Otto anni in Peru'

4500 km. Ripercorrendo la Strada Reale degli Inca Tutto nacque una dozzina di anni fa, quando già da tre anni gironzolavo per le contrade del Messico e del centro America. Da poco avevo finito di leggere il libro di V. ...

 

4500 km. Ripercorrendo la Strada Reale degli Inca

Tutto nacque una dozzina di anni fa, quando già da tre anni gironzolavo per le contrade del Messico e del centro America. Da poco avevo finito di leggere il libro di V. Hagen che parla della spedizione sulle tracce della Strada Reale Incarica e una sera, godendomi dalla veranda dell' Hostal un fantastico tramonto sul lago Atitlan (Guatemala) e dalla Tv un servizio di Discovery Channel sulle meraviglie del Perù, la domanda e la risposta nacquero spontanee: perché non ripetere quel viaggio in bicicletta? Fin da adolescente avevo sempre amato le due ruote, anche nella versione motorizzata; con alle spalle alcuni passati sportivi e raid in moto assai impegnativi, non ci pensai due volte alla possibilità di tramutare in realtà l'idea che mi aveva letteralmente folgorato. Appena tornato a casa dal mio lavoro di grafico, sostituii la Specialized corsa e la Trek in carbonio con una mtb che cominciai a utilizzare in ogni momento anche per pochi metri allenandomi a tutte le combinazioni di movimenti possibili in sella, un po' acrobaticamente, a salire e scendere in corsa destra/sinistra, ribaltarla, volteggiarla sulle spalle, facendoci cose strane fino a sentirla come un' appendice del mio corpo: sapevo già cosa avrei affrontato e cosa mi avrebbe aspettato. Gli impegni di lavoro non mi permettevano di sgambare molto con la bici e non totalizzavo più di 800 km. Al mese.

Andai avanti allenandomi per tre anni, preparando anche altri aspetti e viaggiando diverse volte in Perù restandone così entusiasta da stabilirmi lì e trasferirvi la mia attività. Ed eccomi in sella ad una superba bici in titanio offertami da un costruttore italiano per stressarne la struttura e il particolare metodo di saldatura: in alcune occasioni mi sarei trovato di fronte a escursioni di temperatura di più di 50° C totali e, personalmente, ho visto alcune leghe metalliche saltare e sbriciolarsi come cristallizzate, passando in pochi minuti dai -25°C della notte ai +30°C dell'esposizione al sole. Un telaio già era andato "perso" nello scalo tecnico a Bogotà, però nessun problema, visto che l'amico costruttore mi aveva assicurato: " Gianni, soldi neanche una lira, ma telai e ricambi quanti ne vuoi ". Avevo accettato, anche se in seguito le situazioni mi obbligarono diversamente, la bici naked pesava kg.10,300. Ero pronto a partire. Il sistema stradale incaico collegava con le sue due strade principali ( Kapàc Ñan ), una costiera e una lungo la dorsale andina, i due estremi dell'immenso impero che si estendeva dal limite meridionale dell'odierna Colombia fino all'odierna Santiago, in Cile. Un immenso e complesso sistema di comunicazione che, con le vie di collegamento trasversali lungo le vallate e i deserti costieri, raggiungeva un'estensione di circa 20.000 km. Eccomi al via!! Simbolicamente comincio da dove approdò il 24 di settembre 1532 e iniziò la feroce conquista Francisco Pizzarro con 164 compagni: la città di Tumbes, all'estremo nord al confine con l'Ecuador, cui apparteneva e territorio tuttora conteso fra i due paesi.

Siamo a metà settembre e il calore è già insopportabile: lascio la città alle spalle, abbandono dopo poco la litoranea e affronto le prime colline, anticipatrici del sistema andino, in direzione Sullana. Riesco a individuare le tracce delle vie incaiche nella morfologia del terreno, a volte scompaiono, a volte corrono parallele, a volte ricoperte dall'asfalto delle moderne vie di comunicazione. E così sarà nel corso di tutto il viaggio che, alla fine, durerà complessivamente 9 mesi, mentre il tempo dedicato alla pedalata vera e propria sarà di 6 mesi: percorrerò più di 4.500 km in bici, quasi 500 a piedi e 600 di collegamenti in autobus e con mezzi di fortuna,.non seguirò il naturale sviluppo nord-sud della strada incaica, ma mi sposterò a seconda delle condizioni locali del tempo (il Perù presenta ben otto regioni climaticamente differenti), dell'andamento delle piogge e della personale stanchezza fisica e pure psicologica nell'affrontare alcuni tappe. Viaggerò sia lungo la via litoranea che, a tratti, coincide con la pericolosissima Panamericana Sur, ma l'80 % delle pedalate saranno nelle strade della sierra, montagne a volte impressionanti, pronte a demotivarti, difficili da affrontare con serenità di pensiero, specie se si è soli, assolutamente soli. Per fortuna conoscevo praticamente già quasi ogni km. Che affrontavo e avevo studiato e messo in atto ogni espediente per rendere il viaggio meno duro. Per esempio, non ho quasi mai viaggiato con le borse da bici laterali; all'inizio di ogni gruppo di tappe, così come avevo suddiviso i tratti di 120/200 km. Da percorrere in tre/cinque giorni, spedivo il bagaglio (una robustissima sacca trasformabile) all'alcalde, il sindaco, o al responsabile dell'impresa di trasporto del paese successivo. Offrire una cerveza per ringraziarli del favore o un almuerzo, mi dava l'opportunità di farmi un amico o di riceverne l'ospitalità al costo di pochi Soles, poche migliaia di lire. Inoltre, se avevo bisogno di qualcosa, la compravo nei mercati dei villaggi attraversati; la biancheria la facevo lavare al toque, all'istante, da qualche donna già china sui suoi panni che in cambio riceveva l'equivalente di due o tre giorni di duro lavoro del marito, o a volte la regalavo.

In un caso, tornato in un pueblito montano dopo 3 anni per un servizio foto, sono stato avvicinato e ancora ringraziato da una mamita cui avevo regalato un K-Way sdrucito per il figlioletto che ogni giorno faceva a piedi più di dieci km per andare a scuola dall'altra parte della vallata. Il bagaglio che mi accompagnava era costituito da uno zainetto da 25 litri modificato, che conteneva le cose più importanti e personali oltre a un telo di sopravvivenza, un giacchino impermeabile con dorso interno traspirante, a volte la piccola tenda a strappo quasi mai usata nella sierra, preferendo confidare nell'ospitalità a volte apertamente richiesta e mai negatami, qualche barretta di riso soffiato co quiñua e quiwicha, due cereali che vivono a 4.000 metri e sono dotati di proprietà e proteine particolari, tanto che sono parte integrante della alimentazione degli astronauti Nasa e in Italia assolutamente assenti dall'alimentazione degli sportivi. Inoltre, una borraccia ben capiente con acqua addizionata di alcune gocce di squisito limòncito locale. Immancabili, inoltre, alcune medicine per contrastare il terribile soroche, il mal di montagna che colpisce più o meno tutti prima o poi, specie se sotto sforzo oltre i 4.000 metri. Dopo Sullana mi dirigerò verso sud fino a Cajamarca dove si perpetrò l'infame tradimento spagnolo e poi un largo giro verso nord tra le belle montagne e i canyon vertiginosi della provincia di Chachapoyas e quindi le fertili valli di Jaèn dove il rio Marañon comincia a dar forma al rio Amazonas e dove, con 200 lire al kg, puoi comprare aranci, papaye, ananas e altra sconosciuta frutta tropicale. Un pasto completo costa 1.500 lire bevanda locale compresa, ma se vuoi digerire con una Coca Cola la paghi più del pranzo.

Che diamine! E' americana e il suo prezzo è quasi unificato in tutto il mondo. E siamo già alla parte centrale del percorso, la parte suggestivamente meno incaica, ma che dura ragazzi! Comunque l'unica dove ho affrontato lo stesso percorso nei due sensi a distanza di pochi giorni, col giusto riposo nell'intermezzo. Wow! In meno di 140 km una discesona impressionante mi porta dai 4843 metri del passo Anticona, forse il passo stradale più alto del mondo (rettificatemi se più aggiornati…), fino alla periferia di Lima a livello mare. Poi via rifarla al contrario per provarmi - se no che gusto c'è? - soffiando come una vaporiera, piano piano, scendendo sovente di sella e camminando su per la strada, fermandomi a massaggiare le gambe legnose e vincendo il prepotente desiderio di girare la bici di 180 gradi per rituffarmi nell'orrida discesa fino alle campagne di Granja Azul a dissetarmi con una fetta di cocomero. Che stupido non aver affrontato prima la salita e poi giù…. E' chiaro che il tutto mi prese alcuni giorni e il ritorno alla base di Lima lo feci comodamente spaparazzato su un autobus mentre venivo mitragliato dalle domande curiose dei turisti, alcuni dei quali aggrappati alla bombola di ossigeno. La terza parte, la più bella in assoluto perché svoltasi nel centro del regno incaico, è anche la più varia sotto tutti gli aspetti. E spiego perché, anzi consiglio un itinerario tra questi per chiunque volesse cimentarsi in una bella sgambata con non più di 20/30 giorni a disposizione: giorni che non si dimenticheranno per tutta la vita!! Affrontate le sabbie della penisola Paracas, che in seguito ripercorrerò come guida per conto dell'agenzia Bike Ecomontana e dopo aver gustato il pesce più buono del mondo, ecco il deserto costiero fino a Nasca, luogo misterioso con le sue linee nel deserto, e poi su a inerpicarsi fino a Puquio, attraversando pampas dove vivono a migliaia le vigogne. Sono protette dalla legge e stavano estinguendosi, ma tuttora i bracconieri le uccidono sparando con i loro fucili da cecchino perfino da 1.500 metri per non essere individuati. Eh sapete, da quando il cashmire non è più la fibra più pregiata, le vigogne se la spassano male grazie agli estimatori del pullover griffato…. Ed ecco Ayacucho, presso la cui Università e per opera di un suo professore, nacque il nefasto movimento di Sendero Luminoso. Qui ebbe origine una delle più antiche civiltà andine e qui si disputano le più belle gare di mtb di tutto il Perù.

Qualche centinaio di km di strade in parte perfettamente asfaltate, attraversando valli bellissime e permettendo la vista di mitiche montagne, ed eccoci a Cusco, centro dell'antico impero del Tawantinsuyo (il regno delle 4 direzioni) e giustificazione di tutto il viaggio, di ogni sforzo e ogni respiro, punto di convergenza di ogni singola pedalata. Non vi parlerò di questo luogo: solo se il vostro karma vi porterà da queste parti capirete. Qui consegnerò all' alcalde e all'obispo le prime di una serie di medaglie commemorative di S.Antonio da Padova, il santo più venerato in tutto il Perù. Questo gesto mi darà un po' di celebrità e mi farà conoscere il presidente Fujimori che si farà immortalare sulla bicicletta…. E ora le escursioni nella Valle Sacra degli Incas con tempo temperato e frutta tutto l'anno, anche se siamo a 3.000 metri, qualche giorno di relax e poi via fino a Machu Picchu, pedalando per 35 km sulle traversine della strada ferrata a scartamento ridotto, visto che non c'è altro modo o strada per arrivarci. Al solo pensiero mi vibrano ancora i polsi, ma ne valeva proprio la pena! Ah, dimenticavo: la bicicletta originale non arriverà mai ai test del Salar de Uyuni, semplicemente perché me la rubarono, fine che fecero un altro paio per distrazione e troppa confianza (fiducia), comunque la quasi mezza dozzina che comprai in tutto, erano delle Bianchi di fabbricazione cilena e valevano tutti i 200 dollari che pagai. Vorrei anche affermare che nessuna bicicletta di nessun materiale, costruttore e nazionalità avrebbe sopportato, l'intero viaggio e i maltrattamenti sottoposti.

A Cusco compro una bellissima Pro-Flex ammortizzata ad un prezzo dimezzato rispetto a quello praticato in Italia: perché mai? Economia di libero mercato? Mah..! Qui comincia la vera avventura con la lunga escursione fino al Parco Nazionale del Manu, una serie di discese e falsopiani negli ultimi 90 km verso la selva quasi senza pedalare, umidità all' 80 % , fiumi guadati, una fresca delizia. E, "uber alles", la "conquista dell'Ausangate", una delle montagne più sacre agli Inca e che in essa adoravano la divinità e l'origine di tutte le cose, inclusa quella di quel fiume che, dopo quasi 7.000 km di percorso, sfocerà nell'Atlantico col nome di rio Amazonas. Ricorso ai muli, bici in spalla per più di 10 km, spaventose notti in tenda, ossigeno neanche a pagarlo un tanto al kg. Ed ecco i 5.800 metri del ghiacciaio e non si può umanamente fare di più né più nulla, anche l'altimetro sembra non voler più funzionare, vorrei rimanere lì per sempre, perché altre fatiche per tornare? Lasciami stare, qui si sta tanto bene. "Dejame, dejame " ancora un po'. "Si te rindes, nunca regresaremos, vamos a morir Yani, por favor ." queste sono le parole di Omar che mi convincono a tornare indietro. Omar è titolare dell'agenzia bike Ecomontana, diventerà mio compare, l'unico che mi abbia accompagnato in una tappa, fisicamente la più difficile, in più è il campione nazionale di bajada, (down-hill) e dalla collaborazione nascerà il libro pubblicato col titolo "Por los caminos del Perù en bicicletta". Pochi giorni dopo ecco il lungo, freddo, solitario e penoso trasferimento fino al lago Titicaca, dove in una tappa giornaliera in piano non percorsi più di 15 km prima di arrendermi al vento contrario. All'improvviso, le rovine di Tiawanaco, misteriose ed eternamente vecchie come la creazione del mondo dicono i miti, mi anticipano il tranquillo arrivo a La Paz, finta capitale della Bolivia. Qualche giorno dopo fino a Chakaltaia, forse la strada più alta coi suoi 5.600 metri, a tratti pietrame morenico e rapportino da 1 metro (sic!), scompenso di ossigeno, fino alla stazione di sci, bici in spalla con la neve su per una traccia nel ghiaione scoperto. Ultimi 150 metri di dislivello: due ore ma non voglio arrendermi anche se mi manca l'aria. Ma perché è così difficile? Alla fine stramazzo in cima fissando il cielo.

Mi scuoterà dal torpore una guida del Club Andino Boliviano, che si era preoccupata non vedendomi tornare, dicendomi: "Señor esta es la primiera cleta que miro a 5.750 metros! Muy valiente". E il gran finale : altri 600 km per Oruro e Potosì, el Cerro Rico dove si battè moneta per tutto il mondo, ed eccoci di fronte all'ultima sfida: il gran Salar de Uyuni. Una distesa di 10.000 kmq. Di sale dal bianco abbacinante, dove non c'è assolutamente nulla, circondata da vulcani e immutata com'era milioni di anni fa. Sono 120 km in diagonale da una sponda all'altra e decido di tentare senza nessuna scorta addosso in una sola tappa diurna. Se qualcosa va male non sopravviverò ai 25° sottozero della notte, se c'è vento, ma confido nella presenza dei fuori strada che attraversano il Salar in varie direzioni trasportando i pochi avventurosi che arrivano fin qui… Undici ore di pedalate e non ne incontrerò uno! Il mio lungo viaggio si è concluso, almeno questa prima parte della Kapac Ñan. Il resto è un altro discorso. Un grazie di cuore a chi mi ha servito senza protestare per nove mesi, senza abbandonarmi mai un solo giorno, né un solo passo né una sola pedalata: i miei scarponcini da trekking, i miei unici, veri, inseparabili compagni di viaggio

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