Myanmar, dove i pescatori remano con le gambe

Impressioni di un viaggio (semi-organizzato) tra Yangon, Mingun, Mandalay, Amarapura e il lago Inle

Diario letto 7508 volte

  • di Dodi
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Il Myanmar, noto anche come Birmania, confina con Bangladesh, India, Tibet, Cina, Laos e Tailandia; viene chiamato il Paese delle mille pagode. In sole due settimane ne abbiamo viste così tante, in una piccola fetta di un territorio di 676'577 kmq, da pensare che in realtà siano molte di più. Lo stesso vale per i sorrisi della gente, sempre disponibile a dare un’indicazione o a scambiare un’impressione nonostante che pochi parlino una seconda lingua.

Donne e uomini di solito indossano il longyi, un pezzo di stoffa lungo fino alle caviglie e annodato in vita. Sono in cotone o in seta, a righe o a quadretti. Alcuni giovani, in città, vestono all’occidentale, con i jeans, i berretti da baseball, gli occhiali da sole stile “Top Gun” e hanno tagli di capelli all’ultima moda, spesso tinti di un colore che tende all’arancione. Le donne e i bambini, in particolar modo, spalmano sul viso una pasta gialla ricavata da un legno simile al sandalo che si chiama thanaka. Serve come filtro solare e come maquillage.

Yangon è la ex capitale e una delle città principali. In cima a una collina svetta la Shwedagon Paya, un complesso di templi buddhisti costruito ca. 2500 anni fa secondo la leggenda, tra il VI e il X secolo secondo gli archeologi. Lo splendore di questo luogo e la serenità che trasmette, induce a lasciare fuori dalle sue mura la frenesia, mentre le statue raffiguranti Buddha sorridenti e i mormorii dei monaci in preghiera, con tonaca purpurea gli uomini e rosa le donne, infondono una pace interiore.

Intorno all’enorme cupola dorata alta 99 m, ricoperta di 5448 diamanti, 2317 rubini, zaffiri e altre gemme, 1065 campanelle dorate e un diamante da 75 carati sorgono tanti templi di diverse forme e grandezze. Al tramonto tutto il sito si illumina di lucette colorate che oltre ad attraversare il tempio, circondano le teste dei Buddha come fossero aureole. E’ ora di tornare nella caotica e un po’ fatiscente città.

I marciapiedi sono occupati da bancarelle di generi alimentari (zuppe, frutta e verdura, riso, spiedini di carne, pesce essiccato), fiori, vestiti e souvenir. La gente mercanteggia, chiacchiera o semplicemente osserva l’andirivieni, spesso masticando una noce di betel (della palma areca) che ha un blando potere stupefacente e rende la loro bocca e i loro denti rossi. L’odore delle spezie a cui non siamo abituati si insinua nelle narici e ci spinge a avvicinarci curiosi.

Da Mandalay con un battello si raggiunge Mingun, dove si trovano le rovine di alcuni templi di fine 700/inizio 800. Queste rovine imponenti si possono visitare rigorosamente a piedi scalzi. Il calore del sole rende i pavimenti roventi e si saltella da una zona d’ombra all’altra per evitare di scottarsi le piante dei piedi. La vista dalle cime dei monumenti si perde nelle colline circostanti. Nel villaggio di capanne in legno vi è la possibilità di consumare un pasto o bere una bibita fresca nei chioschi lungo le strade di terra battuta, mentre gli animali (oche, galline, tacchini con i loro pulcini, cani, maiali ecc.) scorrazzano tutto intorno in libertà.

Una volta tornati a Mandalay, verso sera una lunga scalinata ci ha portati alla Yankin Paya dove abbiamo aspettato il calare del sole su una delle terrazze del monastero. Questo luogo è poco frequentato dai turisti e la nostra presenza non ha mancato di attirare l’attenzione dei monaci che sbirciavano discretamente alle nostre spalle mentre leggevamo la guida in italiano che purtroppo conteneva solo poche fotografie da mostrargli

  • 7508 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social