Isla Grande de Chiloé, la porta della Patagonia cilena, fuori dai grandi flussi turistici

Cronaca e consigli pratici da una cinque giorni low cost sull’isola durante l’inverno australe

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  • di c_darwin
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Fino a 500 euro
 

Ancud, dove il viaggio comincia

Arrivo ad Ancud, secondo centro cittadino a nord dell’isola, in bus da Santiago, una traversata di 14 ore con i famosi semicama, bus con sedili imbottiti e reclinabili. È il mezzo di trasporto più affidabile per chi viaggia con pochi soldi in tasca. Da Santiago la compagnia Queilen bus per 16000CLP vi porta sull’isola di Chiloé (non servono pasti a bordo!). Con un po' di anticipo, è possibile trovare soluzioni in aereo con Skyairlines, la compagnia low cost del paese. Il bus si lascia alle spalle l’ultimo centro abitato sulla terraferma, Puerto Montt, prosegue una trentina di km sulla Panaermicana, e prende un battello da Pargua a Chacao, l’approdo a Chiloè venendo da nord.

Chiloè è l’isola della pioggia, una Scozia nel pacifico meridionale pensa un europeo appena arrivato. L’umidità e un po’ di fortuna rendono il mio arrivo indimenticabile, il battello attraversa un arcobaleno e il sole illumina l’isola che si avvicina. Il bus prosegue diretto fino ad Ancud, attraversando le dolci colline verdi, popolate da mucche pasciute. La stazione dei bus di Ancud è appena fuori dal centro, proseguo a piedi contro vento, ma si può prendere uno dei numerosi bus diretti all’Avenida Pratt. Qui troverete la feria municipal dove i pescatori vendono frutti di mare e alghe giganti alla Jules Verne.

Sono un viaggiatore fuori stagione, qui è pieno inverno, mi godo perciò la quotidianità autentica della cittadina. Indirizzato dalla guida Routard, trovo da dormire all’ostello 13 Lunas (http://www.13lunas.cl/espanol/inicio - Los Carrera 855. Il nome è un omaggio al calendario Maya e la costruzione in legno un inno alla sostenibilità ambientale, con un bel salotto e tempo permettendo si può approfittare della terrazza con amache e sdraio con vista sull’oceano. Accoglienza calorosa del giovane proprietario, per 10.000CLP ho un letto nel dormitorio da 7 più colazione. È previsto anche l’utilizzo della cucina e dalla grande sala comune. La specialità dell’isola è il curanto, frutti di mare e carne mista cotti a terra con enormi foglie di pangue, (qui la ricetta in italiano: http://pangeanews.net/gastronomia/cucina-latina-curanto-stufato-cileno-di-mari-e-monti-65530).

Al ristorante Los Artesanos cucinano un curanto raccomandatomi dal proprietario dell’ostello. Si trova al primo piano del mercado municipal, al piano terra ci sono venditori di prodotti locali, l’ufficio turistico che propone il giro notturno nel bosco fuori città per scoprire la tradizione del Trauco, una creatura mitica alla quale le mogli dei pescatori addebitavano le gravidanze impreviste durante l’assenza dello sposo. Purtroppo, non ho scoperto se poi i mariti ci credessero davvero. Per risolvere il pranzo, per niente raffinato ma molto nutriente, serve una lunga passeggiata. Respiro il fosforo dell’oceano lungo la costanera, seguito dagli immancabili e pacifici perros de la calle, i cani di strada, presenza costante nelle strade del Cile. Attraversando il forte spagnolo, si arriva in una bella caletta e ancora oltre la playa Arena Gruesa, i cui sentieri sono lastricati da infiniti frammenti di conchiglie.

CHONCI E L’ISOLA LEMUY, IL CENTRO DELL’ISOLA

Da Ancud con uno dei tanti bus, Cruz del Sur o altre compagnie, in un paio d’ore si arriva a Chonci, centro abitato esattamente a metà strada tra il nord e il sud dell’isola. Il bus si ferma davanti alla bella chiesa di legno San Carlos, mi affascina la maestria del costruttore, il pavimento non cigola e le assi sono ben compatte. Una ripida discesa porta al Museo de las tradiciones chonchinas, un’esposizione semplice sulle tradizioni dell’isola. Sembra la casa della famiglia Buendia di Cent’anni di solitudine, un posto reale e magico allo stesso tempo. Qui il tempo si è fermato e c’è una commistione convincente tra stili europei e sudamericani, il mitico fugon, le foto di famiglia in bianco e nero e quelle impressionanti del terremoto del 22 maggio 1960, un evento che ha lasciato tracce in tutti i luoghi che ho visitato; con una magnitudo 9,5 è stato il più forte mai registrato nella storia. A 4 km a sud di Chonci c’è l’imbarco per l’isola di Lemuy, la traversata in barca è gratuita per i pedoni. Sull’isoletta il distacco dal tempo è ancora più forte. Arrivo in autostop, grazie alla jeep di un campesino, al primo villaggio, Ichuac, dove c’è una bella chiesa di legno scuro e una spiaggia paludosa. Il consiglio è portarsi il pranzo sull’isola, oppure affidarsi alla sorte. Opto per la seconda e finisco per bussare a casa di una signora che sta sfornando panzerotti fritti alla marmellata, ne compro tre e le lascio volentieri il resto. L’inaspettato pranzo consumato ai piedi di un albero su un bel prato verde si rivelerà difficile da digerire, ma la curiosità che trasmette l’isola mi aiuta a superare i patemi dello stomaco

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