal parco, ironia della sorte, splende il sole ... ci deve essere una sorta di calamita per le nuvole dentro a quel canyon! ... Viaggiamo spediti verso occidente lungo la Interstate numero 40 e ci fermiamo a pranzare, ormai in vista del confine di stato, in un’area di sosta nella quale spiccano alcuni cartelli che mettono in guardia circa la possibile presenza di scorpioni e serpenti nella zona. Fa un caldo infernale, ben al di sopra dei cento gradi Fahrenheit (circa trentotto gradi centigradi): consumiamo in fretta le nostre cibarie e poi torniamo nella più gradevole aria condizionata dell’auto, così, poco dopo, scavalchiamo il fiume Colorado ed entriamo in California.

Ci fermiamo a far benzina, in un’area di servizio nel bel mezzo del Mojave Desert, probabilmente nel distributore più caro d’America: 3,14 dollari al gallone! (fino ad ora il prezzo era rimasto sempre compreso fra 1,80 e 2,40!) ... Ne mettiamo solo venti dollari, quanto basta per arrivare nella cittadina di Barstow, dove, naturalmente, costa molto meno.

Procediamo, senza intoppi, in direzione della metropoli californiana e a metà pomeriggio arriviamo nella sua immensa periferia: con quattordici milioni di abitanti Los Angeles è il terzo agglomerato urbano del mondo, si estende infatti per ben sessanta chilometri da nord a sud e per ottanta da est a ovest! Dopo tre settimane nelle regioni interne degli States non siamo più abituati al traffico delle grandi città e fatichiamo un po’ ad abituarci. Ci accodiamo così alla massa di autoveicoli che procede verso i quartieri più centrali e, in particolare, seguiamo le indicazioni per quello mitico di Hollywood, dove siamo alloggiati nell’omonimo Econo Lodge ... All’improvviso sulla nostra destra, in cima ad una collina, appare la famosissima scritta che tante volte abbiamo visto nei film e osservarla dal vivo è una grande emozione, ma vuol dire anche che ormai siamo arrivati, infatti, poco dopo, siamo alla réception dell’hotel che ci ospiterà per le ultime due notti di questo viaggio.

Portiamo in camera le valigie, ci concediamo una rinfrescante doccia e subito dopo ripartiamo perché vogliamo assolutamente arrivare al mare, infondo guardando la cartina sembra uno scherzo: basta seguire il Santa Monica Boulevard ... è tutta dritta! ... Certo, è tutta dritta, ma lunghissima e con un’interminabile serie di semafori, tanto che, dopo aver fiancheggiato anche il celeberrimo quartiere di Beverly Hills, giungiamo al Pier di Santa Monica con il buio più completo ... e pensare che intendevamo vedere il tramonto sul Pacifico! Facciamo una passeggiata lungo il molo, ceniamo con un gelato e poi rientriamo in hotel, con Federico che, sveglio dalle 6:00 di questa mattina, giustamente crolla e si addormenta sul sedile posteriore dell’auto ... E’ stata una giornata difficile, nella quale siamo però riusciti a vedere il Grand Canyon con la luce del sole e ciò è bastato a renderla una bella giornata! Sabato 17 Luglio: Scendiamo alla réception per consumare la colazione offerta dall’Econo Lodge, ma appurato che consiste in un solo caffè usciamo per trovare qualcosa in aggiunta, poi, recuperati gli zaini, possiamo dare il via anche a quest’ultima giornata che passeremo interamente negli States.

Andiamo a nord dell’hotel e rintracciata Beachwood Drive la percorriamo perché, a quanto pare, è proprio seguendo questa strada che si riesce a scattare una buona foto della famosissima scritta “Hollywood”. Subito dopo imbocchiamo la Freeway numero 101 e, seguendo il serpentone di auto che ci precede, arriviamo ai celeberrimi Universal Studios.

Gli studi della più importante casa cinematografica americana furono creati nel 1915 e, visitabili dal 1964, oggi sono una delle maggiori attrazioni di Los Angeles.

Parcheggiata l’auto paghiamo, nonostante una tessera sconto, il salatissimo biglietto d’ingresso e diamo inizio alla visita. Prima di tutto saliamo sul Tram Ride, la navetta che fa il giro degli Studios veri e propri, passando attraverso set cinematografici di famosi film, fra i quali “Jurassic Park”, “Lo Squalo”, “Psicho” e tanti altri. Lungo il tragitto ci mostrano anche diversi trucchi e l’intero viaggio, della durata di quasi un’ora, nel mondo del cinema risulta veramente interessante. Al ritorno ci dedichiamo poi ai vari spettacoli e alle attrazioni, generalmente legate ed ispirate a famose pellicole. Cominciamo col filmato in quattro dimensioni di Shrek, il personaggio di fantasia caro a Federico che incontriamo anche, in carne, ossa e gommapiuma, in giro per il parco. Passiamo poi all’emozionante viaggio virtuale di “Ritorno al Futuro”, dal quale il piccolo ne esce un tantino scosso, cerchiamo così di farci perdonare accompagnandolo a vedere il divertente show di “Animal Planet”, con cani, gatti, pappagalli, piccioni e persino un orango come protagonisti.

Pranziamo velocemente e poi scendiamo al piano inferiore dove troviamo l’attrazione legata al film “Jurassic Park”, ma ci sono oltre 50 minuti di attesa e in più il gioco spaventa Sabrina, così rinunciamo e ci mettiamo in coda per vedere lo spettacolo di effetti speciali. Proprio in quel frangente, forse complice il caldo, la nonna viene colpita da un piccolo malore: niente di grave, probabilmente un lieve imbarazzo di stomaco, che però la obbliga a dare forfait ... peccato. Si sistema precauzionalmente all’ombra, in compagnia del nonno, mentre noi affrontiamo nuovamente la fila e riusciamo a vedere quello spettacolo, che, seppur divertente, a causa forse nelle numerose spiegazioni e del nostro pessimo inglese, non è poi stato nulla di eccezionale.

Visti i brevissimi tempi di attesa mi concedo anche l’emozionante esperienza del fuoco di “Backdraft”, poi torniamo al piano superiore per assistere allo strabiliante spettacolo di “Water World”, con bravissimi stuntman e fantastici giochi pirotecnici: il più esauriente epilogo di questa visita agli Universal Studios. Passeggiamo ancora un po’ lungo la fedele ricostruzione di strade che furono set di famosi film e poi, ormai stanchi, intorno alle 16:00, usciamo da questo parco così incredibilmente, forse troppo, ... americano! ... ma al quale non potevamo certo mancare! In auto raggiungiamo il centro vitale di Hollywood, che si può identificare col Mann’s Chinese Theater, sicuramente la sala cinematografica più famosa al mondo, dove vengono proiettate gran parte delle prime. Proprio di fronte, impresse sul selciato, si trovano le celebri impronte delle star, così ci divertiamo a rintracciare i personaggi più noti, del passato e del presente, fra i quali spicca, per la felicità di Federico, anche Paperino! Sui marciapiedi di Hollywood Boulevard si trova infine la suggestiva sfilata di stelle della Walk of Fame: in questo caso i nomi dei più noti personaggi dello spettacolo sono scritti entro i bordi dorati di una stella a cinque punte ... e Federico scova quelle di Topolino e di Walt Disney! Conclusa la visita di questo mitico quartiere ci spostiamo a quello di Beverly Hills, che non è certo da meno, e più precisamente a Rodeo Drive: la via dove si trovano i più lussuosi negozi della città. Nelle vetrine sono esposte tutte le più note griffe internazionali (soprattutto italiane), peccato solo che, visto l’orario, parecchie serrande siano già abbassate ... non che fossimo intenzionati a comprare, ma il clima, forse, sarebbe stato diverso.

Sono già passate le 19:00 e facciamo ritorno in hotel. La nonna, ancora alle prese con il suo malanno, si chiude in camera a riposare, mentre noi quattro andiamo a cena al ristorante italiano “Stefano”, proprio di fronte all’Econo Lodge. Il luogo è piuttosto scalcagnato, però mangiamo spaghetti e pizza, accompagnati da un buon bicchiere di vino ... e ne vien fuori la miglior cena da oltre venti giorni a questa parte ... peccato che la nonna se la sia persa. Subito dopo torniamo in camera a sistemare le valigie: l’operazione richiede un po’ di tempo e Sabrina ne esce vincitrice solo poco prima di mezzanotte, quando finalmente possiamo coricarci, in previsione della partenza e di una lunghissima giornata ... anzi due, perché non saremo a casa prima di lunedì.

Domenica 18 Luglio: Non intendiamo lasciare indietro nulla e nonostante sia il giorno della partenza ci alziamo alla stessa ora di sempre: la nonna sta meglio così dopo colazione carichiamo i bagagli e partiamo per un tour di Los Angeles in auto.

A pochi isolati di distanza dall’Econo Lodge, al numero 565 di Cahuenga Boulevard, ci rechiamo a vedere la casa che fu il set del mitico telefilm “Happy Days” ... un dolce ricordo d’infanzia. Ci lasciamo alle spalle casa Cunningham e raggiungiamo Downtown, il centro vero e proprio di Los Angeles. Fra la selva di grattacieli, che suscita sempre forti emozioni, osserviamo in particola re l’Hotel Bonaventure, dalla sorprendente architettura, che fu utilizzato anche per alcune scene del film “Nel centro del mirino”, con Clint Eastwood. Nei paraggi notiamo poi il Biltmore Hotel, dove un tempo si teneva la cerimonia degli Oscar e luogo nel quale sono state girate numerose pellicole di successo come “Un piedipiatti a Beverly Hills” e “La stangata”.

Los Angeles è una metropoli americana atipica perché a pochi isolati da Downtown i fabbricati tornano bassi e sembra di viaggiare per le vie di una cittadina di provincia. Percorriamo Wilshire Boulevard e arriviamo a Beverly Hills con l’intenzione di vedere qualche villa di proprietà di personaggi famosi. Seguendo gli elegantissimi viali alberati giungiamo di fronte al numero 355 di Carolwood Drive, dove c’è un’alta siepe ed un cancello: mi avvicino per vedere quella che fu la casa di Walt Disney, ma ancor prima di riuscire a farlo completamente odo un suono ed una voce che mi rivolge una domanda, allora chiedo scusa e me ne vado.

Passiamo anche di fronte al numero 144 di Manovale Drive: questa volta oltre la siepe c’è la casa che fu di Elvis Presley, ma non si vede niente ... è inutile cercare altre dimore di persone note, sono tutte nascoste dal verde che le circonda. Restando nel quartiere torniamo allora in Wiltshire Boulevard, dove, al numero 9500, ci fermiamo a vedere l’Hotel Regent, nel quale sono state girate diverse scene del film “Pretty woman”, con Richard Gere e Julia Roberts.

Quasi tutta la mattinata se n’è ormai andata quando raggiungiamo il quartiere di Westwood, nel cui piccolo cimitero dovrebbe trovarsi la tomba di Marylin Monroe, ma forse è troppo piccolo, perché non riusciamo a trovarlo, e dobbiamo desistere dal cercarlo perché si è fatto tardi.

Prendiamo allora la strada del mare e arriviamo alla famosa Venice Beach. Parcheggiamo l’auto e facciamo una passeggiata lungo l’Ocean Front Walk ... la più genuina e fantasiosa espressione dello stile di vita “made in U.S.A.”. Sul lungomare, vietato alle auto, c’è gente che pratica ogni tipo di sport: dal ciclismo al footing, dal basket ai pattini, per arrivare al body-building e ai celebri attrezzi ginnici di Muscle Beach! Mentre in riva all’oceano i bagnanti e gli immancabili surfisti vengono sorvegliati dai bagnini, appostati sulle classiche torrette di osservazione che ricordano, in tutto e per tutto, il serial televisivo “Bay Watch”.

Trascorriamo così, piacevolmente, l’ultima ora di vacanza americana, poi, dopo pranzo, partiamo in direzione dell’aeroporto. Ci fermiamo alla Alamo a consegnare l’auto: la bacio sul volante e la ringrazio di aver fatto sempre la brava, perché con lei negli Stati Uniti abbiamo percorso la bellezza di 4681 miglia, ossia 7490 chilometri! Una navetta della compagnia di autonoleggio ci porta al terminal 2 del Lax (Los Angeles International Airport), dove imbarchiamo i bagagli direttamente per Bologna.

Espletate tutte le formalità doganali saliamo, attraverso la porta numero 26, sul volo KL 602 e poco dopo, alle 16:14 (in perfetto orario), il Boeing 747 della KLM prende quota con destinazione Amsterdam ... Good bye America! Sotto di noi ci sono tante nuvole, che c’impediscono di vedere terra ... voliamo incontro alla notte e il buio arriva in fretta, ma mai completamente perché la rotta passa molto a nord. Sincronizziamo gli orologi sull’orario italiano e in brevissimo tempo è ... ... Lunedì 19 Luglio: Così come ha fatto presto ad arrivare il buio fa altrettanto presto ad albeggiare, ma sotto di noi ci sono sempre e solo tante nuvole. La terra appare solo quando si vedono le coste britanniche e subito dopo cominciamo a scendere verso la capitale olandese. Atterriamo, senza problemi, al Schiphol Airport di Amsterdam, alle 10:56 e dal terminal F ci spostiamo al D, dove ci mettiamo in attesa dell’aereo per Bologna.

Il Fokker 100 della KLM proveniente dall’Italia ancora non c’è, ma è solo questione di tempo, così quando finalmente arriva saliamo a bordo e, con l’identificativo di volo KL 1591, stacchiamo da terra con quasi un’ora di ritardo, alle 14:32. Siamo sistemati nell’ultima fila e non riusciamo a vedere praticamente nulla oltre i finestrini, ma tutto procede per il meglio e atterriamo nell’Aeroporto Marconi di Bologna alle 16:04. Il viaggio però non è ancora finito perché dobbiamo arrivare a Forlì e la stanchezza, ma soprattutto il fuso orario ora lo rendono più duro che mai.

Recuperiamo sani e salvi i bagagli e poi, pagando un prezzo assurdo, con l’autobus raggiungiamo la stazione dei treni. Qui non troviamo nessun tipo di carrello e dobbiamo trascinarci dietro le valigie. Il binario naturalmente è quello più lontano e ci sono da fare le scale che (viva l’Italia) non sono certo mobili e se c’è un elevatore è ben nascosto (ma non c’è!). Il treno per lo meno è in orario, ma è di quelli concettualmente vecchissimi, con tre scalini che, da fare con tutti i bagagli, sembrano l’Everest e i corridoi strettissimi. Per fortuna dobbiamo fare solo poco più di cinquanta chilometri, ma sembrano cinquemila e, alla fine, è stato più faticoso andare in treno da Bologna a Forlì che in aereo da Los Angeles a Bologna.

Alle 18:00 in punto siamo nella stazione della nostra città, dove troviamo per fortuna qualcuno che è venuto a prenderci. Salutiamo i nonni, che sono stati buoni compagni di viaggio, e poco dopo, alle 18:23, siamo di fronte al cancello di casa.

Non è facile trovare le parole per chiudere adeguatamente un viaggio del genere: di certo resterà, se non il più bello, uno dei più stupefacenti di tutta la nostra vita. Come non ricordare quindi gli spazi immensi e le incommensurabili bellezze naturali del Grand Canyon, i paesaggi desertici della Death Valley in contrasto con le verdi vallate di Yosemite e le maestose sequoie, le straordinarie architetture di Bryce, della Monument Valley e di Arches, i cieli tersi e i colori della Petrified Forest e del Lake Powell, con le sublimi fattezze dell’Antelope Canyon, e poi le antiche tracce di un popolo, quello indiano, che un tempo era fiero ed orgoglioso, mentre oggi è solo l’ombra di sé stesso. Ci sono infine le grandi città, con i saliscendi di San Francisco, le follie di Las Vegas e Los Angeles, con Hollywood e il mito del cinema, che abbiamo respirato ovunque lungo tutto l’itinerario, tanto che possiamo dire di aver vissuto questi incredibili venticinque giorni ... come dentro a un bellissimo film!  Dal 25 Giugno al 19 Luglio 2004  Da San Francisco a Los Angeles km. 7490

di LucaGiramondo - pubblicato il