Mexico: sierra y playas

Il mio ottavo viaggio in Messico (la prima volta risale al lontano 1984) inizia naturalmente da Città del Messico. Arriviamo, Piero ed io, di sera verso le otto dopo un volo di un paio ore da Roma ad Amsterdam e ...

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  • di Patrizia Sacco
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
 

Il mio ottavo viaggio in Messico (la prima volta risale al lontano 1984) inizia naturalmente da Città del Messico. Arriviamo, Piero ed io, di sera verso le otto dopo un volo di un paio ore da Roma ad Amsterdam e una corsa disperata attraverso lo sconfinato aeroporto di Skiphol per non perdere la coincidenza con l’altro volo che in 11 ore ci ha portato a destinazione (a Roma c’è stato un ritardo). Arriviamo all’albergo Maria Cristina, prenotato via mail, abbastanza provati ma non tanto da non concederci una margarita nel patio dell’hotel. Brindiamo al Messico con il nostro augurio preferito “Salud, amor, dinero y tiempo para gastar” e stramazziamo a letto...

Come sempre quando arriviamo in America ci svegliamo ad ore albeggianti e la mattinata è tutta nostra per poter andare a fare colazione al mio adorato Samborn alla Casa de los Azulejos e poi in un’agenzia di viaggi a prenotare biglietti e prendere informazioni per i prossimi giorni. Più tardi un taxi ci porta a Xochimilco, a visitare il Museo Dolores Olmedo che l’ultima volta che eravamo stati in città non era ancora stato inaugurato. Da molti anni ho una vera passione per Frida Kahlo e non avrei mai potuto perdere questa occasione di vedere alcuni suoi quadri, forse gli ultimi esposti in collezioni pubbliche che non avevo ancora “incontrato”. Uso questa parola perché è veramente l’unica che può esprimere la sensazione che ho quando vedo una di queste tele che conosco così bene, che ho guardato mille volte in tutta la mia raccolta di libri fotografici: è l’incontro con un amico conosciuto a distanza e finalmente trovato. Il museo è un vero gioiello, una antica hacienda restaurata con gusto dalla ricchissima e anziana señora che vi ha collocato tre sue splendide collezioni, opere di Diego Rivera, di Frida, e terrecotte precolombiane, e ne ha fatto un grazioso dono al Messico. La villa è inserita poi in uno spettacolare parco in cui si aggirano pavoni ed altri animali, un vero piacere per gli occhi e lo spirito. La bella giornata viene completata da un nuovo piacevole ritorno: ceniamo a La Opera, il ristorante più storico della capitale, dove tra stucchi dorati e specchi si conserva un buco di pallottola che dicono sia stato sparato da Pancho Villa. E come sempre le margaritas e le cheviche sono all’altezza della tradizione.

Il giorno dopo un volo di due ore ci porta quasi 1000 chilometri più a nord, a Durango.

Siamo sull’altipiano a 1900 metri e arrivando di sera il freddo si fa sentire. L’albergo che scegliamo, in pieno centro, è una posada in un’antico edificio in pietra, con camere affacciate su un bel patio; poche stanze e tanta atmosfera, proprio il mio genere. Durango è una città non grandissima, con un centro storico coloniale. Per fortuna durante il giorno la temperatura sale molto, il sole è scintillante e l’aria tersa, con una luminosità tutta particolare che ha fatto un po’ la sua storia. Proprio il clima così asciutto e stabile e la luce prodigiosa ne hanno fatto il posto ideale per esterni cinematografici. Negli anni ‘50 si iniziarono a girare nei dintorni vari film western, ma non solo quelli, grandi produzioni statunitensi che qui trovavano bassi costi e ambientazioni perfette. Da allora la cosa è andata avanti al punto tale che si sono costruiti interi villaggi che sono diventati set stabili, adattati di volta in volta alla pellicola in lavorazione. Nei due giorni in cui ci siamo fermati a Durango siamo andati a vedere Città del Oeste, un set a una quindicina di chilometri che viene aperto il sabato e la domenica ai visitatori, ai quali offre uno spettacolino semplice ma divertente con comparse vestite da ballerine di saloon, banditi e duellanti che sono riusciti a coinvolgere perfino Piero in una sfida mortale. Ma ancora più suggestivo mi è sembrato Chupaderos, un paesino vero in cui le casette di mattoni d’argilla sono trasformate con facciate fittizie di legno e convivono con altre costruzioni “inventate” come l’ufficio dello sceriffo o la banca delle rapine. La gente continua ad abitare dietro le quinte e mostra orgogliosa il cimitero con le croci che riportano i nomi degli attori che sono morti qui nel corso degli anni: John Wayne (varie volte), James Caan, Madlein Stowe..

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