Mongolia, solitudini senza poesia

A zonzo per la Mongolia, tra il sacro e il profano

Diario letto 6335 volte

  • di trap
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 11
    Spesa: Oltre 3000 euro

A Giacomo Leopardi la Repubblica Popolare Mongola dovrebbe concedere la cittadinanza onoraria e la qualifica di Sommo Poeta mongolo. Che cosa, se non le vaste solitudini di questa terra, potrebbe avergli ispirato il "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia"? Non a caso, Leopardi: qui la poesia non è idillio bucolico, arcadia: è sofferenza interiore, malinconia, struggimento. Senza retorica però.

Anzi: è solitudine senza poesia.

Il ritmo di queste solitudini è dato da un sonnacchioso yak che rumina l’infinito in un perenne replay alla moviola. L’eterno immutabile.

Anche i moderni gipponi giapponesi devono inchinarsi di fronte a distanze senza pudore, sciorinate su piste prive di rispetto umano. E’ un procedere a singhiozzo, a conati senza sbocco. L’andatura di un cammello ebbro.

Il tempo è scandito dal sole, dalle stagioni; almeno per chi ci vive. Il turista brancola in una dimensione strana, senza gli appigli, le certezze della moderna vita tecnologica. Il cellulare langue sordomuto per la maggior parte del viaggio: non c’è quasi mai campo.

Non c’è scampo: è un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio, in una dimensione insolita, quasi una saga fantasy, ma senza quel retrogusto di patinato, disinfettato, mistificato. Qua e là, qualche nota stonata in questa sinfonia orchestrata dalla Natura sovrana assoluta: accanto ad alcune gher (le tipiche tende mongole, a igloo) spuntano un pannello solare e una antenna parabolica; una moto cromata. A decine di chilometri una dall’altra. Gli yak, le mucche, i cavalli, le pecore, le capre e i cammelli che brucano l’esistenza in queste lande smodate non subiscono il fascino del progresso, restano insensibili ad asfalto (che non conoscono) e 4x4. Poca sensibilità (ma grande intelligenza) dimostrano anche verso le trasmissioni Tv satellitari.

Le mandrie… le vere padrone della steppa: via gli uomini, qui non cambierebbe niente. Ma se cancellate i quadrupedi da questi oceani d’erba, sarebbe un dipanarsi di nature morte, di fermo-immagine senza soluzione di continuità. Sono così numerosi che nonostante lo scorso inverno il gelo eccezionale ne abbia stroncati circa due milioni, la loro presenza riesce ancora a riempire gli occhi. Con tutto che noi abbiamo incrociato solo quelli che pascolavano nei paraggi delle strade e delle piste.

Quei circa due milioni di capi morti hanno gettato nella miseria migliaia di famiglie, rafforzando il già notevole fenomeno dell’inurbamento (il 38% della popolazione vive nella Capitale; poco importa se stiamo parlando di un totale di soli 2,8 milioni di persone). Con tutte le conseguenze negative.

La Mongolia sta vivendo l’eterno dilemma: progresso sì/progresso no? Falso dilemma, perché non hai possibilità di scelta. Altri scelgono per te. Vengono alla luce gigantesche miniere di rame e oro – e subito arrivano i pescecani da fuori. Nella fattispecie, una multinazionale canadese. Già si parla di giovane democrazia corrotta. Che ricadute avrà sulla popolazione l’arrivo di denaro e tecnologia? Si spopoleranno le praterie o governanti illuminati e lungimiranti riusciranno a mediare, a inserire elementi di modernità senza stravolgere una cultura millenaria?

Pura e sterile accademia, fatta da un turista di passaggio, ma è qui dove la nazione mongola si giocherà il proprio futuro. Per il momento, mancano strade e infrastrutture: si viaggia per piste e sterrati; gli aeroporti sono pochi e poco fruibili; la sanità lascia ancora ampio margine di manovra agli sciamani: pochi ospedali e per le operazioni importanti c’è solo Ulaan Baatar. Dove ti portano in jeep…

Non ti viene da pensare che proprio qui sbocciò il più grande impero che la Storia ricordi, che Gengis Khan (Cinghis, come rivendicano loro orgogliosamente) fosse un figlio proprio di queste steppe. Non è rimasto niente del suo dominio: non costruiva nè monumenti né edifici. Persino l’Impero e il suo simbolo erano nomadi: il palazzo reale era una immensa gher tirata da una mandria di buoi.

Hai l’impressione, vagando per queste lande e sbirciando nei villaggi e nelle città che tutto debba ancora avvenire, che non ci sia già alle spalle un vissuto così inciso nella Storia. Ovunque respiri aria di ‘primitivo’, di marmo ancora da scolpire, di fango da modellare: di futuri possibili. Di gioventù: 24,6 anni l’età media e sia pure su circa tre milioni di abitanti. Bambini e giovani ovunque, nella steppa come in città. Però mi porto via due istantanee molto diverse: ragazzi e giovani sempre molto vivaci, chiassosi, spesso sorridenti (ma si tenga presente che la nostra esperienza si è limitata soprattutto ai campi turistici e alla Capitale); bambini spesso, se non tristi, malinconici. Pochi sorrisi sui loro visini arrotondati. Ne ho fotografato più d’uno, ma nemmeno uno sorridente. E non li ho scelti apposta. Mi è rimasto misterioso, questo fatto

  • 6335 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social