Kenia yetu

Ogni volta la stessa sensazione. E’ sufficiente sbarcare dall’aereo sentendo sulla pelle la calda umidità dei tropici; immediatamente ti sovviene la sensazione di entrare in un’altra realtà, in un mondo diverso dalla nostra grigia quotidianità, un mondo fatto di vita ...

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  • di Valeria d.
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: fino a 6
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Ogni volta la stessa sensazione.

E’ sufficiente sbarcare dall’aereo sentendo sulla pelle la calda umidità dei tropici; immediatamente ti sovviene la sensazione di entrare in un’altra realtà, in un mondo diverso dalla nostra grigia quotidianità, un mondo fatto di vita all’aperto, di occhi color cioccolato con venature amarena nel contorno di panna, occhi specchio di una vita semplice, densa di complessità. E ogni volta ti chiedi quale sia la vita giusta, dove sia l’equilibrio tra un mondo che pare darti tutto ciò che puoi desiderare (strappandoti più di quanto riesci a comprendere) ed un mondo fatto di niente, ove la gente riesce a ridere, socializzare e divertirsi sapendo gioire del poco che possiede. Forse è proprio la ricerca di questo equilibrio a spingerci a conoscere altri mondi ed altre popolazioni.

Il viaggio era cominciato con una partenza avventurosa: giunti a Malpensa dopo aver viaggiato attraverso la prima giornata di pioggia e nebbia autunnale, eravamo stati avvisati del possibile annullamento del nostro volo, giacché il nostro aereo era stato colpito da un fulmine nel trasferimento da Roma a Milano. Si poneva il problema di riuscire a reperire un altro aeromobile adatto al trasporto di oltre 300 persone ed a un volo a lungo raggio. Se la compagnia aerea non fosse riuscita a trovare un aereo ed un equipaggio, il volo sarebbe stato rimandato al giorno successivo. La fortuna fu dalla nostra parte e riuscimmo a partire con soli 30 minuti di ritardo. Viaggiammo di notte avvistando all’alba l’estremità troncata del Kilimanjaro! La nostra avventura, bramata e sognata da mesi, incominciava davvero! Dopo un breve scalo a Zanzibar, isola verdeggiante con un aeroporto ed una pista incredibilmente piccoli, atterrammo finalmente a Mombasa.

I 30° centigradi, insieme all’umidità superiore al 60%, ci riscaldarono immediatamente l’animo, anche grazie al forte contrasto con la nebbia e la pioggia milanesi.

Abbiamo subito capito che il tipico detto keniota “Hakuna matata” (nessun problema), rappresenta molto più di un semplice modo di dire. In due parole è racchiusa l’essenza di uno stile di vita ed il motto di un paese intero.

I pulmini ci attendevano all’esterno dell’aeroporto e, con le valigie stipate e grossolanamente legate sopra i portapacchi, siamo partiti alla volta dei nostri alberghi.

L’attraversamento del tratto di costa tra Mombasa e Watamu ci ha permesso di entrare subito in contatto con la realtà locale.

Ambiente, difficile da credere, anzitutto costituito da una città congestionata dal traffico ed immersa nell’inquinamento.

L’asfalto, in tutta la costa, è riservato esclusivamente alla strada principale, mentre tutte le vie collaterali sono in terra battuta, con buche molto profonde e spesso di dimensioni inconcepibili. La vita si svolge lungo la via principale contornata di botteghe, negozi e locali. Numerose sono le falegnamerie con mobili e lettiere depositati fronte strada così come anche i rigattieri con decine di nuovi divani impolverati esposti lungo la via. Chi può, invece di viaggiare a piedi, imbraccia la propria bicicletta, frutto di risparmi accumulati con fatica. Se gli spazi da percorrere sono molto ampi, si può anche utilizzare un “matatu”, pulmino solitamente antidiluviano traboccante di umanità. Molto in fretta comprendiamo che la maggior parte delle persone vivono ancora oggi in capanne di fango realizzate su di un’intelaiatura costituitada pali in legno con un tetto di foglie di palma

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