Ritorno in Patagonia

El que come calafate siempre vuelve

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  • di Robin
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Oltre 3000 euro
 

“El que come Calafate, siempre vuelve” termina così la leggenda Tehuelche che narra la storia di una curandera che, troppo anziana e stanca per affrontare un simile viaggio, non migrò con il resto della tribù al sopraggiungere dell’autunno. Alla curandera non mancò cibo e legna per riscaldare il suo toldo ma passò l’inverno in completa solitudine perché anche tutti gli animali se ne erano andati. Sopraggiunse la primavera e con essa iniziarono a ritornare gli uccelli: finalmente la donna poteva di nuovo parlare con qualcuno. Ma era arrabbiata, l’avevano lasciata sola per molti mesi e così li sgridò aspramente. Gli uccelli non avevano colpa, le spiegarono infatti che se avessero fatto altrimenti sarebbero morti di fame e di freddo. La vecchia curandera capì e decise che non sarebbe stata mai più sola. Rientrò nel suo toldo e si trasformò in un arbusto di Calafate. Da qual momento in poi gli uccelli avrebbero avuto alimento in autunno e un buon riparo per l’inverno: molti di loro non se ne andarono più, altri tornarono sempre per assaggiare questo dolce frutto.

Forse la leggenda narra il vero, come il canto di una sirena la Patagonia continuava a chiamarci, y nos volvimos.

La Patagonia, terra leggendaria di venti inclementi, di natura selvaggia e spazi immensi, di condor e ghiacciai, di piogge e arcobaleni, di fiori e ruscelli. E’ una terra che non lascia indifferenti e se le si permette di catturarvi il cuore, sarà impossibile liberarsi dal suo incantesimo.

La Patagonia è picchi maestosi, scalate estreme, sfide all’ultimo respiro tra uomo e natura, ma anche grandi parchi naturali dove è possibile perdersi camminando nei boschi avvolti dal silenzio o nelle steppe frustate dal vento.

La Patagonia è Fin del Mundo, ultimo orgoglioso avamposto abitato prima dell’Antartide.

E proprio da qui inizia il nostro viaggio, dall’Isla Grande, Malvinas.

L’aeroporto di Ushuaia si intravede dal finestrino dell’aereo, lunghi minuti di attesa mentre il pilota compie un ottimo atterraggio su una delle piste considerate tra le più difficili al mondo.

Il vento soffia forte, le nuvole grigie si rincorrono permettendo, a volte, al sole di fare capolino.

Navighiamo sulle acque del Canale di Beagle e presto ci lasciamo alle spalle Ushuaia avvolta in una grigia coltre di pioggia; sopra di noi invece, il sole sbuca dalle nuvole trasformando in argento il color piombo delle acque del canale. Un sole di sguincio, caldo, che accarezza i colori dei muschi degli scogli attorno a noi. Isolotti di uccelli bianconeri lasciano presto il posto alle colonie di leoni marini che, sonnacchiosi, si lasciano guardare e fotografare, indifferenti all’emozione che provocano a chi li ammira da lontano. Qualche maschio dorato lancia il suo richiamo, una femmina sbadiglia. Non si parla, l’entusiasmo è trattenuto, si resta in silenzio per non disturbare.

Il faro Les Eclaireurs, il più meridionale del mondo, ultimo avviso ai naviganti prima dell’oceano selvaggio. Lo scoglio dove venne costruito è coperto da muschi colorati, gialli, arancioni, il cielo azzurro inframmezzato da nubi, l’arcobaleno colori sospesi nell’aria nella luce del tardo pomeriggio australe…. e poco lontane le coste cilene.

Ushuaia, case di legno spesso ricoperte da lamiere colorate, di per se non è una bella città, ma basta guardarsi intorno per scoprire che il suo fascino risiede in ciò che la circonda: mare, montagne, boschi ed un imponente ghiacciaio come il Martial. Non manca nulla in questa città senza tempo, non a caso proprio qui si trova la piramide di cemento armato che custodisce la Capsula del Tempo: testimonianza della vita fino al 1992 per le future generazioni. La data di apertura è 2492, chissà se ci saranno ancora le meraviglie odierne

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