Fezzan in tenda

Viaggio nel Sahara, tra l'Acacus tutelato dall'Unesco, prima della caduta del regime di Gheddafi

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  • di cielienuvole
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 5
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Per smentire lo stereotipo del deserto, nei primi due giorni abbiamo girovagato tra rocce nere e vulcaniche dell’Acacus (un territorio tutelato dall’Unesco, perché come il successivo “Il galghien” contiene strabilianti pitture ed incisioni rupestri realizzate 12.000 anni fa’). In questo modo, l’uomo primitivo ha immortalato sulla roccia, soprattutto a ridosso dei Wadi/fiumi, scene di caccia e corse in biga, nonché animali che vivevano nella zona all’epoca: giraffe, elefanti, leoni, bufali, montoni, gazzelle, coccodrilli, rinoceronti ed ippopotami. Dal vivo invece abbiamo incontrato un cane (fotografato con la roccia monumentale “Il dito” e una profumata pianta grassa fiorita), cinque dromedari scheletrici, tre asini selvatici, due lucertole, qualche uccello minuto ed uno scarabeo scuro. Oltre alle orme rilevate al risveglio, ma senza animali avvistati nei paraggi.

Al secondo giorno le batterie ricaricabili erano esaurite e solo un provvidenziale carica-batteria di un compagno di viaggio collegato all’accendisigari ha salvato il reportage ai moderni fotografi con macchine digitali, già in fase di “cancella immagine” dalle memorie 2G quasi piene. Nei due giorni successivi abbiamo goduto di panorami unici e primordiali, con finestre rocciose, archi naturali e colonne, pari a quelli visti nello statunitense Arches Park.

Dopo aver scattato l’immancabile foto di gruppo e abbandonata la parte finale dell’Hoggar, ci siamo inoltrati nell’Erg (significa deserto) “Uan Caza”: trait d’union con il Sahara. In alcuni momenti, il deserto era un oceano di sabbia con vista sull’infinito, dove sarebbe stato facilissimo perdersi, con dune altissime e mutevoli, di colore arancio-ocra, il cui scollinamento con le jeep (quasi da ottovolante), ci innalzava l’adrenalina e ci faceva fare danze tribali propiziatorie.

Al primo pic-nic abbiamo capito come sarebbe stata la routine della vacanza iniziata.

A mezzogiorno, sotto un albero (in genere un’acacia con lunghe spine) il pranzo, a base di riso con uvetta, ceci, fagioli, piselli, pomodori, melanzane e cipolle crude (alimenti teoricamente con rischio diarrea) e formaggio. Alcuni tra noi usavano insaporire una sorta di “Feta” con una salsa a base di peperoncino “Made in Socialist and Islamic Repubblic of Lybia”. Fino alle 15 era obbligatoria la pennichella, con lettura della guida Lonely Planet e fumata delle sigarette Camel (per stare in tema).

A cena, zuppa o minestra di verdure, pasta, semola, cous-cous, verdura e legumi, oltre a mandorle, arachidi e pistacchi quale aperitivo. Al termine, il rito del tè verde “Made in China”, scaldato presso l’immancabile fuoco che forniva brace, calore e luce al gruppo che ascoltava estasiato la chitarra suonata da Soliman. In vettura si ascoltava la psichedelica musica pop di Santana (concerto in Libia). Nelle serate, abbiamo tentato invano di risolvere il gioco “1/2/3”, la cui soluzione pare sia riservata ai soli accompagnatori libici.

La mattina, dopo una pulizia personale, con movimenti scomodi e con salviettine deodoranti, l’impellenza quotidiana riguardava la ricerca di un posto tra le rocce o le dune dove salutare l’alba e verificare la funzionalità degli organi essenziali. Per queste operazioni, noi occidentali sprecavamo mezzo metro di carta igienica, gli africani un litro d’acqua. Finite le bottigliette, avevamo capito che l’abbondante acqua di prima falda che veniva attinta giornalmente lungo la pista era buona, pulita e fresca. A seguire la colazione con English tea o Nescafé, biscotti, pane raffermo tostato, confettura, miele e crema di nocciole simil-Nutella

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