Fezzan in tenda

Viaggio nel Sahara, tra l'Acacus tutelato dall'Unesco, prima della caduta del regime di Gheddafi

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  • di cielienuvole
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 5
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

In geografia si definisce “deserto” un’area del tutto disabitata, in cui non piove quasi mai, il terreno è arido e difficilmente coltivabile; in genere, quando si pensa al deserto viene alla mente una distesa infinita di sabbia, il caldo micidiale e soprattutto la mancanza di acqua. Ma non in Libia, ricca di falde acquifere, tra cui quella fossile che alimenta il cosiddetto progetto del “Grande fiume” che portando l’acqua alla costa, pare stia prosciugando i Laghi “amari” ovvero salati di Ubari. E’ incredibile notare che fin dove arriva l’acqua cresce la vegetazione, mentre a solo un centimetro più in là persiste la sabbia: un vero e proprio confine naturale netto.

Nella primavera del 2008 ho fatto un breve e interessante viaggio di una settimana nel Sahara libico. Il tour è stato spartano e adatto solo a quei viaggiatori - non turisti - che sanno adattarsi alla carenza di comodità (5 pernottamenti in tenda) e alla ridotta igiene (caldo secco e senza sudorazione) è stato ben organizzato dal tour operator fiorentino “Azalai” che si è appoggiato all’agenzia di viaggi libica “Asouf”.

Sono partito alle 9 da Milano Linate con AirOne (da preferire alla compagnia di bandiera Alitalia, vista la crisi in atto). Solo in questo scalo hanno verificato il mio borsone, i liquidi superiori ai 100 cl. ed eventuale merce pericolosa.

Dopo il cambio di aereo a Roma (è consigliabile un bagaglio a mano per non rischiare di perdere biancheria, farmaci e solari), ho volato con Afriqiyah fino a Tripoli. A bordo perfino i cartoni animati scollacciati venivano trasmessi con la censura. Nella capitale è onnipresente l’immagine del dittatore Gheddafi che inneggia ai 38 anni della “Rivoluzione Verde”, mentre la gente vorrebbe finalmente la democrazia. Infine, alle 21 sono atterrato su un nuovissimo Airbus della Lybian Air a Sebha, in pieno deserto. Negli aeroporti libici, nonostante l’allarme continuo dei metal detector, si poteva imbarcare di tutto. L’importante era passare la burocrazia fatta di inefficaci visti di gruppo (la cui fotocopia veniva richiesta lungo il viaggio ai numerosi posti di blocco) e di inutili timbri stampigliati fin sulla carta d’imbarco. Per non parlare dei cellulari dei passeggeri accesi anche durante la fase di atterraggio o di decollo.

All’esperienza - forse sarebbe meglio dire avventura - hanno partecipato sei italiani: io, due coppie di Milano e Genova, una pensionata fiorentina e sei libici dell’agenzia locale (operatori turistici appassionati, ma non professionisti).

Uno degli autisti - un Tuareg - nella vita era un insegnante, il poliziotto di scorta era un militare, il cuoco era un operaio e la guida era un impiegato. Tutti con il nome Mohamed, tranne l’aiuto cuoco Soliman e la guida Alì che parlava un po’ di italiano avendo vissuto per qualche tempo in Italia.

Alla prima sosta, prima di addentrarci nel deserto, alla volta del confine con l’Algeria ed il Niger era d’obbligo il pieno di benzina (a soli 10 centesimi di Euro/litro), il rifornimento al supermercato locale di bottigliette d’acqua minerale sigillate per evitare la “dissenteria del turista” e l’acquisto di 3 m. di stoffa in cotone per realizzare il turbante berbero: un modo indigeno per affrontare il caldo che ha una escursione termica che và dai 40 gradi di giorno ai 10 gradi di notte, ed evitare le scottature date da un sole traditore che abbronzava, mediato dalla continua e fresca brezza. Assolutamente da sconsigliare l’uso della “latrina alla turca” (impossibile chiamarla toilette) con spruzzino, visto che nell’Islam ci si pulisce solo con l’acqua e con la mano sinistra, perché impura

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