Tre allegri ragazzi balkanici

Da Capodistria a Capodistria, passando per Lubiana, Zagabria, Sarajevo, Pag e Pula

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  • di stramaury
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 3
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Martedì 13 agosto 2013

Ore 20.30: “Ciao Fede, allora domani alle 9 si parte, ok?”. FF: “Domani? Non era giovedì? Io sono in montagna”.

Mercoledì 14 agosto

Alle 11 FF è pronto. Si parte: direzione Balcani. A bordo Teo (l’intellettuale di sinistra), FF (il fighetto), io (il vecchio dentro). Come sempre non abbiamo un programma, solo un’idea di massima su cosa si potrebbe fare nei 10-15 giorni di vacanza che ci aspettano; improvviseremo al momento sul canovaccio che abbiamo in mente.

Ore 14: “Autonoleggio Sixt di Capodistria? Non riusciamo a ritirare la macchina oggi, passiamo domani mattina alle 9”. Giuliano della Sixt: “Domani siamo chiusi ed ho appena dato via la vostra macchina: dovevate essere qui alle 12, dopo 2 ore di ritardo la prenotazione salta”. Io: “Porc…”. Giuliano: “Domani faccio un salto in agenzia alle 12, passate e vediamo”. Maledetto mondo dell’autonoleggio, quante insidie.

Per spezzare il tragitto nel primo pomeriggio ci fermiamo a Villa Capra (la Rotonda di Palladio), vicino a Vicenza: mercoledì e sabato è visitabile anche all’interno, ne approfittiamo per dedicare un paio d’ore al piano nobile e al “piccolo” parco che circonda le quattro facciate; la immaginavo più maestosa e isolata, invece no, comunque tappa azzeccata. Risaliamo in macchina e scartate le opzioni Vicenza/Padova/Verona per la notte puntiamo verso Trieste, dove prenotiamo un albergo fuori città. Lungo il percorso improvvisiamo un’altra deviazione e usciti dall’autostrada ci fermiamo nell’ordine a: Palmanova, città settecentesca citata sui libri di storia dell’urbanistica per la pianta ennagonale ma che ci delude un po’ (ci vorrebbe una mongolfiera per apprezzarne la geometria); Aquileia, che ha un parco archeologico ricco di reperti romani ma a quest’ora (19) è chiuso, per cui ci accontentiamo di dare un’occhiata da fuori alla bella (molto bella) basilica romanica; Grado, piacevole cittadina di mare per famiglie griffate dove ceniamo mangiando pesce. Alle 23 raggiungiamo Trieste battuta dalla bora.

Giovedì 15 agosto

C’è il sole: olè. Percorriamo i pochi km da Trieste a Capodistria sulla strada statale per non acquistare il bollino autostradale sloveno. Il programma è lasciare la cara ma vecchia 206 sw dopo il confine, dove prenderemo in affitto l’auto per muoverci attraverso i Balcani, Giuliano della Sixt permettendo. Eccoci a Capodistria: la periferia della città è in pieno boom edilizio con rotonde, capannoni e centri commerciali. Il centro storico circondato dalle mura è piacevole: la piazza con la cattedrale, il palazzo comunale ed altri begli edifici, due passi per vie scelte a caso, un’occhiata al lungomare, una malvasia slovena al bar, ed alle 12 siamo da Giuliano. Ci offre (prendere o lasciare) una Opel Corsa bianca cambio automatico appena restituita: prendiamo. Spostiamo i bagagli, chi siede dietro si dovrà incastrare tra zaini e sacchi a pelo, ma finalmente siamo pronti. La vera vacanza inizia adesso.

Prima destinazione: Lubiana, capitale della Slovenia. Da Capodistria impieghiamo un paio d’ore percorrendo un’autostrada piacevolmente panoramica. Raggiungiamo l’ostello prenotato per telefono lungo il tragitto ed a metà pomeriggio siamo pronti a visitare.

Il centro storico è largamente pedonalizzato e si trova a cavallo del fiume Liubljanica, ai piedi della rocca con il castello che domina la città. Iniziamo la nostra visita dall’affollata piazza Preseren (è Ferragosto), attraversiamo il ponte e ci muoviamo lungo la via pedonale principale, deviando ogni tanto verso il lungofiume e vedendo prima o dopo i monumenti clou. Primo impatto: molto bella, è pulita, ordinata e restaurata. Vaghiamo senza meta tra centro e dintorni, la città continua a piacerci. Si fa sera, dopo cena facciamo un salto nel quartiere di Metelkova, che con le debite proporzioni dovrebbe stare a Lubiana come Christiania sta a Copenhagen. Prima di trovare i locali ce la facciamo un po’ sotto (a posteriori senza motivo) per gli edifici degradati e le poche persone in giro, ma quando individuiamo gli isolati giusti trascorriamo un paio d’ore in un bel clima anarco-fricchettone in cortili diroccati

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