Il capolavoro di Mario Cucinella è la chiesa in Calabria che porta il barocco nel cemento

Ancor prima che santa, Maria Goretti era una bambina. Il corpo piccolo ed esile, denutrito e abbrutito dalla malaria, i capelli di un nero sfolgorante, la pelle bruna, quasi a ricordare il colore del bronzo, gli occhi spioventi e fiaccati dal lavoro nei campi. Maria Goretti era nativa di Corinaldo, il sangue marchigiano, i piedi in terra e la testa a sfiorare la costa anconetana, con tutti i sogni e le tenerezze negate che una bimba della sua età poteva anche solo immaginare. Era nata nel 1890, nel periodo in cui l’Italia, non ancora ammantata dal prodromo della Grande Guerra, si era unificata da qualche decennio; la sua vita non doveva essere tanto diversa da quella degli agricoltori della sua epoca: fame, denutrizione, analfabetismo e salute cagionevole erano infatti i marchi di fabbrica che contraddistinguevano le generazioni di mezzadri del suo tempo
I Goretti, in cerca di fortuna e di una migliore occupazione, si erano trasferiti, insieme a una famiglia amica – i Serenelli –, dal territorio marchigiano a quello laziale intorno alla fine dell’Ottocento, stabilendosi dapprima a Paliano, vicino Anagni, e successivamente a Ferriere di Conca, nella provincia di Latina; fu proprio lì, nel 1902, lungo quel tratto di costa laziale, che si consumò il suo martirio. Alessandro Serenelli, il suo carnefice, la aggredì con un punteruolo dopo il rifiuto di Maria a un assalto sessuale, causandone, nonostante il tentativo di salvare la piccola Maria all’ospedale di Nettuno, il decesso. Dopo 30 anni di reclusione, a Serenelli – che, durante il carcere si convertirà al cattolicesimo – verrà accordato un quieto perdono da parte della famiglia Goretti.
La memoria santificata di Maria – che, secondo alcune fonti, perdonò Serenelli poco prima di morire – si avrà qualche decennio dopo, a posteriori di due guarigioni miracolose occorse per sua intercessione, nonché grazie alla rapida diffusione del culto, che ebbe modo di espandersi – già subito dopo la sua morte – fra gli strati più umili della popolazione; potremmo quasi pensarlo come un culto agreste e rurale, in particolare riferito a coloro che, come lei, avevano trascorso una vita dura e intollerabile lavorando nei campi. Arriviamo al 24 giugno del 1950: per la prima volta nella storia recente, Papa Pio XII presiedette il rito di canonizzazione in una piazza San Pietro piena all’inverosimile, ergendo Maria Goretti agli onori degli altari. Alla cerimonia partecipò, oltre alla madre di Maria, anche lo stesso Serenelli.
Il principale luogo di culto dedicato alla Goretti si trova nella sua città natale, a Corinaldo, il grande e sontuoso Santuario di Nostra Signora delle Grazie e di Santa Maria Goretti, e se ne contano altri sparsi qua e là in Italia, fra cui, per la sua particolarità, svetta la chiesa di Santa Maria Goretti a Mormanno, nel cuore della Calabria; è lì, invero, che dobbiamo volgere la nostra attenzione.
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Santa Maria Goretti a Mormanno e il “monolite barocco” di Cucinella
Mormanno è un piccolo comune situato nel cuore del Parco nazionale del Pollino; la sua posizione, non distante dalla costa tirrenica, dona a questo borgo un contrasto ideale fra la ruggente e intrigante brezza marina e le asprezze del Pollino. È qui che l’architetto Mario Cucinella ha deciso di dare vita alla singolare chiesa dedicata a santa Maria Goretti, un edificio unico nel suo stile, perché di stile qui si tratta, costituendo questo luogo di culto un perfetto connubio fra il barocco romano e l’audacia della modernità, fra il candore della facciata e la vorticosità dei suoi interni
A guardarla frontalmente, la chiesa ricorda un contorno di donna, un seno abbellente un corpo alla De Chirico, la forma dei fianchi o di una fantasiosa nuvola fluttuante fra le nuances del cielo; colpiscono i pochi ma essenziali elementi che costituiscono la facciata e che richiamano alla mente i principali componenti della tradizione cristiana: il portale d’ingresso e una croce intagliata nell’involucro esterno a formare delle zone d’ombra a mezzogiorno o al calar della sera; di notte, poi, quella stessa croce si illumina, donando, assieme al bianco del tessuto, la timida lucentezza di una stella inchiodata ai bordi del cielo e che si osserva da lontano
A guardarla dall’alto, invece, la chiesa presenta una pianta monolitica e quadrilobata, che ricorda le strutture e le geometrie degli edifici barocchi romani: chiese quali Sant’Andrea al Quirinale, Sant’Andrea delle Fratte e San Carlo alle Quattro Fontane al Quirinale sono infatti le fonti d’ispirazione principali della chiesa di Mormanno.
Ma la storia della Goretti sembra trovare il suo luogo ideale negli interni della struttura: le pareti in pietra bruna, sinuose, quasi a voler ricordare il corpo e la pelle della giovane Maria, i veli bianchi, traslucidi e diafani, pendenti dal soffitto – che sembrano un’aurora boreale –, e che richiamano alla mente il candore e l’innocenza, lo spazio ondulato ed arioso, a rimembrare il respiro e i moti della giovinezza. Nella chiesa convive un perfetto rapporto fra arte e architettura; per realizzare questa liason, ci si è avvalsi dell’utilizzo di materiali quali la pietra, il bronzo e il mosaico, che donano allo spazio interno un atteggiamento austero eppure armonioso, fra opere quali il crocefisso e un quadro raffigurante una donna e il riflesso dei suoi contorni con dei colori e delle linee alla Pollock, elementi che, invero, fanno da contrappunto alle sfumature lattescenti del fonte battesimale, della pavimentazione e dei veli che pendono dal soffitto Da ultimo, non dimentichiamo la luce, la vera protagonista della chiesa, capace di donare vita allo spettacolo degli interni colpendo scompostamente e a piacimento le opere, la pietra bruna e finanche le sedie anteposte all’ambone e al fonte battesimale
È un gioco di pochi colori la chiesa di Mormanno, bianca e bruna, dove l’animo si acquieta e le bordature, dalle geometrie della pavimentazione, si innalzano gradatamente, imitando ai piani alti la natura e le sue forme inaspettate; sono i veli – e sì, ancora i veli – i massimi epigoni della Terra, dei suoi silenzi e del suo andamento tumultuoso, a ricordare un vento vorticoso o una timida mareggiata, a riecheggiare di un grido animale o di un uomo che, in cerca di qualcosa, cammina zigzagando in un bosco o sulla riva di una spiaggia.
