Myanmar: un viaggio per gli occhi, la mente e il cuore

L'imponenza delle pagode, i monaci buddisti, lo scorrere lento dei fiumi, i sorrisi della gente e il festival delle piroghe con 100 rematori

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  • di balzax
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 12
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro

Mingalabar Myanmar!

Cioè “Ciao Birmania!”. Finalmente siamo arrivati e “Mingalabar” è la parola magica che ci accoglie appena l’aereo della Thai atterra sulla pista di Yangon. “Mingalabar” è un saluto che va bene per tutte le occasioni: ciao, buongiorno e buonasera, benvenuto. L’avevo appreso già prima di partire, leggendo qua e là qualche informazione di base sul Myanmar.

All’aeroporto di Yangon scopro che siamo in 12 nel gruppo di viaggio. Nel gruppo è rappresentata tutta l’Italia, da Torino a Palermo. Organizzazione Earth Viaggi di Lecco, ma stranamente l’unico lecchese sono io.

La guida Zaw Zaw Myo per prima cosa ci risparmia possibili errori di pronuncia del suo nome chiedendo di essere chiamato Lorenzo. Parla un buon italiano, imparato qui a Yangon senza mai essere stato in Italia, con qualche comprensibile approssimazione per articoli e accenti.

Il viaggio si rivelerà una sequenza di emozioni, incontri e scoperte avvincenti e affascinanti. Davvero valeva la pena di venire qui. Durante un viaggio in Myanmar gli occhi si riempiono dell’imponenza delle pagode e dello splendore delle statue di Buddha, dello scorrere lento dei fiumi solcati da sampan e battelli, dei pinnacoli dorati che spuntano dovunque tra capanne, foreste e risaie. La mente si ferma spesso a riflettere su quanto deve essere grande la devozione di questo popolo, che ogni giorno riserva una parte di quel poco che ha per donarlo a monaci e questuanti. Il cuore si apre davanti ai sorrisi delle donne e dei bambini, dei ragazzi che chiedono di fare una foto con te come se fossimo delle star, dei contadini che salutano al passaggio del treno.

Ma è tutt’oro quello che luccica? E’ impossibile non vedere le baracche di periferia immerse nel fango. Non si può non notare la totale assenza di modem e computer, anche se i cellulari e gli smartphone cominciano a vedersi (persino in mano ai monaci!). Colpisce la pervicace solerzia con cui gli impiegati riempiono registri e quaderni con ogni sorta di orario, conteggio e trascrizione. Mettono i brividi le matasse di filo spinato poste a protezione delle case di patrizi e notabili di partito. Si rimane colpiti dai visi pieni di gratitudine dei bimbi a cui dai una caramella o un biscotto, o la penna e il flaconcino di shampoo prelevati dalla camera dell’hotel.

Chiaramente, si spera che tutto questo migliori, perché il Myanmar possiede tutte le risorse necessarie per essere completamente autosufficiente. Comunque, con la gente è meglio evitare discorsi sulla libertà individuale nel paese. La dittatura paramilitare viene vissuta con indifferenza e mascherato servilismo. O forse con rassegnazione, chissà.

Torniamo al viaggio. Il percorso è stato Yangon – lago Inle – Mandalay – Bagan, con il gruppo. Poi, dopo il ritorno a Yangon, prosecuzione individuale verso Kyaikhtyo e la famosa roccia d’oro, con visita alla città sacra di Bago e rientro finale e Yangon. Il giro ha toccato le province di Yangon, Bago e Mandalay, lo stato Shan e lo stato Mon.

Yangon, l’ex-capitale

Pur non essendo più la capitale del paese, che dal 2007 è stata trasferita nell’anonima città di Naypyidaw al centro del paese, Yangon rimane il punto di partenza e di arrivo di ogni viaggio in Myanmar.

La città, vastissima, si estende su 350 kmq e conta 6 milioni di abitanti. E’ caratterizzata da lunghi viali alberati e edifici bassi, al massimo di 6-7 piani. Non ci sono grattacieli. Il traffico è caotico e disordinato, con ingorghi e rallentamenti frequenti, malgrado la totale assenza di moto e motorini. Con una trovata geniale, i militari al potere hanno proibito la circolazione dei motoveicoli a Yangon, di fatto limitando moltissimo gli spostamenti delle persone e di conseguenza le probabilità che si formino crocchi e assembramenti organizzati. Teoricamente, gli autobus dovrebbero raggiungere tutte le zone della città, ma in realtà le lunghe code alle fermate si vedono. A Yangon è anche proibito suonare il clacson, provvedimento questo dalle finalità alquanto misteriose

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