Riserva Navajo Monument Valley

I Navajo sono la più numerosa tribù dei nativi americani. Abita gli stati del New Mexico e Arizona. Vive allevando pecore e cavalli, vendendo prodotti del loro artigianato, e di turismo per le bellezze del territorio che è una superficie ...

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  • di Pier luigi Baglioni 1
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

I Navajo sono la più numerosa tribù dei nativi americani. Abita gli stati del New Mexico e Arizona. Vive allevando pecore e cavalli, vendendo prodotti del loro artigianato, e di turismo per le bellezze del territorio che è una superficie molto estesa di deserti, montagne, gole e tavolati acquistata dagli Stati Uniti al Mexico attorno al 1800.

Percorrendo la Native Highways I-15, lungo il Valley of Fire State Park, lo splendido angolo di deserto americano, coi colori indescrivibili del Lake Mead, giunsi col pullman a Monument Valley, quieta cartolina del profondo West in territorio amministrato dai Navajo, a nord di Kayenta, sulla Us 163.

Avevo ammirato spettacolari formazioni di pietra sabbiosa, rosse e bianche, del Red Rock Canyon. Stagliato nel cielo limpidissimo Mount Charleston dominava il paesaggio. Intorno a me stava un curioso assembramento di asini assiepati ai lati della strada. Sarebbe stato il momento più bello per scattare delle foto. Il sole sul filo dell'orizzonte accarezzava i monoliti rossi (Camel Butte, Sentinel Mesa, Three Sisters, Big Chief ed Elephant Butte) pervadendoli di una luce strana e singolare che creava una atmosfera di sortilegio sull'intera vallata.

Trascorrevo nella riserva indiana dei navajo le vacanze soggiorno quando sopraggiunse l’11 settembre 2001. Quel mattino fui turbato da una strana eccitazione del campo, pur non capendo nulla di quanto succedeva. Poi vidi una folla di indiani e turisti che si dirigeva nella holl davanti alla Tivù da dove la CNN, in diretta da New York, trasmetteva l'america under attack. I due aerei dirottati che colpivano ambedue le Twins Tower di Manhattan. Nativi e ospiti eravamo tristi e silenziosi; con le lacrime agli occhi, il nodo alla gola. Un bisbiglio di voci strozzate lamentava: My God, my God... Osservando sul piccolo schermo come una limpida mattinata di tarda estate avesse improvvisamente portato a N.Y. –e da noi- l'apocalisse su due Boenig 747 di linea. Ho nella mente i due urli degli impatti. Il primo quando centra la parte alta della prima torre con la grande antenna, un lungo ago che penetra nel cielo. Il secondo alla replica venti minuti dopo facendo bruciare come torce ambedue i grattacieli. Molte le mani che si sporgono agitate dalle finestre. Si vede lo sventolio inutile di un tovagliolo bianco, e molte persone che si gettano dalle finestre e si schiantano al suolo con un terrificante splesh sottolineato ogni volta dall'urlo collettivo. Poi il collasso. Le strade che spariscono sotto l’incredibile nuvola di polvere, i cittadini in corsa che scappando si incrociano coi poliziotti e pompieri che accorrono per il dovere andando ignari verso morte sicura.

L’incantesimo della mia vacanza coi navajo della riserva indiana di Monument valley era proprio rotto.

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