Partenza il 16/7/2017 · Ritorno il 27/7/2017
Viaggiatori: 2 adulti + 2 bimbe · Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Isole Faroe: Patagonia del Nord

di ludiaman - pubblicato il

Ormai si sa: a noi piacciono i climi “patagonici”. A Nord o a Sud, non fa differenza. Quei posti dove il vento scolpisce il paesaggio, il mare incontra le scogliere, la pioggia rende tutto più verde, la gente è poca, la natura prevale, il clima è un po’ ostico, ma proprio per questo tutto è più accogliente. Cile, Argentina, Irlanda, Islanda… Le isole Faroe ci mancavano, e l’occasione era perfetta: vacanze a metà luglio, nella stagione migliore e con le giornate più lunghe. Dieci giorni: pochi purtroppo per andare verso mete più ampie, ma sufficienti per visitare un piccolo arcipelago. Occorreva solo una pianificazione un po’ attenta, per limitare le spese, e a breve vi spiegheremo come abbiamo fatto.

Ma prima, una premessa: il viaggio in Islanda compiuto sei anni fa ci aveva incantato. E, per inciso, il relativo diario ci aveva anche fatto vincere il concorso di TPC! Da allora però, a quanto pare, l’Islanda è diventata sempre più di moda. I turisti si sono moltiplicati, tutti ne parlano, abbiamo sentito vicini di ombrellone che si lamentavano (contemporaneamente vantandosene, però) del clima che avevano trovato a Reykjavik; abbiamo letto (sul forum di TPC!) che secondo qualcuno all’infuori del “Triangolo d’oro” e delle principali mete turistiche non c’è nulla sull’isola che valga la pena visitare… Ecco però, se la vedete così, per favore, non proseguite nella lettura: ci sono posti dove non si può andare per moda, ci si va perché si ama la natura. E magari un po’ di solitudine.

Ma se invece siete di quelli che in Islanda si sono innamorati dei Fiordi Occidentali, o che anche solo a casa propria amano passeggiare tra i monti cercando il silenzio, o che sono attratti dalle scogliere e dal vento, o semplicemente sanno che per un po’ di verde vale la pena anche prendersi la pioggia (perché in fondo senza la pioggia il verde non ci sarebbe)… ecco, se siete così, allora fateci un pensiero, sulle Faroe, ne vale la pena. Andateci prima o poi. In punta di piedi però.

ORGANIZZAZIONE

Veniamo agli aspetti pratici: per prima cosa, il volo. Abbiamo scoperto che cercando un volo diretto, o anche solo un volo con scalo gestito da un’unica compagnia, i costi erano esorbitanti (più che volare in America o in Asia, per dire: impensabile!). Ma poi abbiamo scoperto che i voli da Copenaghen o da Billund con la compagnia faroese (Atlantic Airways) sono molto economici. A quel punto la soluzione era semplice: volare low cost fino alla Danimarca, e da lì prendere Atlantic per raggiungere le Faroe. Abbiamo preferito però dormire una notte in Danimarca: non che sia economico, ma comunque il totale era nettamente inferiore al volo senza tappa. I motivi che ci hanno spinto a questa decisione erano due: primo, volando con due compagnie diverse occorre aspettare il bagaglio, uscire, fare il nuovo check-in, rientrare, passare i controlli… insomma, ci vogliono ore (soprattutto nell’aeroporto di Copenaghen, che è grande e trafficato). Secondo, viaggiando così la coincidenza non ti aspetta, e nessuno ti reimbarca su un volo alternativo in caso di ritardi. Biglietto perso, in pratica. E per quanto in estate sia molto raro, pare che i voli da e per le Faroe siano spesso soggetti a ritardi anche consistenti a causa del maltempo, quindi ci è parso meglio non rischiare. E così, sia all’andata che al ritorno abbiamo preferito trascorrere una notte a Copenaghen, approfittandone fra l’altro all’andata per visitare un po’ la città.

Altra questione: l’alloggio. Cercando sui classici siti di prenotazione sembra che alle Faroe le possibilità per dormire siano pochissime, ovviamente già piene diversi mesi prima, e costosissime. Ma anche qui, qualche ricerca aggiuntiva ci ha permesso di trovare la soluzione: l’ente del turismo, che è organizzatissimo. Ogni isola ha un suo ufficio, e dal sito è possibile vedere l’elenco degli appartamenti in affitto. Poi si manda qualche mail, si attende un giorno o due per la risposta, e il gioco è fatto: noi abbiamo trovato un bellissimo appartamento a Leirvik: attrezzatissimo, grande, accogliente, tranquillo, a meno di 80 € a notte. Eravamo in quattro ma ci saremmo stati anche in sei, e la posizione – per quanto un po’ decentrata a est dell’isola di Eysturoy – si è rivelata comunque sufficientemente comoda per visitare un po’ tutte le destinazioni.

Trasporti interni: si potrebbe pensare che con troppe isole sia impossibile muoversi facilmente, e invece no. Le isole principali sono collegate tramite ponti (gratuiti) o tunnel (a pedaggio, si pagano alla stazione di servizio). Quindi con un’auto a noleggio si possono visitare facilmente ben sei isole senza mai salire su un’imbarcazione. A queste si aggiungano perlomeno Kalsoy a nord e Sandoy a sud, comodamente raggiungibili con un traghetto molto breve e sufficientemente frequente (studiate comunque gli orari, però). In definitiva, noi abbiamo visitato tutte le isole principali ad eccezione di Suduroy, che data la distanza avrebbe richiesto almeno un pernottamento sull’isola, mentre il nostro obiettivo era far base sempre nello stesso posto. Da Leirvik, dove dormivamo, in un’ora e mezza al massimo raggiungevamo qualsiasi punto delle isole che fosse raggiungibile su strada, viaggiando con calma e fermandoci a fare foto.

Tenete presente comunque che i trasporti pubblici sono comodi, efficienti e anche relativamente economici, soprattutto se paragonati col costo medio della vita. Abbiamo avuto l’impressione che tutto il sistema sia incentivato con lo scopo di non far spopolare paesini che altrimenti sarebbero già completamente deserti. Anche la benzina costa abbastanza poco.

Se vi organizzate con sufficiente anticipo, potreste anche provare a prenotare una tratta in elicottero: il servizio è offerto sempre da Atlantic, e costa molto poco, anche solo 20€ per una tratta breve, ma si può effettuare solo una corsa al giorno e quindi dovete programmare di rientrare in barca, in bus o un paio di giorni dopo. L’elicottero si alza in volo mediamente ogni due giorni e fa il giro di quasi tutte le isole; i posti sono limitati, e ovviamente le destinazioni più attrattive per i turisti si esauriscono in fretta. Peccato esserci mossi tardi, altrimenti sarebbe stata una bella esperienza!

Informazioni turistiche: non esiste una vera e propria guida in italiano (e tutto sommato non è un male). Noi abbiamo acquistato on-line una guida Bradt in inglese, ma in realtà per farsi un’idea sono più che sufficienti le guide che l’ente del turismo faroese vi invia a casa gratuitamente nel giro di una settimana se le richiedete per mail. Noi ne abbiamo richieste tre: una guida riassume tutti i centri abitati, i servizi che offrono e le principali attrazioni; un’altra è dedicata alle escursioni a piedi; una terza all’avifauna delle isole, che come vedremo più avanti è molto interessante (e fotogenica).

Non ultimo, tenete in considerazione anche i diari che trovate su TPC: in particolare, abbiamo apprezzato molto quelli di Luposolitario e Polit, che ringraziamo. Prezioso anche il consiglio dato da Polit, di leggere un romanzo dal curioso titolo di “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin” (di Johan Harstad, edito in Italia da Iperborea), ambientato quasi interamente su quelle isole.

Mangiare e far la spesa: la moneta ufficiale è la corona faroese, cambiata uno a uno con quella danese, a un cambio per ora abbastanza costante sulle 7/8 corone per un euro. Attenzione perché le banconote faroesi potrebbero non essere riconosciute in Danimarca, mentre quelle danesi sono sempre riconosciute ed utilizzate alle Faroe. Le monete sono le stesse. Bancomat e carte di credito sono molto usati.

Detto questo, sappiate che il costo medio di una spesa è davvero molto alto, e anche pranzare fuori non costa poco. Oltretutto, tolto qualche ristorante a Torshavn (la capitale), i posti dove mangiar fuori sono pochissimi, e sono sostanzialmente dei caffè o dei fast food che offrono i pochi, tipici piatti della cucina nordica: salmone, hamburger, pollo fritto e poco altro. Vanno provati, ovviamente, ma il consiglio è di cercare un appartamento con cucina, portandosi magari anche qualche ingrediente dall’Italia (per questioni di prezzo, non di snobismo gastronomico). Noi abbiamo trovato dei veri e propri supermercati solo a Torshavn e a Oyrarbakki, mentre per il resto la spesa si fa in piccoli negozi molto spesso annessi alle stazioni di servizio, come in Islanda. Di solito vendono anche qualcosa di pronto (hot dog, caffè… come in Islanda). L’alcol è venduto solo nei negozi statali dedicati (di nuovo: come in Islanda): fateci un salto perché è interessante vederli, ed è consigliato l’acquisto della birra Foroya, di produzione locale e molto buona.

Consigliamo anche, per chi ne ama il gusto, l’acquisto delle “chips” di merluzzo secco, da mangiare come patatine. Manco a dirlo: come in Islanda.

SULLE ORME DEI VICHINGHI

Già… sempre “come in Islanda”. Non è solo il clima, non è solo il paesaggio. A quanto pare la lingua islandese e la lingua faroese sono le uniche rimaste tra le originali lingue vichinghe. I rapporti con la madrepatria danese sono sempre stati un po’ burrascosi, ma è interessante notare il percorso che ogni settimana compie il traghetto della Smiril Line, unico collegamento navale con il continente. Fateci caso: un paio di giorni di navigazione tra Danimarca e Faroe, un altro paio di giorni tra Faroe e Islanda (dipende anche dalle condizioni del mare). A metà strada con la Scozia troviamo invece le isole Shetland (dove in passato si utilizzava una lingua simile, ormai estinta). Dall’Islanda poi si raggiunge in un attimo la Groenlandia. E infine il Canada. Insomma, in pochi balzi si passa dall’Europa all’America, attraverso una serie di isole dure e meravigliose, in balia del vento e del mare e disabitate fino a circa un migliaio di anni fa, ma che costituiscono un ponte naturale tra i continenti. E chi lo ha percorso, questo ponte? I Vichinghi. Che al di là della loro fama di ferocia e di violenza, hanno compiuto esplorazioni affascinanti.

Vicino a Torshavn si può visitare il museo nazionale (meta consigliata per i giorni di pioggia): ben organizzato per grandi e piccini, con una sezione dedicata alla natura e alla geografia delle isole, e un’altra dedicata per l’appunto ai Vichinghi. Raggiungibile anche a piedi dal museo, una vecchia fattoria trasformata anch’essa in museo: gli arredi risalgono al secolo scorso, quando è cessata l’attività, ma la struttura è ancora quella originale vichinga. Lo stesso dicasi per Kirkjubour, dove si possono ammirare anche i resti dell’antica cattedrale di San Magnus, nonché la più vecchia chiesa ancora in piedi (Sant’Olav, del XIII secolo), e della più vecchia casa ancora abitata.

Per inciso: il clima delle isole è freddo e molto variabile, ma comunque temperato dalla corrente del Golfo (come in Islanda!). Sotto il sole estivo si sta anche a maniche corte, ma quando tira vento occorre coprirsi bene, un po’ come essere in montagna. Non fatevi mai scoraggiare dalla pioggia: primo, perché passa (il clima è variabilissimo!); secondo, perché il paesaggio ha un suo fascino anche così. Se siete di quelli che alla prima pioggia si deprimono o si rintanano in casa, meglio cambiare meta…

Noi non abbiamo mai avuto un solo giorno in cui non fosse spuntato almeno un po’ di sole, abbiamo avuto alcune giornate di sole splendente in continuazione, e tante altre con clima variabile, nuvole basse, vento, poi sole, poi pioggerella, poi sole ancora…

Comunque, se in caso di maltempo non volete proprio mettervi a camminare sotto l’acqua (ma perché no, in fondo?) attendete, o cambiate isola, o cambiate fiordo, o semplicemente cambiate valle: la vostra pazienza sarà ricompensata, soprattutto nelle lunghe giornate estive, quando alle 11 di sera vedrete il sole tramontare e potrete godervi ancora la luce fin oltre la mezzanotte. Magari con il vocio di sottofondo dei bambini del vicinato, che si godono la luce e il bel tempo di questa stagione, facendo scorta per i bui mesi invernali.

Cos’altro si trova di tipicamente “nordico” da queste parti? Per esempio la lana: ogni supermercato, minimarket o stazione di servizio ha uno scaffale pieno di gomitoli di mille colori. A quanto pare, ognuno si produce i suoi maglioni!

E poi, un discorso particolare lo merita la tradizione del Grindadrap, ovvero la caccia ai globicefali (una sorta di delfini chiamati anche balene pilota). È un’abitudine che genera polemiche, ma da quanto abbiamo capito si tratta di un sistema di pesca tradizionale, cruento e sgradevole per chi non sia abituato, come può esserlo una mattanza dalle nostre parti, ma non di particolare impatto sull’ecosistema perché colpisce cetacei molto abbondanti da quelle parti, e non si avvale di sistemi tecnologici o industriali che ne amplificherebbero la portata. Volendo, su Wikipedia trovate qualche approfondimento. Noi abbiamo assistito due volte a una caccia appena terminata: passavamo di lì per caso, una volta abbiamo visto molte macchine ferme lungo la strada, il mare rosso e tanta gente assiepata intorno. Un’altra volta invece non c’era quasi nessuno nei paraggi, ma su un molo abbiamo visto i resti di una balena già macellata. Questa caccia non avviene in mare aperto: i cetacei vengono spinti verso riva quando sono di passaggio nei fiordi, e normalmente si tratta di una caccia comunitaria, dove tutto il paese viene coinvolto e alla fine la carne viene spartita fra chi ha collaborato. La volta in cui non abbiamo visto nessuno intorno, abbiamo avuto la sensazione che le due persone presenti volessero allontanarci: ci hanno osservati per un po’ e poi ci hanno spontaneamente consigliato alcune mete da visitare nei paraggi. Forse temevano che in quanto turisti e con dei bimbi piccoli saremmo rimasti impressionati. Oppure non era stata una grindadrap vera e propria, avevano fatto tutto da soli senza coinvolgere la comunità, e per questo motivo preferivano non avere testimoni? Chissà… Sta di fatto che è stata assolutamente l’unica volta in tutta la vacanza in cui abbiamo percepito un po’ di sospetto nei nostri confronti, perché per il resto la gentilezza e l’accoglienza sono sempre state massime.

IN MEZZO ALLA NATURA

Che cosa si può vedere dunque alle Faroe? Principalmente, natura. Non è nemmeno necessario puntare verso una meta precisa, basta girare in macchina per strade e stradine, anche un po’ a caso se volete. Le strade evidenziate in verde sulla mappa e contrassegnate da un cartello con un fiore giallo in campo verde, sono strade particolarmente panoramiche. A volte sterrate, ma sempre in ottimo stato.

I panorami sui fiordi e sulle valli sono magnifici, soprattutto sotto quei giochi di luce che solo il sole del Nord e le nubi che corrono possono creare. E poi, importantissimo: programmate qualche escursione a piedi, anche breve, e qualche picnic. Se siamo riusciti a farlo noi con due bimbe di due e cinque anni, può farlo chiunque. Ed è fondamentale per percepire un po’ meglio il paesaggio. Ancora una nota sulle strade: nei tratti meno frequentati sono strette, ma noterete sempre delle piazzole che si aprono regolarmente a un lato della strada. Chi si ritrova la piazzola sulla destra deve fermarsi e far passare chi arriva dall’altro lato. Questo vale anche per alcune gallerie, molto pittoresche ma inadatte a chi soffre di claustrofobia: scavate nella roccia nuda, larghe poco più che una macchina, prive di illuminazione… ma fortunatamente dotate di piazzole per fermarsi e lasciar passare!

Ma veniamo a un aspetto che, almeno per chi arriva nella stagione estiva, costituisce una delle maggiori attrattive: l’avifauna. Non preoccupatevi se non siete degli esperti birdwatcher: alle Faroe rimarrete comunque a bocca aperta di fronte a sterne, pulcinella di mare, sule, beccacce di mare, skua, anatre ed edredoni…

La meta per eccellenza da questo punto di vista è la piccola isola di Mykines (ne parliamo più avanti), ma in realtà se prestate attenzione potete vedere molti di questi animali anche in tanti altri posti. Solo che non li vedrete così bene, così vicini, e così tanti come a Mykines. Un binocolo e un teleobiettivo sono consigliati, ma non servono grandi “cannoni”: vedrete tutto comunque da vicino.

Due parole giusto per descrivere le due specie più affascinanti, quelle che avevamo già visto in Islanda ma che volevamo assolutamente rivedere. Primi: i pulcinella di mare. Li avrete già viti almeno in foto qualche volta: quei buffi uccelli col grande becco multicolore, sempre pieno di acciughe, i piedi palmati e l’aspetto di pinguini in miniatura… Vivono in colonie nei prati a bordo scogliera, e si potrebbe restare ore a guardarli nel loro incessante viavai tra il nido e il mare. Ma attenzione a non arrivare fuori stagione: a fine estate prendono il largo e passano alcuni mesi in mare aperto. Impossibile vederli, allora.

Ed ecco spiegato perché, quando in passato abbiamo provato a cercare i pulcinella di mare in agosto sulle coste della Bretagna o dell’Irlanda, dove pure vivono, non li avevamo mai visti: erano già partiti, anche perché al sud probabilmente vanno via prima.

E poi la sterna artica: questo uccello è meno noto, ma la sua vita è davvero affascinante (tant’è che la trovate nella foto del profilo!)… In due parole: trascorre l’estate nelle regioni artiche, e l’inverno in quelle antartiche. Dai 70.000 ai 90.000 km all’anno. Più di due milioni di chilometri nell’arco di una vita. Sempre dove il sole non tramonta (o quasi). E in più, ha una particolare abitudine: nidifica nel terreno aperto, e per evitare che un invasore calpesti il nido o insidi i pulcini, comincia a lanciare grida di allarme non appena intravede un estraneo, poi si alza in volo e comincia a planargli sulla testa, minacciandolo dall’alto. Se non esagerate troppo a disturbarla, in questa situazione potrete ammirare la sua bellissima sagoma in controluce e scattare decine di splendide foto. Se esagerate, però, occhio alla testa e ricordatevi Hitchcock!

IL NOSTRO ITINERARIO

Giorno 1: arriviamo da Copenaghen e scopriamo che per un malinteso la macchina a noleggio non ci aspetta in aeroporto. Poco male, prendiamo il pullman e andiamo a Torshavn: un’oretta di tragitto non prevista, ma ci godiamo il paesaggio. Intanto inizia a piovigginare, scendiamo alla fermata sbagliata, ma un brevissimo percorso in taxi ci porta finalmente all’autonoleggio, dove ritiriamo la macchina rapidamente e ne approfittiamo poi per una prima visita alla città.

Entrando in Torshavn ci fermiamo a far passare un gruppo di ragazzini che sta attraversando la strada: armati di salvagenti, canotti e mute, attraversano la strada per dirigersi verso un qualche punto accessibile della costa. Ebbene sì, fanno il bagno!

Noi invece parcheggiamo e ci fermiamo per un pranzo veloce al Cafè Natur (tappa obbligata per chi ha letto “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?”), poi un giro nella parte vecchia della città, la piccola penisola di Tinganes, tra vecchie case in legno coi tetti in erba, molto bella. Infine partiamo alla volta di Leirvik, dove ci aspetta la nostra casetta, davvero accogliente. Una passeggiata, un po’ di spesa, e poi a dormire perché la giornata è stata lunga.

Giorno 2: splende il sole e decidiamo di inaugurare il nostro viaggio con un bel picnic sui monti sopra a Klaksvik. La guida dice “seconda città delle isole Faroe per numero di abitanti”… insomma, un paese. La passeggiata è meravigliosa e ci porta sul monte Klakkur, un punto panoramico che domina diversi fiordi e isole dei dintorni. Saliamo fra pecore e prati, e pranziamo addossati a una piccolo capanno, unico riparo dal vento, particolarmente insistente. Ma il sole ci scalda e la vista è eccezionale: un ottimo inizio!

Nel pomeriggio invece, mentre le bimbe dormono in macchina, girovaghiamo per le piccole isole vicine, tutte collegate tramite strada, e ci godiamo i paesaggi: Bordoy, Kunoy e Vidoy, fino al tranquillo e pittoresco paesino di Vidareidi.

Vediamo da lì le isole di Svinoy e Fugloy: ci piacerebbe andarci prima o poi, ma non lo faremo. Innanzitutto perché è inutile correre troppo per vedere tutte le isole, meglio fare con calma e godersene solo alcune; e poi perché le guide ci disincentivano un po’: a quanto pare da quelle parti non esiste né un negozio, né un caffè, né un posto per stare al riparo, e ci si arriva in barca, senz’auto. Quindi, se il primo traghetto ti sbarca al mattino sotto la pioggia e devi aspettare la corsa del pomeriggio per rientrare… insomma, un picnic in quattro in quelle condizioni ce lo evitiamo anche!

Visitiamo intanto il piccolo e pittoresco villaggio abbandonato di Muli: abbandonato ma tuttora ben curato, poiché gli orti sono coltivati e le case vengono affittate ai turisti. L’abbandono è un rischio concreto per molti piccoli centri abitati da queste parti, ma per fortuna non sempre avviene. Lo si vede per esempio a Kunoy, paese molto isolato che sorge sull’unico tratto di costa accessibile di tutta l’omonima isola (il resto è talmente scosceso da non permettere nemmeno il passaggio di un sentiero). In questo caso le dimensioni maggiori dell’abitato e le infrastrutture giuste hanno scongiurato il rischio abbandono: una delle famose gallerie claustrofobiche faroesi permette di raggiungere il paese abbastanza velocemente da Klaksvik, e un meraviglioso campo giochi (ben recintato) a strapiombo sul fiordo garantisce qualche possibilità di svago per i ragazzi del posto, e oggi anche per noi.

Giorno 3: la tappa più attesa, Mykines. Quest’isola è raggiungibile solo in barca, poi ci si muove a piedi. Le guide consigliano di non andarci il giorno prima del volo di rientro, perché se cambia il vento il traghetto non entra in porto e si rischia di rimanere bloccati anche più di un giorno. L’ufficio del turismo per mail ci aveva tranquillizzati, affermando che in estate questo non accade quasi mai, e comunque sull’isola ci sono almeno un ostello e un caffè ristorante, tanto che l’isola è una tipica meta per le gite famigliari anche dei faroesi stessi. E in ogni caso oggi ci va di lusso: sole splendente per tutto il giorno!

Partiamo presto da Leirvik perché ci attende più di un’ora di macchina, e arriviamo a Sorvagur (vicino all’aeroporto) in anticipo. Il traghetto parte alle 10, il tempo è così bello che possiamo stare fuori per goderci il meraviglioso panorama del fiordo che attraversiamo, delle isolette dalle forme incredibili che sorgono lì intorno, e finalmente dell’isola di Mykines. Il vento è forte e il mare già vivace, ma ancora sopportabile anche per chi ne soffre. La superficie dell’acqua brulica di vita: mai visti tanti uccelli marini che si tuffano e si rialzano in volo, in un viavai davvero incessante.

Nel frattempo, dopo circa un’ora di navigazione arriviamo al porto. E capiamo perché quando gira il vento non si parte più: non è un porto, è una minuscola baia tra gli scogli, praticamente priva di frangiflutti! I marinai ci aiutano a saltare giù dalla barca, poi saliamo la ripida scalinata che ci porta in cima alla scogliera e arriviamo al paese di Mykines, dove ci rilassiamo un attimo girovagando tra le tipiche case col tetto in erba. Con questo clima il posto è idilliaco, e molto animato, ma l’idea che tuttora ci siano diverse famiglie che ci vivono tutto l’anno fa comunque riflettere.

Vorremmo arrivare fino al faro, ma ci basta superare la prima salita per ritrovarci già nel regno dei puffin (come amichevolmente chiamiamo i pulcinella di mare, usandone il nome in inglese). Tanto per cambiare c’è molto vento, ma troviamo due creste riparate, vicino a un piccolo monumento ai dispersi in mare, e ci accomodiamo lì per un picnic. Nel frattempo possiamo comodamente osservare i pulcinella che si lasciano avvicinare mentre vanno avanti e indietro dai loro buchi con il becco pieno di pesciolini. Proviamo a rimetterci in marcia tutti e quattro ma cambiamo rapidamente idea: il vento sulla cresta è così forte che ci fa cadere in terra, e preferiamo non andare oltre con le bimbe (soprattutto la piccola che viaggia in spalla in uno zaino, che ovviamente sbilancia molto chi lo porta). Ci daremo il cambio: a turno, uno dei due rimarrà in questo bel prato a godersi il sole e a guardare i puffin, mentre l’altro andrà in esplorazione. In questo modo nessuno di noi arriva al faro: da un certo punto di vista è un peccato perché dev’essere un bello scorcio, e ci si avvicina anche a una colonia di sule che poteva essere interessante, ma anche così siamo più che soddisfatti. Il paesaggio è meraviglioso, e mentre si scende verso il livello del mare (e verso un affascinante ponte sospeso sugli scogli), si percorre un pendio abitato da una quantità di pulcinella di mare davvero spropositata. Pensavamo di averne visti tanti finora, ma adesso non c’è paragone. Vanno, vengono, planano, si alzano nel vento… C’è una tale bellezza in questa scena, un equilibrio in questo paesaggio, un’armonia tra l’uomo ospite e gli uccelli padroni di casa, una così netta percezione della forza della natura e della vita che esplode anche in un ambiente spesso ostile… Non si può spiegare. Ma non c’è dubbio: Mykines sale prepotentemente verso la cima della nostra personale lista dei posti più belli che abbiamo visto al mondo. Non vorremmo più muoverci da questo punto.

Ma dopo quest’esperienza quasi estatica, ci tocca rientrare. Una pausa al caffè per un’ottima fetta di torta fatta in casa, e poi giù al molo in attesa del traghetto. Nel frattempo il mare si è ingrossato e la barca tarda. Ma arriva: ci caricano, ci impongono di scendere in coperta perché ora all’aperto non si può più stare… e si inizia a ballare. Le prime quattro onde che prendiamo uscendo dall’insenatura fanno scoppiare le risa delle nostre due bimbe, che divertite ne vorrebbero “ancora!”, ma fa diventare completamente verdi tutti gli adulti. Pensiamo: un’ora così? Non ce la faremo mai! Ma per fortuna il capitano sa come muoversi: prende le onde al meglio, e allunga il giro per navigare sul lato settentrionale dell’isola, più riparato dal vento. Pian pianino ci riprendiamo; un povero vicino sta male, ma sarà l’unica vittima; e poi, a ben pensarci, una giornata come questa un po’ di mal di mare lo vale tutto.

Nel caso, comunque, recuperate prima qualche pastiglia!

Giorno 4: tempo così così, ci alziamo con calma e questa volta non prepariamo nessun picnic. Oggi non abbiamo voglia di fare spostamenti in macchina troppo lunghi, quindi ci dedichiamo all’isola dove abitiamo, Eysturoy. Prima di tutto ci dirigiamo verso Runavik, dove la guida consiglia un negozio di artigianato locale, e poi girovaghiamo nei dintorni. Per pranzo andiamo a Fuglafjordur, al ristorante Muntra: merita una visita perché è davvero accogliente, il proprietario gentilissimo, i piatti semplici ma buoni e non troppo cari, e la posizione è particolare (al primo piano di un normale edificio, con vista sul porto; occhio però che si entra dal retro perché se fate come noi finite in una banca).

Intanto il cielo rimane coperto, ma non piove più, e così ci dirigiamo verso Elduvik, Funningur, e Gjogv, quest’ultimo meta imprescindibile sia perché è un paesino particolarmente tranquillo e pittoresco, col suo strano mini-fiordo, sia perché è il paese dove è ambientato il solito libro che ormai nel frattempo avrete imparato a memoria (Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?). Ma se piove, ci si potrebbe domandare, le famiglie che passano qua le vacanze cosa fanno? Semplice: ignorano la pioggia. E così vediamo quattro o cinque ragazzini che, indossato una specie di completo impermeabile da marinaio, giocano su delle piccole zattere nel laghetto che il torrente forma in mezzo al paese. Il parco giochi si compone di una parte terrestre (altalene) e di una parte acquatica. Molto nordico!

Sulla via del ritorno, passiamo per Eidi, dove non c’è nulla di significativo ma lungo la strada si gode di un bello scorcio su due rocce leggendarie, due pinnacoli a strapiombo sul mare noti col nome di “Il gigante e la strega”. Intanto le nuvole sono scomparse e ci godiamo la luce limpida e obliqua dei lunghissimi tramonti nordici.

A proposito di paesini, qui occorre una nota: se come noi leggerete un po’ di guide e di racconti di viaggio, comincerete ad essere disorientati fra i mille nomi di villaggi da visitare, tutti consigliati, tutti pittoreschi e idilliaci, tutti con una bellissima “timber church” da visitare. Tenete presente che si scrive “paese” ma si legge “gruppetto di quattro case e due vie”, e la visita volendo è molto veloce. Ma a parte questo, qualcuno vi dirà che il suo paese preferito è Gjogv, qualcun altro dirà Gasadalur, o Trollanes, o Vidareidi, o altri ancora… Probabilmente chi lo dice ha avuto una buona impressione perché quando è andato in quello specifico paese ha trovato il sole che splendeva, o un gruppo di bambini che giocavano per le strade rallegrando l’atmosfera, o i contadini che facevano il fieno e scambiavano quattro chiacchiere coi passanti... Ma sinceramente dare un consiglio su quale paese privilegiare ci pare difficile: sono tutti belli, molti sono anche simili fra loro, e dopo un po’ iniziano a confondersi nella memoria. Il suggerimento è questo: visitate tutti i paesini che potete, ma non fate delle corse apposta per vederne uno in più. A seconda del clima o degli incontri, ne troverete uno speciale che vi rimarrà nel cuore, e va bene così, quale che sia.

Giorno 5: oggi piove, piove tanto e non sembra voler migliorare. Ma ci è andata così bene i giorni scorsi, che non ci lasciamo scoraggiare: risaliamo in macchina e ci dirigiamo verso Torshavn, con l’idea di imbarcarci sul traghetto per l’isola di Sandoy. Si tratta di un ferry, la traversata è breve e si può girare in macchina, e poi le previsioni dicono che verso mezzogiorno da quelle parti migliora.

Le previsioni però oggi sbagliano. Anziché migliorare, il tempo è talmente brutto che le nuvole ci avvolgono e non vediamo proprio nulla, nemmeno il paesaggio a pochi metri da noi. A questo punto cambiamo programma e andiamo a Torshavn: visita al museo nazionale, piccolo ma interessante e molto accogliente, e alla annessa fattoria di epoca vichinga, di cui abbiamo già parlato prima. Picnic in macchina, purtroppo, e poi appena smette di piovere altro giro per la città a vedere le zone che non avevamo visto il primo giorno. Da non perdere il parlamento: non perché sia un bell’edificio, ma al contrario perché è una casa qualsiasi, più o meno come tutte le altre! Poi ci fermiamo a prendere una bella fetta di torta in un caffè sul porto, acquistiamo alcuni souvenir, ci lanciamo alla scoperta del più grande supermercato delle Faroe, passiamo dal negozio di alcolici per un rifornimento di birra Foroya, e infine andiamo a Kirkjubour, che è nelle vicinanze. Nel frattempo le nuvole sono scomparse: ripercorriamo la strada che al mattino avevamo fatto sotto la pioggia: sembra un altro mondo. Il panorama ora si apre illuminato dalla luce dorata del tardo pomeriggio, ed è così bello che dopo aver visitato i monumenti di Kirkjubour decidiamo di tornare verso casa percorrendo la strada alta, una via panoramica, più lenta e più tortuosa (ma non troppo, in verità), che normalmente viene evitata perché da Torshavn verso nord esiste una strada veloce che percorre la costa e taglia la catena montuosa con una lunga galleria. I panorami meritano la deviazione.

Giorno 6: ci riproviamo, si parte presto per imbarcarci sul traghetto per Sandoy. Tempo un po’ uggioso, ma regge, e pian pianino migliorerà. La traversata è rapida e tranquilla, sbarchiamo e iniziamo a girovagare per l’isola. La strada è praticamente una sola: abbandonato Skopun, dove c’è il porto (e un’enorme cassetta postale famosa per essere entrata nel Guiness dei primati!), si valica l’isola passando accanto a un bel laghetto popolato di anatre e beccacce di mare, e si giunge a Sandur. La radice sand, come si può intuire, significa sabbia, e in effetti questa è l’isola più sabbiosa di tutto l’arcipelago. Meta principale della nostra giornata sarà proprio un percorso che ci condurrà a una spiaggia dove fare un bel picnic davanti al mare: pane, aringhe, un buon formaggio locale e affettati di pessima qualità.

Le guide consiglierebbero di fare a piedi il percorso che da Sandur porta alla spiaggia di Soltuvik, per godersi il silenzio dei prati e il suono del vento, ma noi con le bimbe preferiamo muoverci comodi, in macchina (scelta che come vedremo fra poco è probabilmente risultata sgradita agli spiriti del posto). Come in tanti altri luoghi alle Faroe, anche quest’isola ospita infatti la sua leggenda: si dice che una strega abitasse da queste parti, e seguendo il nostro percorso possiamo vedere alcuni luoghi legati a questa vecchia storia. Nell’ordine: la pietra su cui la strega avrebbe lasciato un’impronta prima di saltare via fuggendo; accanto, un macigno intorno al quale le donne del posto hanno fabbricato un bellissimo, enorme “cappottone” di lana, tutto decorato con i personaggi della leggenda, gli animali delle Faroe e altri motivi tipici. Poi, più in alto, la grotta della strega (di fatto, un buco fra i sassi). Sopra di noi volteggiano le sterne, il vento soffia, le nuvole si rincorrono, e non ci stupirebbe poi tanto veder sbucare un folletto, un troll o una qualsiasi altra creatura fantastica.

Sulla via del ritorno, un imprevisto: incrociando una macchina di turisti danesi, accostiamo un po’ troppo al bordo della strada e la ruota anteriore destra finisce in un buco. Perde la presa e non usciamo più… il cambio automatico e l’assenza di frizione non aiutano… che sia la maledizione della strega di Sandur? Ma anche un imprevisto così può risolversi in una bella sorpresa: i danesi che ci hanno superato si accorgono della nostra difficoltà e si fermano. Tornano indietro, aiutano a spingere, posizionano sassi, e infine tirano fuori dalla macchina un cavo di traino col quale ci agganciano e finalmente ci liberano. Grandi gesti di esultanza, pacche sulle spalle, saluti e ringraziamenti. Amichevoli e gentilissimi, come solo chi si incontra sulle strade più sperdute…

Il rientro è più veloce del previsto, troviamo quasi subito il traghetto e a metà pomeriggio siamo già sulla via del ritorno: ne approfittiamo per una deviazione fino a Tiornuvik, sull’isola di Streymoy, con vista su Eysturoy. Un altro di quei paesi pittoreschi, che ci rimane impresso per due motivi: primo, la vista sui due pinnacoli “il gigante e la strega”, sull’isola di fronte; secondo, la gente del posto che approfitta del bel tempo per raccogliere il fieno e stenderlo a seccare. Tutto a mano: rastrello, sacchi di iuta, e tante chiacchiere e risate che risuonano nel silenzio di questa conca circondata dai monti.

Giorno 7: abbiamo un compleanno da festeggiare, quindi il programma è tranquillo. Ci alziamo con calma godendoci un po’ la nostra casetta, poi andiamo a Klaksvik. Entriamo in chiesa per assistere almeno a un pezzetto di messa, dato che è domenica: alle Faroe sono ovviamente protestanti, e immergersi nell’atmosfera dei loro riti ha per noi un particolare fascino, tra arredi sobri, finestre luminose, sacerdoti donne, inni cantati a voce alta da tutti i partecipanti, sorrisi di benvenuto all’ingresso… Oggi si celebrano i battesimi, la cosa si fa lunga e noi usciamo, però siamo contenti di aver condiviso un breve momento con la gente del posto. Pranziamo poi da Klingran, una comoda e accogliente panetteria/pasticceria con self service che offre anche qualche piatto salato a prezzi modici.

Subito dopo ripartiamo e ci mettiamo in fila per prendere il traghetto per Kalsoy, scoprendo però che la domenica le corse sono poche e la fila è già lunga. Rischiamo di perdere la corsa, e la successiva rischia di essere un po’ troppo tardi per noi. Ma per fortuna l’addetto ci tranquillizza: se rimanete fuori non preoccupatevi, torniamo dopo un quarto d’ora e facciamo due giri. E in ogni caso, con un incastro degno del più abile giocatore di Tetris, riusciamo a salire anche noi, per ultimi, e in breve tempo arriviamo a destinazione.

Kalsoy è un’altra di quelle isole con coste così scoscese che ben poca parte è accessibile e abitabile. Alcune gallerie scavate a misura nella roccia garantiscono il collegamento dei due paesi più settentrionali, Mikladalur e Trollanes, meta oggi di tante famigliole di turisti domenicali. A Mikladalur ci aspetta l’ennesimo personaggio leggendario: una sirena, la cui statua affacciata sul mare è raggiungibile al termine di una lunga scalinata, la stessa che i pescatori del posto dovevano percorrere ogni giorno per calare in acqua le loro barche. La statua è circondata da bimbi vocianti e genitori fotografanti... mai vista così tanta gente (cioè una quindicina di persone…). A Trollanes invece regnano la quiete e la brezza sui prati; in lontananza, un gran viavai di pulcinella di mare.

Giorno 8: il sole splende e noi puntiamo di nuovo verso ovest. Prima di tutto vogliamo visitare Gasadalur, sull’isola di Vagar: la sua cascata che si butta direttamente in mare l’abbiamo vista in fotografia decine di volte, ed è ora di vederla dal vivo. Lo spettacolo è affascinante, così come tutta la costa che si percorre per raggiungere questo paese, con la sua vista su Mykines e sugli scogli e isolette dei dintorni, nascosti e poi svelati dalle piccole nuvole bassissime che oggi continuano a rincorrersi tra i fiordi. Ci godiamo un bel picnic lungo il sentiero che parte da Gasadalur affacciandosi sulle scogliere, e dopo esserci riposati un po’ siamo pronti per avviarci verso la prossima tappa.

Si tratta dell’ultima meta che avevamo messo in lista come “imperdibile”: è Saksun, sull’isola di Streymoy. Un posto particolare, col villaggio posto in alto e un sentiero che scende verso una spiaggia e laguna interna che cambiano con le maree. Innanzitutto, è bellissima la strada che si percorre per raggiungere questo paese: si sale costeggiando un torrente molto largo e tranquillo, tra le cui pozze ci fermiamo a sguazzare un po’ perché il sole oggi è forte e caldo, qua non tira vento, e vogliamo assolutamente imitare i locali. Niente bagno, ci mancherebbe, ma almeno a piedi nudi nell’acqua sì!

Poi lasciamo la macchina al paese e scendiamo verso la laguna: la marea sta scendendo e i colori dell’acqua, della sabbia, delle rocce e del prato compongono una tavolozza unica, brillante e vivida, che valeva proprio la pena vedere.

Giorno 9: ultima giornata, purtroppo, perché domani mattina si riparte. Non abbiamo particolari mete da visitare e il tempo è un po’ uggioso, comunque decidiamo di rimanere nelle vicinanze e di girovagare ancora un po’. Vicino a Strendur raggiungiamo la penisola di Abbin, con vista su Nolsoy e la costa di Torshavn. Poi, dopo pranzo, ci dirigiamo verso i villaggi di Hellur e Oyndarfiordur, che non sono nulla di eccezionale ma a Oyndarfiordur tutte le guide suggeriscono di passare a visitare le “rocking stones”, in sostanza una grande pietra nel mare, in equilibrio sugli scogli sottostanti, che si muove con un leggero rumore a seconda di come viene colpite dalle onde. Niente di che, ma arrivando fin lì ne approfittiamo per assistere ai lavori di rifacimento di uno dei tipici tetti in erba, e poi per osservare un po’ meglio i vicini allevamenti di salmone, con le loro vasche circolari nel fiordo e i sistemi automatici per l’alimentazione dei pesci.

Poi rientriamo a casa, e infine per l’ultima cena faroese torniamo da Muntra, a Fuglafyordur, passando però per la strada vecchia che parte da Leirvik, semi abbandonata ma molto panoramica. Lungo la strada ci sarebbe anche una specie di sorgente termale, ma non riusciamo a trovarla, forse per colpa del cantiere che proprio lì accanto sta facendo sorgere un qualche tipo di capannone.

Il silenzio della sera sull’acqua del fiordo, oggi particolarmente liscia e ricca di riflessi nella luce del tramonto, ci pare un degno saluto a questo mondo fuori dal mondo.

Dopodiché è davvero ora di tornare. Notte, valige, volo, Copenaghen, notte, volo… E a questo punto la domanda che ci facciamo è solo una: per il prossimo viaggio sulle orme dei vichinghi, dove andiamo? Groenlandia o Shetland? Perché da una parte o dall’altra, prima o poi, dovremo per forza andarci: le sterne artiche ci stanno chiamando ancora, e ci invitano a seguire le loro migrazioni.

di ludiaman - pubblicato il
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