Myanmar: un viaggio per gli occhi, la mente e il cuore

L'imponenza delle pagode, i monaci buddisti, lo scorrere lento dei fiumi, i sorrisi della gente e il festival delle piroghe con 100 rematori

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  • di balzax
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 12
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro

La città è il centro culturale, artistico e religioso del paese, mentre per l’attività governativa tutto è stato trasferito a Naypyidaw.

Per girare Yangon in libertà la cosa migliore è accordarsi con un taxi. Fuori da ogni albergo ce n’è sempre qualcuno in attesa. Se l’autista non parla inglese, conviene farsi scrivere dalla reception su un biglietto i luoghi che si vogliono vedere. I taxi birmani non hanno tassametro: l’autista proporrà una cifra che dovreste riuscire ad abbassare del 20-30% senza problemi. La quantità di cose da vedere a Yangon è notevole. Alcune sono delle vere e proprie meraviglie.

Shwedagon Paya, il gioiello più grande del mondo

La pagoda (“paya”) Shwedagon è per quasi tutti i visitatori la prima meraviglia che gli occhi vedono all’arrivo a Yangon. Questo è il gioiello più grande del mondo. Su un’altezza di 99 metri è distribuita una copertura di foglie d’oro il cui peso è stimato in oltre 50 tonnellate. Gli altri elementi dello “zedi” (lo stupa al centro della pagoda che si innalza al cielo) sono letteralmente traboccanti di argento, diamanti e pietre preziose. Lo hti, la parte alta dello zedi che si erge per 10 metri, è un fulgore di rubini, zaffiri e topazi. Sul pennone terminale è issato un globo d’oro contenente 1800 carati di diamanti, sormontato da uno splendido solitario da 76 carati (15 grammi) fissato alla struttura. Nessuno si azzarda a rubare questi tesori, tranne lo spietato vento monsonico che ogni anno trascina via un po’ di foglie d’oro. Pertanto lo strato dorato deve essere manutenzionato con dedizione e continuità, cosa che viene fatta in maniera particolarmente accurata ogni 5 anni, quando la copertura d’oro viene rinnovata del tutto. Così era durante la nostra visita, ma questa ricorrenza ci ha consentito di osservare il meticoloso posizionamento dell’impalcatura di bambù aggraffata allo stupa, sulla quale gli operai salgono per la manutenzione della superficie esterna della pagoda e per il rifacimento della lamina d’oro.

Superfluo dire che questa opera meravigliosa non è soggetta a nessuna custodia. Non c’è l’ombra di un poliziotto a guardia dell’immenso tesoro, che tutti possono ammirare e toccare. L’unico controllo di sicurezza è costituito dal passaggio al metal detector all’ingresso e all’uscita dall’area sacra.

Arriviamo alla Shwedagon Paya nel giorno della “Festa della luce” (l’8 ottobre), che in Birmania è festa nazionale. Mano a mano che le ombre della sera avanzano arriva sempre più gente e dopo un po’ c’è talmente tanta ressa che bisogna farsi largo a spintoni. In molti punti vengono allestiti banchi per l’accensione di lumini e fiammelle votive. I vari padiglioni del recinto sacro attorno alla pagoda hanno nomi curiosi: l’oratorio del venerdì, il padiglione dei mercanti cinesi, il tempio dell’impronta del piede di Buddha, la sala di preghiera dell’Est.

Il punto più frequentato della Shwedagon paya è il “luogo dove sono esauditi i desideri”. Qui c’è una calca impressionante. Per arrivarci bisogna farsi largo a spintoni e pestate di piedi (nudi, come i tutti i luoghi sacri del buddhismo). Comprensibilmente, qui convergono quasi tutti i visitatori stranieri. Fermarsi un momento a riflettere in questo punto è d’obbligo: dei cinque desideri che ho espresso (troppi? forse ho esagerato…) spero che almeno un paio si avverino.

Accanto al luogo dei desideri c’è una sala, poco visitata, con una bellissima galleria fotografica che mostra i momenti della costruzione della pagoda. Presenta immagini dell’interno dello zedi, che essendo inaccessibile nasconde tesori che nessuno può vedere. Dalle foto si può vedere che dentro è completamente riempito di anelli, cerchi d’oro, campanelle e gioielli tra cui spicca un enorme smeraldo lungo 15 cm.

Tornerò alla Shwedagon Paya al rientro dal tour nella regione Mon. Con un po’ più di calma si riescono a cogliere meglio i particolari di questa opera eccezionale, e anche qualche fatto curioso. Verso sera si assiste al divertente spettacolo della squadra di pulizia che, radunata sotto la guida di una direttrice dei lavori, provvede alla scopatura del pavimento e alla rimozione delle cartacce. Mi dicono che alcune scopatrici fanno parte dello staff di gestione della pagoda, ma che ogni sera c’è spazio per volontarie e volontari che vogliono liberamente contribuire al decoro del luogo sacro.

Osservo anche molta gente che sta sui gradini dei padiglioni a chiacchierare e altri gruppi che mettono giù una tovaglia e fanno picnic. Infatti le pagode per i birmani non sono solo luogo di preghiera, ma anche di incontro, conversazione e ristoro.

Botataung Paya, in ricordo di mille ufficiali

La pagoda Botataung deve il suo nome ai 1000 ufficiali militari che oltre 2000 anni fa scortarono reliquie del Buddha dall’India al Myanmar (bo vuol dire capo, e tataung mille). E’ più piccola (40 metri di altezza) e meno spettacolare della maestosa Shwedagon Paya e anche dell’appariscente Sule Paya, ma il punto dove si trova, a un centinaio di metri dal fiume Yangon, le conferisce un aspetto più spirituale delle altre due. E’ anche l’unica pagoda birmana cava: l’interno, a cui si può accedere, è una specie di labirinto fatto a spicchi d’arancia, il cui angolo finale è sempre occupato da uno o più fedeli intenti a pregare. Ogni spicchio del labirinto è completamente tappezzato d’oro.

Un interessante pannello all’ingresso della Botataung Paya mostra la sequenza degli elementi che costituiscono gli “zedi” delle pagode birmane. Lungo il viale fuori dalla pagoda c’è una fila di bancarelle che vendono cesti di frutta e offerte votive. In fondo al viale c’è un monastero (facilmente riconoscibile dalle finestre con le persiane azzurre)

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