L'ALTRO MAROCCO - LA COSTA MEDITERRANEA

Breve tour on the road in un Marocco poco conosciuto

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  • di mronz
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Fino a 500 euro

L’ALTRO MAROCCO

Testo di Marco Ronzoni

Foto di Paola Bettineschi

Marocco… La sola parola evoca affascinanti immagini di Città Imperiali, labirintici mercati, spezie profumate, sconfinate spiagge oceaniche, dune di sabbia, avventure esotiche… Ma il Marocco è anche molto altro, lontano dalle consuete seppur stupende rotte turistiche o dalla fantasia del cinema. Lo trovi nascosto da strade tortuose, alla fine di infiniti rettilinei, nella polvere sollevata dalle ruote della tua moto, nel sudore e nella sete che provi viaggiando avvolto dal suo caldo abbraccio, sotto la poca ombra regalata da un albero… Lo trovi dietro rosse montagne, tra villaggi sperduti dove il passato fatica a fondersi con il presente, nell’ospitalità della gente, tra gesti di sorprendente cordialità, nei saluti che ti regalano quando passi disturbando la loro pace col rumore di un motore... Il Marocco è un Paese magico, che ti offre sempre qualcosa di diverso, anche se lo hai già visto e vissuto in tante occasioni. Questa è la forza che ci ha spinto a tornare ogni volta.

Andalusia. E’ un caldo pomeriggio di metà settembre. Già la Spagna ci ha riempito la mente di belle immagini e la nostra moto ha già fatto abbastanza chilometri, ma siamo così vicini all’amato Marocco… Il richiamo è troppo forte. Decidiamo di prolungare il nostro viaggio di qualche giorno e spingerci un’altra volta in Africa. Quindi, dopo averlo percorso in lungo e in largo, dall’Atlantico al deserto orientale, da Tangeri alla Mauritania, stavolta abbiamo voluto dedicarci al RIF, la regione lungo la sua costa mediterranea tra Tangeri e l’Algeria. Questa parte di Marocco ha un’identità tutta sua dovuta alle influenze berbere, musulmane, ebree e spagnole; e ancor oggi lo si nota nello stile sue città e nelle lingue parlate dalle sue genti.

Da Algeciras a Ceuta la tratta è breve. Sbarchiamo dal ferry in questa enclave spagnola in territorio marocchino. Come la “gemella” Melilla, arrivare in Marocco restando di fatto in Europa, anche se non geograficamente parlando, ci consente di evitare il tentacolare e cervellotico sistema doganale del grande porto di Tangeri-Med e di sbrigare le formalità di immigrazione con un po’ meno fastidi. Passata la dogana, scorriamo lungo un’interminabile fila di persone che attende il proprio turno per avvicinarsi alla dogana. Questa frontiera di terra è una triste finestra sulla voglia dei marocchini, o almeno di una parte di essi, di cercare una nuova vita nella sopravvalutata Europa; purtroppo spesso questo desiderio li spinge a gesti disperati che vengono repressi con la violenza dai militari spagnoli.

Lasciata Ceuta verso est, la prima città che prende forma è Fnidq dove cerchiamo un ufficio per sottoscrivere la polizza assicurativa locale per la moto. La località è adagiata lungo la costa, bella, ariosa, con viali ed aiole verdi; fa quasi dimenticare il dramma dei migranti che si svolge poco distante. Regolarizzata la questione della circolazione in Marocco, iniziamo il viaggio su una bella strada panoramica che, tra curve e salite, segue la costa allontanandosene a tratti verso l’interno e portandoci tra scenari che sembrano lontani centinaia di chilometri, almeno finché uno squarcio azzurro ci ricorda che il mare è proprio lì. L’andatura è tranquilla, rilassata. Non abbiamo fretta. Pochi i centri abitati che attraversiamo; ci godiamo il sole ed il caldo fino ad Al Hoceima, splendidamente affacciata su un’ampia baia a semicerchio tra due promontori. La città, storicamente contesa tra berberi, spagnoli e francesi e meta negli anni ’90 del secolo scorso di consumatori di hashish e cannabis (una delle “risorse naturali” della regione), oggi è un porto che la collega ad Almeria ed un centro turistico molto apprezzato per la bellezza delle sue spiagge.

L’indomani si continua verso est, sempre costeggiando il Mediterraneo, fino ad addentrarci verso l’interno evitando Melilla e Nador. Prima di Berkane lasciamo la statale per una deviazione che ci porta tra rocce rosse, uliveti ed aranceti, a lambire le Gole dello Zegzel, una valle frutto dell’erosione millenaria dell’omonimo fiume. Risaliamo a Saidia, altra località di mare caratterizzata da una lunga ed ambita spiaggia sabbiosa. La cittadina, molto turistica, è l’ultimo centro costiero a ridosso del confine con l’Algeria, da tempo sigillato per contrasti politici tra i due Stati causa la disputa sui territori dell’ex Sahara Spagnolo. La successione di locali e centri balneari di Saidia, ordinatamente disposti lungo la spiaggia, improvvisamente si interrompe contro una recinzione di un posto militare marocchino; poco oltre si vede chiaramente il posto militare algerino e tra i due vi è una striscia di “terra di nessuno” (qui forse meglio chiamarla “spiaggia di nessuno”…). E’ ora di scendere verso sud-est, così rigorosamente addossati al territorio algerino da esserne a poche decine di metri e salutare le persone ferme come noi lungo la strada oltre confine. Arrivati a Oujida, prima di trovare alloggio, seguiamo una via sterrata che conduce ad un posto di frontiera abbandonato ma presidiato da militari marocchini che si affacciano assonnati ai finestrini di un furgone, svegliati dal rumore della moto. L’edificio che faceva da dogana e la sbarra di delimitazione sono stati quasi fagocitati dalla vegetazione che ormai lascia solo intravvedere il percorso che portava alla controparte algerina. Oujida non offre granché, se non il “solito” fascino dei piccoli centri abitati dimenticati dal turismo convenzionale, dove si respira una marcata genuinità e dove si fanno incontri a volte unici. E’ sera. Ci avviamo a piedi verso il “centro”. Le vie sono semivuote ed i marciapiedi, come sempre, sono malconci o ingombri dai tavolini dei locali, immancabilmente occupati da qualcuno che mangia, beve, fuma o guarda partite di calcio dei campionati stranieri. Camerieri indaffarati contrastano con l’ozio dei clienti, mentre invitanti profumi di polli arrosto speziati fanno venire l’acquolina in bocca. A noi piace mangiare in questi localini; certo non sono infallibili nell’igiene e nella pulizia (comprese le stoviglie…) ma sono irresistibilmente troppo autentici. Dopo cena, rientrando in albergo, un suono di canti ritmati si fa sempre più forte. Arriva da una grande tenda montata in una via laterale; la fioca luce al suo interno crea ombre in movimento. Ci avviciniamo con curiosa cautela. Un uomo ci nota e ci invita ad avvicinarci di più, fino a offrirci due sedie proprio al di fuori di un’ampia apertura nella tenda attraverso la quale finalmente vediamo. Una lunga fila di seggi è disposta lungo il perimetro ed al centro diversi tavoli e sedie avvolti in drappi amaranto. Tutti i presenti, dentro e fuori la tenda, sono uomini; cinque o sei di loro, con abiti particolari, stanno intonando una litania mentre gli altri presenziano in silenzio. Col nostro francese improvvisato chiediamo cosa siano quella “festa” e quei “canti”, sprofondando di vergogna quando l’uomo ci risponde che la “festa” in realtà è la veglia funebre della moglie appena defunta e che i “canti” sono versetti del Corano recitati in sua memoria… Chiediamo scusa a ripetizione per la mancanza di rispetto e per la nostra ignoranza, ma l’uomo, con inimmaginabile serenità, ci dice di non preoccuparci, non l’abbiamo offeso. Credo abbia capito la nostra totale buonafede. Si allontana verso la vicina abitazione per tornare poco dopo con un vassoio sul quale vi sono due bicchieri di latte e dei datteri per noi; è ciò che in quelle occasioni viene offerto agli ospiti.

Il mattino seguente lasciamo Oujida per muoverci verso l’Atlante, la dorsale montuosa del Marocco che, partendo dal lontano sud-ovest del Paese, corre lungo il suo asse fino al nord-est. In quest’area prende il nome di Medio Atlante; qui la pianura lascerà gradatamente il posto alle colline e poi ad alti monti da valicare su passi impegnativi. La tappa serale è Fes, una delle quattro Città Imperiali marocchine insieme a Rabat, Meknes e Marrakech. La rotta, geometricamente piuttosto diretta, taglia una zona molto bella; in una prima parte è ampia e pianeggiante, per poi gradatamente sollevarsi e diventare più tortuosa avvicinandosi all’Atlante. Ed ecco curve, salite e piccoli villaggi. La vegetazione si fa a tratti prepotente, riducendo la larghezza di una strada già di per sé stretta, ma regalando preziosa ombra sotto cui pazienti giovani vendono frutta ed olio e semplici pastori conducono le loro poche pecore accaldate. Lungo la via sfilano sanguigni tronchi di piante da sughero private della corteccia, rossi come la terra; rocce svettanti, profonde valli e morbide colline di ulivi si sporgono su panorami sconfinati. Pochi i veicoli che incontriamo, soprattutto furgoni stracarichi, auto scassate, carretti ed asinelli. Superate El Aioun Sidi Mellouk e Taourirt, ci regaliamo una sosta in un villaggio senza nome. Questi piccoli stop non servono solamente a riposare e rifocillarsi, ma fermano immagini che altrimenti scorrerebbero via. Così, con la moto all’ombra ed un po’ di pollo arrosto su un piccolo tavolino traballante, osserviamo la vita locale che continua. E com’è bello guardare un uomo a bordo strada che carica il suo cavallino con ceste di verdura, cercando di pareggiarne il peso su due basti improvvisati che penzolano dai suoi fianchi. Ripresa la marcia arriviamo a lambire un vasto lago con una solitaria palma che sbuca dalle sue invitanti acque celesti. Fa molto caldo; la temperatura sul cruscotto segna 37,5 gradi e sono le 16:32. Poco dopo ecco Taza, una delle città più antiche e strategiche del Marocco, con le sue mura possenti che racchiudono la città vecchia e la Grande Moschea. Mancano ancora centoventi chilometri a Fes e il tempo stringe, per cui si fila dritti. L’ingresso nella grande Città Imperiale ci riporta alla caotica realtà del Paese, che è pur sempre una delle sue caratteristiche

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