Una Palermo romanzata

Tra i colori e i sapori della Sicilia

La visita guidata è breve; la parte più curiosa è stata la spiegazione del funzionamento acustico della sala pompeiana. Dovete immaginarla piena di uomini vestiti bene che si recavano qui prima e dopo gli spettacoli per concludere affari. Un particolarissimo effetto, appositamente ottenuto tramite un’asimmetria della sala, fa si che in qualsiasi punto la risonanza sia talmente forte da far risultare impossibile sentire cosa dicono gli altri ospiti, a meno che essi non siano molto vicini. Questo permetteva ai presenti di “appartarsi nella folla” per concludere affari senza essere uditi dagli altri. Se si voleva essere uditi da tutti invece, era sufficiente posizionarsi esattamente al centro della sala.

Tutta questa cultura mette fame, e così ci avventuriamo alla ricerca di un tipico mercato palermitano che non dista molto dal teatro, Mercato del Capo. Lungo una via stretta tra alti palazzi si snodano i banchi di verdura, di carne, di pesce. È ora di pranzo e abbiamo fame, entriamo in una gastronomia in cui ordiniamo una porzione di anelletti e delle polpette di sarde al sugo. La signora prende cucchiaiate generose di cibo dalle teglie e le sbatte letteralmente in un piatto di ceramica facendo schizzare dappertutto il pomodoro. Mentre il nostro pranzo passa qualche minuto nel microonde, la signora pensa sommariamente a quanto ci possa fare per il cibo e due peroni e butta lì un generico “Facciamo 10 euro”. Per mangiare ci sediamo in strada su un tavolino di plastica. Le polpette di sarde hanno il sapore del paradiso. Vicino a noi sono seduti quattro palermitani che scopriamo presto essere insegnanti. Non possiamo evitare di ascoltare i loro discorsi; parlano delle recenti alluvioni che hanno creato molti problemi nelle periferie, parlano di cose che non vanno nelle loro scuole, parlano di una manifestazione prevista per questo pomeriggio pro aborto. Rimaniamo incantati da questo scorcio fatto di abitanti del luogo, sugo, bancarellai che urlano, peroni fredde e tavolate in strada. Siamo proprio due turisti imbambolati che hanno trovato il loro angolo preferito di Palermo.

Ritornando sui nostri passi, risalendo via Maqueda al contrario, all’incrocio dei Quattro Canti svoltiamo a sinistra e scendiamo lungo Corso Vittorio Emanuele che ci porta dritto dritto alla meraviglia delle meraviglie, il Foro Italico, una lunga passeggiata a ridosso degli scogli e del mare blu che sembra ancora conservare il calore dell’estate appena trascorsa. Qui c’è il vociare di un sacco di gente. C’è chi corre, chi va in bici, ci sono i bambini che giocano e i chioschetti dei gelati. Qualcuno legge, qualcuno pesca, i più sono venuti qui a fare una passeggiata come noi. Penso a quando io non so che fare nella mia città e penso a come deve essere bello non sapere che fare qui a Palermo perché si può sempre uscire e venire a guardare il mare.

Alla fine della passeggiata, un bellissimo scorcio su una piccola spiaggetta dove sono ritratte alcune barche colorate e la vista della città in lontananza blocca il tempo; cartolina da Palermo. Lasciandosi il lungomare alle spalle basta attraversare la strada per entrare nel Giardino di Villa Giulia, un angolo di verde che immagino essere molto prezioso durante i mesi più caldi dell’anno. Al suo interno c’è una piazzetta circondata da panchine e strane strutture architettoniche molto colorate che guardano tutte verso una specie di fontanella in cui però al posto dell’acqua c’è una pila di rocce. In cima, la statuetta di un bimbo riccioluto che sorregge un dodecaedro. Con la mia perspicacia non me ne sarei mai accorta ma, poiché sono fortunatamente accompagnata da un fisico quantistico mancato (che poi non si sa mai), scopro che il dodecaedro non è altro che una favolosa meridiana e che su ogni lato sono segnate solo alcune fasce orarie, quelle durante le quali i raggi del sole investono quel lato del dodecaedro. Mi esalto come Edison quando scoprì la lampadina. Eh lo so, il mio approccio con le “cose scientifiche” è questo

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