Partenza il 6/1/2007 · Ritorno il 15/1/2007
Viaggiatori: fino a 6

Il Festival di Essakane

di Valev - pubblicato il

Il Mali è un paese poverissimo ma civile e di antica cultura.

Fra le cose più belle: - la musica: “In the Heart of the Moon” di Alì Farka Tourè e Toumani Diabatè è un capolavoro assoluto.

- la scultura: Il Museo Nazionale di Bamako ha opere bellissime, in genere di legno o di terracotta; - i tessuti: in particolare i Bogolan e quelli Tuareg - l’architettura: palazzi e moschee di fango (Djenné, Mopti, San, Timbouctu) - la natura: il Niger e il Bani offrono stupendi paesaggi, con piroghe eleganti e colorate che si muovono nella corrente e rive piene di ninfee, ad esempio nella strada verso Djenné.

La gente è tranquilla e amichevole. I bambini hanno voglia di giocare ma non sono troppo insistenti nel chiedere penne e caramelle.

Il nostro viaggio Non avendo molto tempo, fra andata e ritorno circa una dozzina di giorni, abbiamo optato per la soluzione auto + autista + guida. Un po’ costosa ma ne è valsa la pena.

L’itinerario: Bamako: consigliamo la visita al Grand Marché ma soprattutto al Marché du Forgerons in cui ogni possibile pezzo di latta e cascami ogni tipo di metallo vengono riciclati... A mano. La scena è abbastanza impressionante. Si viene accompagnati da una specie di capovillaggio e si possono fare acquisti; noi abbiamo comprato diversi barattoli colorati, in origine confezioni di pomodori cinesi.

Bamako – Segou: città di architettura coloniale, affacciata sul Niger.

Il tramonto sul fiume, mentre ancora il traffico di pinasse e piroghe è animato e si accendono i primi fuochi, è indimenticabile.

Consigliabile una birra nel giardino interno o nel portico dell’Hotel Auberge.

Djenné: il lunedì è giorno di mercato... Sotto la moschea più grande e più bella del paese. Animazione, colori, polvere. Grandi palle gialle di sapone di karitè; ne abbiamo portate a casa parecchie: profumano di bruciato e sono un po’ aspre sulla pelle. La città è in alcune parti davvero cadente, con una quantità di persone malmesse; al tramonto c’è una mensa per i poveri nello spiazzo di fronte alla moschea. Sempre al tramonto il lunedì, andate sul fiume: c’è un’impressionante quantità di carri e carretti che si radunano e poi ripartono per il deserto lasciando una nuvola di polvere rosa...

Pays Dogon: Noi abbiamo visitato per primo il villaggio di Niongoro.

E’ il b. Del c. Del mondo! Ci hanno chiesto medicine per tutto: dalla scabbia al mal di denti. Veramente il posto più povero e “ sgarrupato” in assoluto. Il capovillaggio è un vecchietto simpatico, si dovrebbe fargli un’offerta per la scuola! Bandiagara: E’ piatta e polverosa, ma affascinante perché al centro delle storie del Pays Dogon: sciamani, folli, occidentali tormentati, rituali, moschee.

A questo proposito consigliamo due testi fondamentali. Il primo dell’antropologo francese M. Griaule, “Dio d’acqua”; l’altro di un italiano, Piero Coppo, “Guaritori di follia” Bollati Boringhieri. Leggeteli in loco, la sera dopo cena, bevendo una birra.

Falesia di Bandjagara. E ‘ un posto incredibile, una specie di Gran Canyon, disseminato di villaggi Dogon di fango che si mimetizzano con la montagna, bucherellata da caverne abitata dal popolo che li precedeva: i Telemme.

Consiglio: se possibile, assistete alle danze rituali: sono fatte per i turisti, ma ancora molto “vere”.

Duentza – Timbouctu (o meglio Tombouctu): 200 Km di pista ondulata, allucinante sbatacchiamento. Per precauzione, ci eravamo portati Buscopan in fiale, caso mai qualche calcolo renale fosse ruzzolato giù! Tragitto sconsigliato a chi soffre di ernia al disco, etc.

Però molto bello. Il paesaggio è piatto, tranne che nel primo tratto, quando compaiono sulla destra gigantesche montagne, brulle come dolomiti piantate nel deserto. Si arriva stremati al Niger, azzurrissimo.

L’imbarcadero è circondato da tende e pieno di bambini. Noi avevamo portato giganteschi sacchetti di bon bon che hanno fatto felici tutti. Attenzione, soltanto, a cercare di distribuirli quando ormai si è già in partenza altrimenti si assiste ad una incredibile moltiplicazione di pargoli, che sbucano e si precipitano da ogni parte.

Abbiamo giocato con loro un bel po’, sono instancabili, ma quasi tutti pienotti e ben nutriti.

Il Niger non si attraversa soltanto, si percorre per un tratto, fiancheggiando la costa. Nel silenzio scorrono piccoli villaggi, moschee, grandi pinasse. Il tragitto dura circa un’ora ed è anche interessante fare due chiacchiere con gli altri passeggeri che sono curiosi di noi come noi di loro.

Timbouctu: Esattamente come l’immaginiamo quando diciamo “E’ lontano come Timbouctu”. Edifici antichi, moschee in restauro, case basse, tutti di un color fango chiaro che si uniforma con il cielo e la terra. Strade non asfaltate. Un bambino in braccio alla mamma, al mercato, ci guarda inorridito e si mette a piangere perché... Siamo bianchi.

Timbouctu – Essakane: Sono circa una sessantina di chilometri, di cui una quarantina di pura pista di deserto. Noi l’abbiamo fatta di sera tardi ed eravamo un po’ preoccupati, perché è facile insabbiarsi.

Invece è andato tutto bene e siamo arrivati in questo immenso spazio di dune con un palco illuminato nel centro, tende Tuareg sparse e tende occidentali raggruppate. Cos’è il deserto di notte con la musica! E così è stato per tre notti consecutive. Il momento assoluto è stato l’omaggio ad Alì Farka Touré, soprattutto quando Toumani Diabaté ha suonato alcuni pezzi con il figlio Vieux. Ovviamente si può stare sotto al palco per vedere da vicino, ma c’è un po’ di calca. La cosa migliore è piazzarsi su una duna a distanza più o meno ravvicinata, tanto la musica si sente a largo raggio. Un problema per le donne questa situazione: l’ossessionante offerta di compagnia! Io non viaggiavo da sola, ma appena restavo senza scorta ero subito individuata: gli aspiranti non sono maleducati o volgari, ma un po’ insistenti sì.

Forse incoraggiati dal fatto che alcune signore sono disponibili, visto che sono stata scambiata da un certo Omar con quella che era stata con lui la sera prima! Un’altra scenetta è interessante. Sto sulla duna ad ascoltare la musica e mi si avvicina un ragazzo sui 25 – 30 anni che avevamo già conosciuto in traghetto. Mi offre collane, sciarpe, varie cose per “have a walk under the stars”. Ovviamente rifiuto però con garbo. Allora lui comincia a parlare, metà in francese, qualcosa in inglese e sembra non finirla più. Magari vorrei ascoltare la musica e cerco di dissuaderlo rarefacendo man mano i miei interventi. Dopo un po’ capisce e mi chiede garbatamente se può andare a “corteggiare” la ragazza che sta tre metri più in là. Concedo graziosamente il permesso e penso di essermi liberata... quando il nuovo oggetto delle sue attenzioni... gli fa una scena terribile; è una canadese, che parla un francese velocissimo, aggressivo e... gli vomita addosso improperi perché è stata disturbata per l’ennesima volta. “Ecco come fanno le giovani con gli uomini... li mettono k.O. In dieci secondi” penso. Lui infatti è rimasto malissimo e sta in silenzio, mogio mogio, fra me e lei. Per salvare la situazione, dopo un po’, cerco di riallacciare il discorso parlando di musica...Cosa non si deve fare!? Allora lui mi guarda e mi dice con gratitudine qualcosa del tipo: “Madame, voi siete molto cortese e comprensiva, ho capito che lo fate perché ci sono rimasto male”. Iniziamo a chiacchierare e a quel punto la canadese interviene e... gli porge le scuse. Dice che era esasperata perché non riusciva mai a stare sola un minuto. Al che lui risponde che però loro, i maliani che vanno al festival, non è solo che cercano donne, ma soprattutto uno scambio e aspettano tutto l’anno questi giorni per conoscere gente di fuori e scambiare due parole. Invece i turisti sono scostanti e si fanno i fatti loro. Dopodiché è iniziata fra i due una pacifica risoluzione del conflitto, in cui ognuno asseriva le sue ragioni e io con l’altro orecchio ascoltavo la musica.

Questo dei rapporti con la gente del luogo credo sia un problema oggettivo: ho visto davvero troppi turisti soprattutto inglesi e americani che sembrano quasi infastiditi dal contatto umano. Invece è bellissimo andare a prender il tè con i tuareg, che fra l’altro sono molto dignitosi e non ti disturbano. Ci siamo scambiati diverse mail (eravamo a Timbouctu dove c’è internet) o numeri di telefono e ci sentiamo (poco perché costa tantissimo) o ci mandiamo messaggi.

Ritorno e notte a Duentza, Hotel Campement.

Il bagno è un muretto con un catino bucato come lavandino e il resto... Immaginate. Non c’è porta, ma un cartello che con una catenella che si appende con scritto “occupato”. Se arrivate tardi dormite in terrazza. Alle cinque il primo muezzin comincia ad urlare e il secondo, arrabbiatissimo di essere in ritardo, sbraita più forte... O almeno questo è sembrato a me, sotto il cielo ancora scuro.

Ultima nota forse utile: la prevenzione. Per la malaria consiglio il Malarone, caro ma senza effetti collaterali. Per il festival, vista la situazione di comunità: vaccinazione meningite/epatite.

di Valev - pubblicato il