Racconto etnico: IL VENTO

<p class='sottotitolo'>di Fabio Lentini</p> <div class='tabtestogrande'>Come tutte le mattine, Samida si apprestava a salire la collina per andare a interrogare il vento. Era quella una dote che possedeva sin da bambino e che, nel corso degli anni, aveva straordinariamente affinato. ...

 

Come tutte le mattine, Samida si apprestava a salire la collina per andare a interrogare il vento. Era quella una dote che possedeva sin da bambino e che, nel corso degli anni, aveva straordinariamente affinato. Non si era mai chiesto il perché. I vecchi del villaggio narravano che fosse nato vicino la tana di una lince e ne avesse carpito i segreti. Non aveva mai creduto a questa storia. Sapeva solo che era così e questo gli bastava. D’altronde, era l’unico tra gli orang asli ( aborigeni della Malesia occidentale, letteralmente ”abitanti della foresta” ) al quale il Grande Spirito avesse dato questo dono: riuscire a interpretare il vento. Quando vi si metteva contro era in grado di avvertire un uomo in lontananza o l’odore sgusciante di un predatore confondersi tra la fitta macchia tropicale. Coglieva in anticipo il fresco respiro della pioggia o gli strali soffocanti del sole: il messaggero del vento, venerato come uno sciamano.

All’inizio, erano state solo brevi percezioni ma poi, col passare del tempo, la sua capacità si era accresciuta a dismisura ed, al pari di una fiera, distingueva gli odori a distanze elevate. Più volte, aveva salvato la tribù preannunciando la piena del fiume o l’attacco a sorpresa dei nemici e così, a soli vent’anni, poteva permettersi di non lavorare poiché il villaggio provvedeva ai suoi bisogni. Bastava solo che si inerpicasse sulla collina per andare a dialogare con le brezze.

Quel giorno, il fiume Tahan appariva ingrossato ed il suo manto tormentato da nembi di insetti risentiti. Gli aborigeni si destreggiavano tra le sue bocche infide sempre pronte a serrare le mascelle. L’aria era densa di una coltre pesante che, unendosi ad una fitta pioggia, punzecchiava gli occhi di lacrime salmastre.

Cessato il temporale, la foresta risuonava di note odorose che un tiepido vento diffondeva dolcemente. Samida aveva avvertito qualcosa, un’essenza che non aveva mai sentito. Era difficile da interpretare e così, ritornato al villaggio, non ne aveva parlato ad alcuno poiché nessuno lo avrebbe aiutato. Era davvero molto strano. Un odore nuovo eppure conosciuto, un miscuglio di fragranze, disturbate da un pungente effluvio di sudore.

Infastidito, provò a concentrarsi. Distingueva il gelsomino, le note delicate del frangipane, il tocco deciso del sandalo eppure quegli odori gli sembravano così diversi. Una smorfia attraversò il suo volto ed, irritato, riprese a salire l’altura. Il vento si era alzato disperdendo lungo la fitta e verdeggiante boscaglia un nugolo di richiami olfattivi.

L’indigeno accelerò l’andatura fino a raggiungere la cima. Da lassù, gli alberi rivaleggiavano con la collina cingendola in una morsa di soffici chiome.

Il fiume pareva un rettile fangoso che, lento, si insinuava tra i radi vuoti della vegetazione. L’uomo lo seguì con gli occhi e, all’improvviso, notò qualcosa che lo riempì di stupore. Lunghe e sinuose imbarcazioni sfrecciavano chiassosamente sull’acqua senza che un remo ne animasse il movimento. La corrente pareva arrendersi al loro avanzare acquietandosi in un mesto e breve dondolio.

Samida restò immobile a fissarle mentre gli uccelli si levavano in volo poi le vide avvicinarsi alla tribù e, di corsa, prese a scendere il sentiero ferendosi ripetutamente tra i rami. Un fumo denso cingeva quella strana visione diradandosi lentamente nell’aria.

Impaurito, ne seguì le tracce e, poco dopo, le vide lambire il villaggio perdendosi rapidamente tra le anse. Col cuore palpitante, accelerò la corsa fino a ché le capanne non furono vicine. La vita scorreva tranquilla e nulla pareva mutato

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