Deserto libico: pensieri riflessi

Quando è arrivato il momento della partenza per “ il grande mare di sabbia”, tempo e mente erano ingolfati da affanni e desideri. Tutto e tutti dominavano la mia giornata. Il momento degli addii mi induceva a lasciare tante cose, ...

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  • di Lalla D'Agata
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Quando è arrivato il momento della partenza per “ il grande mare di sabbia”, tempo e mente erano ingolfati da affanni e desideri. Tutto e tutti dominavano la mia giornata. Il momento degli addii mi induceva a lasciare tante cose, ritenute non essenziali; mi induceva ad inseguire affetti, perché la partenza rinsalda le proprie radici; mi induceva a cercare l’altro, perché già ne sentivo la mancanza. Pregustavo il momento degli incontri che avrebbero sollevato il velo della cronaca, mostrando l’umanità miserevole di profughi e diseredati. Fantasticavo di rompere l’incanto dei predoni del deserto, i “senza Dio”, i tuaregh, i leggendari uomini blu dei romanzi sul deserto. Mi ripromettevo di costatare i progressi del “socialismo verde”, voluto da un chiacchierato dittatore sui generis. Nel frastuono cittadino, prefiguravo silenzi e spazi illimitati; dove c’era cemento, vedevo i riflessi dorati e rosati della sabbia; dove c’era abbondanza, biasimavo lo sciupio, pensando privazioni e desolazione dei meno fortunati d’oltremare. Avevo letto che del deserto non si può dare una descrizione, ma ognuno può raccontare qualcosa! Così anch’io, giunta nel deserto, abbandonando ogni infrastruttura intellettuale, mi sono messa all’ascolto di quel che il cuore sussurra nel frastuono ma che non avevo potuto sentire perché affannata a comporre armonie per gli altri.

E, mentre i muscoli si allentavano in un morbido abbandono sulla sabbia, ho provato sensazioni al di là dell’orizzonte e del tempo, emozionandomi per la mutevolezza di forme e di colori, pur in un’apparente staticità. Il deserto, come un direttore d’orchestra, suscitava accordi che giacevano inespressi e che, una volta riaffiorati dolcemente, continuano a riecheggiare in sequenza armonica, anche da lontano e nei momenti di stress. Un lieve soffio del vento, alzando la sabbia, sembrava comporre un mistico mandala che la natura eleva sino al cielo, per intercedere per l’uomo irriverente. Gustavo ogni attimo di silenzio entrando in sintonia col battito del cuore.

Lasciavo correre la fantasia, finalmente libera, tra dune e barcane, inseguendo ricordi primordiali che riaffioravano dal libro aperto della storia dell’uomo. Della primordiale “savana” che accolse, 12.000 anni fa, l’uomo cacciatore e poi pastore, ho rivissuto scene di caccia e di vita quotidiana, scolpite nella parete rocciosa. Balzavano dalle incisioni e dai disegni colorati elefanti, giraffe e gattimammoni, animali incompatibili per l’ambiente di oggi. Le montagne e i graffiti dell’Akakus sono sculture che mettono a confronto artisti di livello: la forza millenaria della natura e l’evoluzione culturale dell’uomo. Viene da ripensare le forze primordiali che in milioni di anni hanno modellato questa piattaforma “rigida”; l’hanno fratturata; incisa e lasciata invadere dalle acque; l’hanno resa fertile ed erosa; desertificata ed anche, oggi, resa ricca per l’oro nero. Mi è dolce il ricordo dei picnic, apprestati con una cucina da campo, nei luoghi visitati: sotto le acacie, all’ombra di un massiccio roccioso, in un anfiteatro di sabbia. Piatti freddi a base di pesce conservato, insalate e creme di legumi; zuppa calda, cuscus o riso con la carne; datteri o macedonia in scatola; the libico, ciài, con zucchero reso schiumoso, servito in piccoli bicchieri “riciclati”.

Sorrido ripensando le notti insonni nel campo: il “sacco-mummia” che avvolgeva come una sirena; il fruscio del vento ed il concerto notturno dei vicini di tenda; le impronte lasciate da una volpe e da topi, in cerca di rifiuti biologici abbandonati; la notte piena di quelle stelle che hanno ormai abbandonato la città e che qui ti invitano a ripetere le gesta dei “top gun”

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Commenti
  1. orietta44
    , 12/1/2011 23:04
    è una poesia che esce direttamente dal cuore: viaggiare vuol dire far vivere agli le proprie emozioni. Anch'io, spero, proverò quei brividi ,parto per la Libia e per i suoi deserti il 20 marzo. Mi bloccava lo sfondo politico, ma penso che lasciar correre la fantasia ,finalmente libera, tra le dune sia al di sopra di tutti i pensieri terreni

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