Un lambratese in Birmania

Tre settimane in Myanmar

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  • di shaobell
    pubblicato il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Yangon

L'aereo della AirAsia (Bangkok - Yangon a/r per 150 €) mi scarica in perfetto orario nel piccolo aeroporto di Yangon, l'ex capitale e città più grande della Birmania. Ora il centro burocratico del Paese è Naypyitaw, un'asettica, moderna e impronunciabile città semivuota d'ispirazione cinese, più a nord. Assieme a me recuperano i bagagli degli sparuti e spaesati gruppetti di turisti. Il visto birmano sul mio passaporto, con foto e ologrammi vari (25 € all'ambasciata del Myanmar a Roma, attesa una quindicina di gg) mi permette di passare senza problemi. Cambio un centinaio di dollari in aeroporto. Quest'anno il governo locale ha agganciato il tasso di scambio del Kyat al mondo reale e non a quello dei Teletubbies, per cui si può ottenere valuta senza dover ricorrere necessariamente al mercato nero. Fuori dal terminal imbarco una ragazza giapponese dall'area particolarmente disorientata (you are doing it wrong), Nao, per dividere la spesa del taxi fino in città (che è parecchio distante), 5 dollari a testa. Nao sta in un ostello poco distante dall'albergo in cui vado io, ma non parla neanche inglese, per cui chiedo al tassinaro come è il posto scelto da lei. Lui assicura che fa schifo, ma non tenta di rivendermi quello di "suo zio", per cui ci credo. Riferisco alla giapponese aggiungendo particolari raccapriccianti, tipo scarrafoni di dimensioni kafkiane, e lei emette urletti da manga, una scena molto colorita. Dice che comunque deve incontrarsi con "a friend", per cui la lascio al suo destino nel Mahabandoola guesthouse, che non tradisce le nostre aspettative: sembra il posto in cui ti addormenti la sera e il giorno dopo sul letto c'è la sagoma disegnata dalla polizia. Il mio albergo è poco distante dalla Sule Paya, si chiama Beautyland 2 ed è in fondo ad una vietta angusta e "sgarrupata", percorsa da grossi cavi e centraline elettriche a vista. Vogliono 20 dollari la doppia, accettano anche i kyat ma con un po' di ribrezzo. La stanza è al primo piano, tv, aircon, frigoriferino; piccoli lussi a cui non sono abituato, il mio standard indocinese è 10 mq con letto, ventilatore e forse comodino. Il personale, apparentemente quasi tutti ragazzi, è gentile e parlicchia inglese con qualche virtuosismo di italiano; uno mi dice "signore le auguro buona sera" con evidente orgoglio. Alle otto sono pronto per uscire a cercare la cena, ma giunto sulla strada principale capisco presto che non è Bangkok. Qua e là delle "trattorie" e qualche chiosco con mercanzie che solo per guardarle conviene prendere un Imodium. Faccio qualche foto allo stupa dorata del (della? boh) Sule Paya che scintilla nella notte, finchè vengo avvicinato da un ragazzo dai tratti indiani, con cui inizio a discorrere del più e del meno in un cauto inglese. Dopo un po' mi chiede se ho cenato, penso che magari conosce qualche posto in cui si mangia bene e decido di invitarlo a cena; anche perchè si sta rivelando una fonte interessante di informazioni. La fame aumenta, e Shiva si dirige verso un "ristorante" indopachistano (ahime), lo seguo perchè attorno sta sbaraccando tutto e ho paura di dormire a pancia vuota. Mi portano riso con pollo, una coscietta cotta almeno due anni fa, e l'inevitabile curry. Sbocconcello metà piatto con la scusa che ho mangiato in aereo. Shiva fa l'idraulico per 5 dollari al giorno, ogni tanto ne spende 10 per una ragazza che conosce, non vede grandi prospettive per sè anche se ha solo 24 anni. Pago e usciamo, fuori la città è nella preagonia della notte. Solo qualche persona cammina qua e là, fra cui un esile ubriaco con la camicia a fiori ed i denti arrossati dal betel. Qui il betel lo mastica una grossa fetta della popolazione, sia uomini che donne, e le strade delle città sono macchiate da distese di sputi rossi, come fossero perennemente il risultato di una gigantesca ed eterna rissa. In realtà Yangon è una pigra metropoli indocinese, blandamente attiva di giorno, ed ha il vantaggio di non puzzare come Bangkok.

Yangon

Mi sveglio alle 5, sbarellato dal jet-lag, ne approfitto per fare due passi nelle strade che ancora sonnecchiano. Le macchine in circolazione sono poche, berline giapponesi o coreane di terza mano, e vagano per grosse strade vuote. Hanno la bizzarra particolarità di avere il volante a destra e dover tenere la destra (per via di rigurgiti antimperialisti del governo), per cui ogni sorpasso avviene praticamente alla cieca. C'è da dire che i birmani alla guida sembrano quasi tutti molto prudenti, anzi devo dire ammirevoli. A Yangon, sempre per le curiose intemperanze dei governatori locali (la macchina di uno di essi, anni addietro, è stata tamponata da un motorino), è vietata la circolazione di moto e motorini, ed è quasi impossibile da credere ad una città così senza gente che si sposta in scooter o moto. Mi dirigo verso il porto fluviale, ad osservare la gente che si avvia alle proprie occupazioni. Molti hanno i volti assenti di automi mattutini come in tutte le città del mondo. Le donne, di statura minuta, si tingono le gote e il volto con la tannaka, una tintura bianca con scopi sia protettivi che ornamentali. Ma anche molti uomini e ragazzi ne fanno uso. Due anziane monache, rasate ed avvolte in accecanti tonache rosa, passeggiano sorridenti chiedendo l'elemosina e mormorando qualche litania d'incoraggiamento. Nei marciapiedi, qua e là un tombino lasciato scoperchiato apre voragini improvvise; due uomini si lavano con una canna sotto ad un portico. Al porto confluisce molta gente che si va al lavoro o che viene a comprare il pesce e la frutta scaricata. I venditori, spesso donne, espongono su teli e cassette la mercanzia, agitando ventagli contro le instancabili mosche. Proseguo per vie parallele al fiume, strade decadenti con le case segnate dagli anni che sembrano sporgersi, creando una vaga sensazione claustrofobica. Girando in semicerchio arrivo fino alla stazione ferroviaria, dove decido di intraprendere l'impresa di acquistare un biglietto in cuccetta verso Mandalay. Prima provo in un oscuro scalo secondario, con tabelloni crivellati esclusivamente da caratteri birmani, e con impiegati che seppur di fronte a una richiesta semplice, mi guardano allibiti per poi rimbalzarmi ad un altro sportello. Vengo sflipperato fino alla stazione centrale, dove sembro trovare uno sportello con una equipe di funzionari in grado di farmi il biglietto. Costa 33 dollari, gliene dò 40 perchè dietro non ho tagli minori , e la cosa li getta nel panico. Non hanno il resto da darmi, non posso pagare in kyat, e regalargli 7 dollari mi sta sulle palle. Dopo un lungo conciliabolo dietro la grata, mi dice di tornare alle due che avranno il resto, intanto mi prenota il posto. Fuori dalla stazione cambio un po' di dollari da un negoziante ad un tasso non male. Verso sera mi presento zaino in spalla e prendo possesso della mia cabina sleeper, il treno inizia a sferragliare verso nord. Le ferrovie birmane, residui di quelle coloniali inglesi del secolo scorso, hanno lo scartamento ridotto, il che vuole dire che le cabine ballano come ubriachi su una nave in tempesta. Negli snodi fra i vagoni il fracasso è tale che sembra debba smantellarsi il giunto, e in bagno se ne fai almeno metà nel buco il capotreno quando arrivi ti dà un premio. C'è di buono che ho lo scompartimento tutto per me, per cui posso chiudere la porta e non essere costretto a dormire come un'orsa attorno ai cuccioli per proteggere lo zaino con i miei pochi averi. Il negoziante mi ha inondato di banconote di piccolo taglio, ho una mazzetta alta una ventina di cm. Fuori dal finestrino, le verdi campagne ed il cielo cinereo lasciano presto il posto all'oscurità. La cuccetta è più grande del mio letto al Beautyland, e nonostante i sobbalzi riesco a consumare diverse ore di buon sonno

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