Attraverso l'isola di Smeraldo

Dublino, Cork, Galway, Besfast

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  • di luigi129
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 500 a 1000 euro

Cork è un porto marittimo di notevole importanza ed ha rappresentato, soprattutto per molti immigrati, la prima alternativa a Dublino, perché meno frenetica e economicamente più accessibile e più a misura d’uomo. Negli ultimi decenni Cork è stata protagonista di una notevole crescita edilizia, in certi casi piuttosto vistosa, e di un proliferare di strutture commerciali che ne hanno un po’ stravolto il volto tradizionale e “offuscata” la memoria storica di quella che è tra le più antiche città irlandesi, teatro soprattutto di sofferenze durante la guerra d’indipendenza (era una delle principali roccaforti dell’IRA). Oggi invece, dietro un vistoso “apparato” commerciale, simbolo di progresso, sembra che la “nuova” Cork delle attuali generazioni voglia quasi dimenticare in fretta le sofferenze patite nel passato, per proiettarsi tutta nel futuro. Comunque Cork resta un centro culturale assai vivace, ma definirla (l'ennesima) Venezia del Nord mi sembra un po' ardito.

Spostandoci più a nord, incontriamo Galway, che ha saputo mantenere, rispetto a Cork, un’ “anima” irlandese più autentica. Posizionata in una zona della costa atlantica di notevole interesse turistico (è il principale scalo portuale per le suggestive isole Aran ed è situata al centro della Contea di Galway, caratterizzata da pittoreschi paesaggi naturali), Galway è anche comunemente riconosciuta come la capitale del Gaeltacht, cioè della lingua gaelica irlandese (nell’omonima contea si incontrano ancora gruppi di persone che parlano correntemente il gaelico).

Irlanda del Nord

Un cenno a parte merita invece Belfast, che ha una vita e un aspetto urbano molto particolari. Belfast è l’unica città irlandese ad aver attraversato la fase della Rivoluzione Industriale, per cui ancora oggi è il maggior centro industriale dell’isola. Accanto quindi alla Belfast moderna, rutilante, attiva economicamente, culturalmente viva e animata da un commercio moderno e fiorente, esiste ancora la Belfast del tragico conflitto tra protestanti e cattolici, tra unionisti e repubblicani, tra gente della stessa nazione e della stessa città. Esiste ancora la Belfast di Shankill Road e di Falls Road, ovvero dei quartieri protestanti e cattolici. Insomma, nel lato meno appariscente di Belfast si respira ancora un’aria tesa, visibile e “tangibile” per un semplice motivo: Belfast è l’unica città europea ad avere ancora in piedi dei muri, e sono muri che separano, che dividono. Il muro di Berlino tagliava in due la città e fu abbattuto per volere di tutti i cittadini, da entrambe le parti. I muri di Belfast sono ancora lì, al loro posto, anzi ne sorgono di nuovi o quelli già esistenti vengono allungati di qualche metro. Le barriere che separano i quartieri cattolici e protestanti vengono ancora visti come indispensabili da praticamente tutta la popolazione.

I muri di Belfast risalgono ai Troubles, nella fase più acuta dello scontro tra le due comunità, quando l’unica soluzione restava quella di dividersi fisicamente, di non vedersi. E il muro più famoso è quello di Cupar Street, che divide i più popolosi quartieri di Shankill Road e di Falls Road, attraversabile solo da un check point sorvegliato da una guardia armata.

Poi c’è la Belfast nascosta, quella delle working-classes, dei quartieri-ghetto, dove la disoccupazione è a livelli drammatici e la polizia non ha certo vita facile. E tra un ghetto e l’altro, i muri, in tutto ben 88, che qui vengono chiamati Peace lines, le “linee della pace”. Ma qui i muri non sono solo fisici, sono soprattutto psicologici, sono muri “sociali”, che alimentano tensioni ed insegnano sin dall’infanzia ad odiare chi sta dall’altra parte, a non comprendersi, sebbene le parti in conflitto in realtà abbiano in comune molto più di quanto pensino: abitazioni modestissime, disoccupazione dilagante, disagio giovanile.

Nonostante gli accordi di pace, i muri resistono ancora, sono al loro posto e anzi ne sorgono di nuovi o vengono innalzati di qualche metro, visti appunto come il male minore, per impedire magari di uccidersi a vicenda. E insieme ai muri, anche i murales sono la principale attrazione turistica della città. Gli abitanti di Belfast lo hanno capito da tempo, istituendo i cosiddetti Political Tours, ovvero dei tour cittadini che attraversano quei quartieri teatro di scontri durante gli anni dei Troubles, alla scoperta del significato sociale e politico che sta dietro ad ogni murales. La visita è però cupa e non è difficile imbattersi in strade sbarrate da muri e filo spinato, sorvegliati da militari armati sempre all’erta. E il tour delle città nordirlandesi si chiude con Derry, teatro del terribile Bloody Sunday del 1972, anch'essa "decorata" con numerosi murales commemorativi di quegli eventi tragici.

Sereotipi irlandesi?

In fondo la stereotipata immagine di un Paese di folletti, pecore e prati fioriti, sapientemente sfruttata a scopi turistici, non piace nemmeno ai suoi abitanti, che vogliono sentirsi ed esser considerati moderni cittadini europei, esattamente come noi italiani non sempre gradiamo i luoghi comuni, più o meno simpatici, che gli stranieri (irlandesi compresi) ci attribuiscono

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