Mali, l'Africa più vera

27/12/2003 Bamako-Segou Il suono del telefono mi ha fatto saltare dal letto; sono passato di botto dal pranzo di Natale, che stavo sognando, al comodo letto dell’hotel Salam di Bamako. Il viaggio non è stato uno scherzo: da Milano a ...

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  • di Enzo Padovani
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
 

27/12/2003 Bamako-Segou Il suono del telefono mi ha fatto saltare dal letto; sono passato di botto dal pranzo di Natale, che stavo sognando, al comodo letto dell’hotel Salam di Bamako. Il viaggio non è stato uno scherzo: da Milano a Casablanca, poi sei ore di attesa e quindi l’aereo per Bamako dove siamo arrivati alle 3 di notte. Sono poche ore ma mi sembrano un’eternità, un abisso, come il mondo che sta fuori in confronto alla vita a cui siamo abituati. Qualche secondo per rendermi conto poi mi raccapezzo: sono ancora in Africa, in Mali, a due anni dal bellissimo viaggio in Senegal; proprio li mi era venuta l’idea del Mali, dei Dogon, quel mitico popolo che vive su una sperduta scarpata ai confini del deserto e che conosce perfettamente tutto l’universo. Come è tardi: devo pigiare tutti i vestiti pesanti nella borsa e prepararmi all’avventura; balzo dal letto, che avrei ben presto rimpianto, ed eccomi nella hall dell’hotel in mega ritardo. I miei compagni di viaggio Fabrizio e Carlo, sono già in pista, hanno già cambiato il denaro e fatto colazione; c’è anche Simona. Chi è Simona? Ricordate in Senegal ... bene, per la serie “non ci posso credere” , l’abbiamo ritrovata per caso nel nostro stesso gruppo in Mali! Antonella la “capa” ci sta cercando: si parte. Il nostro pulmino, stracarico di bagagli, parte alla volta del Museo Nazionale. Per noi è un fuori programma ma lo consiglio a tutti come prima tappa: nel museo è conservata una ricca collezione di maschere, statuette, suppellettili funerarie ed armi di tutte le etnie del paese. In mezz’ora saprete districarvi fra nomi come Bambara, Bozo, Peul (detti anche Fulani), Dogon, Malinke, Songhai un ventaglio di etnie che convivono pacificamente in Mali e che ben presto avrei imparato a distinguere. Un consiglio: non approfittate della spiegazione di una guida che non avete pagato; ne hanno fatto le spese due francesi che si erano “confusi” nel nostro gruppo: ma alle guide del museo non sfugge niente e nessuno. Non hai pagato non devi sentire. Ecco la maschera Chi Wara, riconosco la testa di antilope; ho letto che viene indossata dai Bambara durante i riti associati alla semina e al raccolto in onore proprio di Chi Wara che secondo la mitologia di quel popolo sarebbe l’inventore dell’agricoltura. E poi vedo la mia prima maschera Kanaga, una maschera molto comune nelle danze Dogon, a forma di doppia croce, che dovrebbe rappresentare i tre elementi naturali: cielo, acqua e terra , e gli oggetti Tellem, un popolo che abitava la falesia prima dell’arrivo dei Dogon; numerosi sono i reperti legati alla storia delle mitica Djenné, ma la guida dice che molte antichità sono ancora oggetto del mercato nero. Una sezione del museo è dedicata ai tessuti: è un tripudio di disegni e colori; sono persino troppi da distinguere ed ammirare in una sola volta.

Sankum, la nostra guida Songhai, ci ricorda che è ora di andare, ci aspetta un giro per il mercato. Ma Bamako, il cui nome significa “Il fiume del coccodrillo”, è tutta un mercato, ogni strada è piena di gente che vende e compra di tutto, a volte si ritrova l’ordine dei mercati arabi: tutti i prodotti alimentari da una parte, i dolci dall’altra, le scarpe di qua ed i vestiti di là, la benzina (in bottiglia) su un banchetto ed i ricambi di motori sparsi per terra. Ma spesso c’è un po’ di confusione e fra il traffico caotico di auto, pullman, motorini e biciclette trovi di tutto e tutto assieme; passiamo davanti al Gran Marché ricostruito in parte dopo l’incendio del 1993, e scendiamo lungo una larga via dedicata al riciclaggio. Nulla si butta, da auto e camion in demolizione si ricavano, carriole, contenitori, bracieri, recipienti per il mangime degli animali ed un sacco di altre cose. Sul lato opposto troviamo montagne di materassi, e subito dopo il settore delle macellerie, tutte “moderne”, nel senso che un vetro divide le mosche interne da quelle esterne. Poi iniziano le bancarelle delle verdure, colori a non finire; e non ci fanno mancare il pesce secco, misto anche a serpentelli secchi, e proprio di fianco un banchetto di casalinghi (mestoli, grattugie per il formaggio e ... perette per il clistere). Una “grand mama” prepara la crema di arachidi ed uno stuolo di ragazzini ci seguono incuriositi dalle nostre attrezzature da perfetto turista che “spreca fotografie” sul pesce secco. Il primo bagno di colori, odori e varia umanità che sono i mercati africani sta per finire: dobbiamo andare a pranzo

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