Gli scatti di chi non ha voce

A Pordenone fino a gennaio la mostra di Goldberg

 

Un totale di diciannove premi tra cui l’ultimo nel 2007, il prestigioso Henri Cartier Bresson Award, 33 mostre personali nei musei più importanti del mondo, 27 collettive e sette libri all’attivo. Se l’algido mondo dei numeri non è sufficiente a raccontare 30 anni di scatti di Jim Goldberg, può comunque suscitare una certa curiosità per una gita a Pordenone. È infatti con la prima grande monografica a lui dedicata che s’inaugura una delle due sedi della nuova Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea cittadina, dove, dal 6 novembre al 30 gennaio 2011, saranno visibili 300 foto, video, oggetti, testi, per condensare tutte le principali tappe della carriera artistica di questo fotografo americano dell’agenzia Magnum. Cinquantasei anni, docente di Belle arti al California College of Arts and Crafts, Goldberg vive in un appartamento a San Francisco e ama l’Italia dove tiene spesso workshop fotografici con studenti appassionati di fotografia. Da più di 30 anni esplora la condizione umana attraverso una tecnica narrativa sperimentale, nata dalla combinazione di testo e immagini. Il suo lavoro sorprende per una bizzarra ambiguità di fondo: da un lato è da sempre impegnato in un’indagine dura sulle condizioni di violenza e marginalità che si esprimono nelle periferie o nelle realtà sociali complesse della sua America, ma anche in altre zone lontane del pianeta. Dall’altro crea suggestioni che molti stilisti e riviste di moda scelgono per le proprie campagne di comunicazione. Eppure questa esposizione – curata da Valerie Fougeirol e Marco Minuz - evidenzia come i suoi due filoni di ricerca risultino antitetici solo in apparenza. Entrambi infatti prendono le mosse dal desiderio di indagare i mutamenti sociali che coinvolgono tutti gli stati e gli ambienti delle società contemporanee, siache si tratti di popolazioni decimate dall’Aids in India o di teenager dell’upper class americana alla ricerca di una difficile identità da adulti. Da sempre parcellizzato, il suo lavoro si trova per la prima volta riunito in un unico spazio e colpisce per originalità e forza della ricerca. Un buon punto di partenza della potenzialità della combinazione fra immagini e parole è il suo celebre lavoro Rich and Poor, sviluppato fra il 1977 e il 1985 e pubblicato da Random House e poi da Paperback (l’edizione da collezione costa 650 dollari online). Si tratta di una serie di ritratti in bianco e nero di ricchi e poveri – appunto – scattati nelle loro abitazioni. Sono storie intime che ci parlano di un’America sgangherata e un po’ depressiva e danno la parola direttamente ai protagonisti. Ogni personaggio, fotografato a casa propria, sintetizza esistenza ed esperienze nelle quattro righe che scrive di suo pugno sulla stampa che lo ritrae. Un modo per lasciare una traccia, per riscattare (talvolta) un’esistenza.

Il progetto successivo Raised by Wolves vede Goldberg lavorare a stretto contatto con gli adolescenti scappati di casa che vivono tra le strade del mito americano, tra San Francisco e Los Angeles. Tra il 1987 e il 1993 li ritrae e li intervista, riprende con la videocamera il lavoro degli operatori sociali con cui entrano in contatto, raccoglie documenti e manoscritti per restituire uno spaccato, a metà tra arte e reportage, non solo della vita da outsider, ma anche del complesso e contraddittorio periodo dell’adolescenza, tra droghe, violenza e sfruttamento e una disperata necessità di felicità

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