LA "DAKAR" AL CONTRARIO

Cinque giorni in moto a ritroso sulle strade del mitico raid "DAKAR"

Diario letto 1269 volte

  • di mronz
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

LA “DAKAR” AL CONTRARIO

Testo di Marco Ronzoni - Foto di Marco Ronzoni e Paolo Ciapessoni

Sono le quattro del mattino di un normale venerdi musulmano. Dakar dorme ancora nell’aria fresca, immersa nel buio, semivuota, soffocata dalla sporcizia e dai rifiuti. I suoi abitanti, le bianche capre e milioni di veicoli attendono di riempire i marciapiedi e le vie. Le attività di strada non hanno ancora ripreso la solita infruttuosa giornata di “lavoro” ed io sto per lasciare questo maleodorante e caratteristico angolo di Mondo per fare ritorno a casa.

Dakar… Ma quante volte ci sono già stato in vent’anni? Dovrei mettermi a contarle mentalmente e non ne ho voglia. Di solito vi ho fatto tappa da volontario andando e tornando in aereo dalla Guinea Bissau, oppure ci sono passato scendendo su strada verso quel piccolo Paese per consegnare mezzi di soccorso a Missioni e Ospedali. Stavolta è diverso. Ho passato troppi giorni in questo bordello, attendendo di poter recuperare la mia moto spedita qui in un container navale e fare il viaggio a ritroso verso casa. Con me c’è Paolo, buon amico e motociclista incallito, sempre proiettato alle avventure, che condividerà con me questa nuova esperienza. A Dakar siamo stati ospiti di Padre Paolo e Padre Nino nella Missione di “Saint Joseph de Medina”; i due “padroni di casa”, con diversi decenni di Africa sulle spalle, sono profonde testimonianze viventi dell’impegno cristiano in questo Paese prettamente musulmano.

Fare il turista a Dakar è facile. Prendi un mezzo qualsiasi e ti fai portare ovunque, tanto sono tutti economicissimi. Si passa dagli autobus di linea, ai piccoli minibus bianchi, ai taxi gialli e neri, finendo ai furgoni multicolori, una sorta di trasporto pubblico/privato che vagano per la città, rottami ambulanti stracolmi di persone che bloccano la circolazione ogni venti metri per caricare e scaricare qualcuno. Forse è più pratico prendere il primo sudicio e malconcio taxi che passa, contrattare il prezzo facendo la radice quadrata di quello che ti spara il tassista e farti portare dove vuoi. Tutto sommato Dakar ed i suoi dintorni offrono belle opportunità per chi, come me, ama vivere i luoghi e non solo guardarli. La Corniche (il lungo viale affacciato sull’oceano per passeggiate romantiche tra scarti di pesce e le caratteristiche barche multicolori dei pescatori), il caotico porto (centro nevralgico dell’economia), l’edificio liberty della stazione ferroviaria, il mercato, la grande Place de l’Indipendance e la Place de la Nation (con lo svettante obelisco incastrato tra spazzatura, macerie e gente che orina tra i cespugli). Dakar è un formicaio di botteghe, laboratori artigianali ed officine meccaniche. I marciapiedi sono quasi totalmente impraticabili sia per le merci esposte che per i rifiuti, per la sosta selvaggia dei veicoli e per le capre. E poi c’è la coreografia della gente. Ovunque venditori di strada che quando ti va bene ti propongono bigiotteria pacchiana, orologi appariscenti, borse e magliette “griffate” ed elettronica contraffatta o di dubbia provenienza, ma anche coltelli a serramanico lunghi trenta centimetri, sigarette di contrabbando, fumo, ecc. Nei pressi della città non può mancare una visita alla vicina isola di Goreé, leggendario luogo di partenza delle navi ricolme di schiavi ormai relegata ad attrazione turistica ma pur sempre un’oasi di curiosità con scorci di suggestiva bellezza. Si raggiunge in una ventina di minuti di navigazione con un traghetto che scarica sulla spiaggia trecentocinquanta passeggeri alla volta, per darli in pasto ai trecentocinquantamila venditori di souvenir. Un tempo l’acquisto dei biglietti e l’attesa dell’imbarco avvenivano dentro un paio di locali con poche e malandate panchine dove eri costretto a restare in piedi; ora è un grande capannone su due piani con tanto di caffetteria, dove di sedie ce ne sono fin troppe e fastidiosi uomini in divisa ti obbligano a sederti. E come non citare il Lago Rosa, chiamato così per il colore delle sue alghe, punto di arrivo del celebre rally “Dakar” fino al 2007… Ok, bella Dakar e bello il Senegal, ma ora è giunto il tempo di partire. Mi aspettano gli oltre 3600 chilometri che mi separano dal porto di Tangeri Med, dove tra sei giorni mi imbarcherò su un traghetto per l’Italia

  • 1269 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social