Partenza il 13/8/2004 · Ritorno il 20/8/2004
Viaggiatori: in coppia · Spesa: Fino a 500 euro

Pioggia a catinelle... Prati a pecorelle

di Veronica 1 - pubblicato il

VEN 13 Viaggio organizzato in 3 giorni, con una mia amica, Valentina, che da anni sognava di vedere l’Irlanda. Purtroppo si può noleggiare un’automobile solo se almeno 25enni, quindi abbiamo scelto un ostello a Dublino, e girato nei dintorni con le corriere. Non abbiamo visto l’Irlanda delle scogliere a picco sul mare, ma, a parte il brutto tempo, che non ci ha lasciato mai, è stata una bella esperienza, di cui vi lascio delle informazioni da condividere. 12 ore circa per il viaggio Roma - Londra – Dublino con la Ryanair, tra i vari spostamenti casa – aeroporto – ostello: dalle 7,00 alle 19,00.

Il paesaggio esterno delle isole e delle nuvole, e quello interno degli steward, ci distrae a sufficienza per superare le ore noiose di volo. Sulla Ryanair non servono i pasti, ma si può scegliere una lista di panini, snack, bevande, a pagamento. Ci allarma il minestrone e la zuppa di pollo nel bicchiere, mentre annusiamo l’aroma di prosciutto dei turisti inglesi che si portano in giro come merenda prelibata.

Arrivate a Londra, Stansted, già si preannuncia il tempo che ci porteremo dietro per tutto il viaggio : cielo coperto e vento. All’uscita dall’aeroporto di Dublino aspettiamo un autobus, che con 1,65 euro, in mezz’ora ci porta a 100 metri dall’ostello. Neanche mi accorgo di essere arrivata in centro città, da quanto le case e le strade sono tristi!

La sera ci sistemiamo in ostello, l’Abraham House, al 4° piano senza ascensore, in camerata femminile da 10 letti. 10 minuti di ambientazione e usciamo.

Il pernottamento in questa sistemazione va benissimo se si sta in giro tutto il giorno e in camera si rimane solo a dormire. I ragazzi del personale sono tutti disponibili e gentili e il prezzo è nella media : circa 120 euro per 7 notti, compresa la colazione. Anche questo, come il volo, è stato prenotato tramite internet.

In O’Connel street ci imbattiamo in un cono altissimo di acciaio, proprio al centro della strada, che scoprirò poi essere un monumento alla luce (infatti di notte la punta si illumina). Storciamo il naso e proseguiamo. Primi incontri con gruppi di turisti italiani. Prime reazioni di irritazione al suono nervoso dei segnali acustici per non vedenti, in attesa che scatti il verde dei semafori (Verde che, fra l’altro non arriva mai e impariamo presto a attraversare a casaccio). Prime impressioni di Temple Bar, dove, specialmente il venerdì e il sabato sera, i moltissimi locali che punteggiano le vie, sono straboccanti di bevitori, e dove bravi musicisti suonano per strada e cantano accompagnati da ubriachi di passaggio.

Cena in un ristorante messicano di Fleet street con ottimi nachos e piccantissimi burritos.

SAB 14 Colazione in ostello con cornetto, marmellata latte e succo di frutta.

Facciamo il giro a piedi di tutto il centro città.

Prima vediamo la parte nord, che sta proprio intorno all’ostello e quindi la raggiungiamo subito. Il Garden of Remembrance è un memoriale ai caduti per la liberazione dell’Irlanda, e vi si trova un monumento ai figli di Lir. Ancora più a nord c’è Montjoy square, circondata da case georgiane, ma sgarupate. Passiamo di fronte a una delle tante chiese grigie che ci accompagneranno nel viaggio, St. George’s church; fotografo un portone viola, uno dei tanti portoni colorati, rossi, gialli, verdi, blu…

Percorriamo tutta Gardiner street, fino ad arrivare davanti alla Custom House, costeggiarla e raggiungere il liffey e oltrepassarlo.

Già tutto il traffico di macchine e persone ci ha innervosito. Per fortuna il Trinity College è una piccola isola nel centro, così facciamo una bella passeggiata qua dentro ( e visitiamo anche i bagni, vicino al museo del Book of Kells).

La città è abbastanza sporca, quindi mi sono meravigliata nel trovare invece sempre bagni puliti nelle varie soste, e questa è una cosa fondamentale, passeggiando dalla mattina alla sera! Usciamo per Dawson street, fino al National museum: inaugurato nel 1890, ha attrazioni fisse: L’Irlanda preistorica, l’oro d’Irlanda, L’Irlanda dei Vichinghi e Medievale. E poi il nazionalismo del XIX secolo e gli anni 1900-1921 con la rivolta di pasqua del 1916.

Alla fine della strada ci affacciamo su St. Stephen Green; c’è parecchia gente, dato che è sabato, e noi ci sdraiamo sull’erba a prendere il sole; per lo meno fino a quando il sole non decide di andarsene. Allora ci spostiamo verso gli Iveagh Gardens, un tempo giardini privati, ora diventati pubblici, ma comunque frequentati da poche persone. Sono un vero e proprio rifugio pacifico, con vialetti ombrosi, una cascatella, un roseto, un labirinto bonsai…

Dopo l’una, cerchiamo un posto per mangiare nei dintorni. Finiamo, per disperazione, in un alimentari in Wexford street, dove compriamo frutta, biscotti e tramezzini. In marcia nuovamente! Fino a St. Patrick park e Cathedral. Questa è una delle due o tre chiese a Dublino dove, come è tradizione qui, bisogna pagare per poter visitare. Ma noi non abbiamo mai ceduto a questo ricatto commerciale-psicologico!

Valentina non ce la fa più a camminare perché ha sbagliato le scarpe, così ci fermiamo su una panchina in un parco, ma, neanche a farlo a posta, siamo proprio nel parco delle Audoen’s Churches. Una visita è d’obbligo, essendo questa la chiesa più antica di Dublino, sebbene rimanga poco della parte originale. Risalente al XII secolo, ma più volte danneggiata, venne infatti ricostruita e ampliata in varie epoche. La guida, molto gentile, prova a dire due parole in italiano e poi a parlare lentamente in inglese per farsi capire; e va tutto bene, finchè disturbata nel suo intento dall’arrivo di una turista inglese, si mette a parlare velocemente per non sembrare ritardata.

Sosta in ostello e cena al ristorante italiano Pino’s in Parliament street : profumo di ristorante italiano vero, ma piatti non all’altezza.

DOM 15 Innanzi tutto compriamo il biglietto giornaliero per l’autobus e dobbiamo aspettare che apra l’ufficio in O’Connel street, fino alle 9,30, sotto la solita pioggerella. Poi, dato che vogliamo fare il brunch cerchiamo alcuni locali segnati sulla guida, ma, o non sono ancora aperti, o non esistono più… eppure la guida è solo del 2002! (ed è anche una guida buona, quella della Lonely planet!). Ci accontentiamo del primo bar che troviamo in Temple Bar (vicino al ristorante Pino della sera prima) e ci abbuffiamo con pane tostato e marmellata, the’, succo di arancia, una brioche e una fetta di torta! Con questo mattone sullo stomaco saremo a posto per tutto il giorno e possiamo dirigerci verso la fermata dell’autobus, di nuovo in O’Connel street. Rimaniamo ferme quasi un’ora per aspettare l’autobus, mentre pioggia a tratti e vento e folle di tifosi (è domenica!) ci movimentano l’attesa.

L’orto botanico è simile ai Kew Gardens di Londra, in piccolo. Valentina si riprende dalla stanchezza quando riesce ad avvistare e fotografare da vicino uno scoiattolo. Passeggiamo tra serre di piante grasse e di ninfee, di conifere e di orchidee, e tra i viali alberati.

Il Glasnevin cemetery, lì accanto, è Il cimitero più grande d’Irlanda e vi sono sepolti molti uomini che contribuirono alla libertà d’Irlanda (Michael Collins, per esempio).

Verso le 15,30 torniamo al centro e cerchiamo un bus per Bray. Nonostante 2 autisti in pausa facciano gli spiritosi, dicendo che il collegamento non esiste di domenica, un terzo autista, più sobrio e con meno humor, ci indica la via.

In mezz’ora arriviamo a Bray, ma ci attende una lunga camminata per arrivare al lungomare, dato che scendiamo in mezzo alla zona residenziale. Il paesaggio comunque è bello, tranquillo; grandi ville e prati. Sembra una zona residenziale abbastanza ricca. E c’è pure un po’ di sole! Al mare, con la spiaggia di ghiaia, i bambini fanno il bagno e i grandi fanno le foto ai bambini che fanno il bagno o rimangono in attesa. Due ragazzi fanno volare un grande aquilone : forte vento. Eh sì, il sole ci ha accompagnato in parte solo sabato, consentendoci addirittura mezz’ora di abbronzatura. Da allora in poi la pioggia ha imperato, tra cieli variabili.

Cena – The porter House – Grande pub con tavoloni di legno all’aperto, straripanti pinte di birra consumate. Panino con patate e dolce al cioccolato.

Bus di ritorno verso le 22,00 : ci accoglie un acquazzone e ci ripariamo, ormai ben bagnate, dentro una cabina del telefono, neanche a farlo a posta, decorata col disegno di una tendina da doccia rosa e tante bolle di sapone.

LUN 16 Facciamo una colazione leggera all’ostello e partiamo per la busaras, per prendere il bus della Eireann per andare a vedere Glendalough. Nel tour è compresa anche la visita ai Powerscourt Gardens e al “panorama di Wicklow”.

Solamente sabato e giovedì abbiamo visitato Dublino. Tutti gli altri giorni abbiamo fatto gite nei dintorni, distanti pochi km o anche due ore di viaggio (120 km per arrivare a Kilkenny). Arrivare sulla costa occidentale avrebbe richiesto 4 ore di viaggio e una spesa di circa 90euro. Una delle regioni più belle d’Irlanda è Wicklow molto probabilmente. Nella parte sud orientale è attraversata da uno dei 13 itinerari europei che attraversano il continente, e permette camminate di qualche giorno tra cespugli di erica, pascoli, boschi, dolci montagne, un ghiacciaio, fino alla costa. Al ritorno da questa gita il percorso è passato proprio per questa regione. L’autista è un tipo molto chiacchierone, così, per tutto il viaggio, ci ha parlato dei cavoli suoi e delle abitudini irlandesi per quanto riguarda il tempo e di quello che avremmo visitato (non chiedetemi dettagli perché non ho capito molto).

Prima tappa : Powerscourt Estate, grande tenuta con villa e giardini creati nel 1740. Si apre con dei giardini all’italiana, e poi dei semi giardini giapponesi, un cimitero per animali domestici (cani, cavalli e mucche!), e un grande parco. La villa è abitata solo in un’ala; per il resto è occupata da negozi, ristoranti, sala da tè. Mentre prima di entrare nella residenza vera e propria, all’esterno c’è un parco immenso e bellissimo, con campo da golf.

Seconda tappa : Glendalough, monastero fondato nel sesto secolo e punto di arrivo per i pellegrini. Tutti i monasteri di questo periodo in Irlanda sono caratterizzati dalla presenza di un’alta torre, che veniva utilizzata per proteggere preziosi manoscritti, e anche come “faro” per i pellegrini in cammino. Il posto è suggestivo, ma i 40 minuti di visita guidata sono esagerati. A visita finita si è liberi di girare intorno. Noi siamo arrivate al primo dei due laghi lì vicino, e poi siamo ritornate al punto di partenza e ci siamo mangiate un hamburger sul prato.

Terza tappa : passaggio lampo per le montagne della regione di Wicklow e sosta foto. Questo è stato proprio da turisti giapponesi; tanto per poter dire :”sono stato anche qui”.

C’erano le piccole e rotonde montagne che ci circondavano, l’erba, l’erica e le pecore.

Nei vari spostamenti in Bus, spesso si vede come le pecore mangiucchino l’erba tranquillamente sul ciglio della strada, e sono le automobili a dover cedere il passo con riverenza. Dopotutto loro sono la maggioranza: 9 milioni di pecore su 3 milioni di irlandesi!

Ritorniamo verso le 18,30 , 19,00 causa traffico.

La sera andiamo a mangiare da Elephant&Castle, sempre nel quartiere di Temple Bar. Ristorante dove vogliono creare dei piatti fantasiosi, e dove ho “subito” un’insalata con gamberi, pollo, pannocchiette, pasta cinese, e un po’ troppa soia. Valentina beve dell’acqua frizzantissima con sciroppo di fragola e mangia un mega panino. Ma il dolce è notevole : gelato al cioccolato, con cioccolato fondente, nocciole e liquore; e Valentina Cheescake!

Nella piazza di Temple Bar una band, formata da un chitarrista, un sassofonista, un batterista e uno al contrabbasso, suona il jazz, facendo improbabili contorsionismi con gli strumenti.

MAR 17 Oggi andiamo a vedere il National Stud, ovvero le scuderie nazionali, che rappresenta poi uno degli allevamenti di cavalli più ricchi e importanti del mondo. Si trova vicino Kildare. Quando arriviamo è già iniziata una breve visita guidata delle stalle e dell’unità parto. Il gruppo si ammazza di risate mentre il ragazzo che illustra la vita dei cavalli fa battute sui compiti degli stalloni; battute che si intuiscono, ma che non capisco. Facciamo così finta di ridere anche noi, mentre altri due italiani del gruppo si guardano in giro impassibili. Da lì in poi possiamo girare a piacimento nella proprietà.

Facciamo così conoscenza con un pony impazzito e con pacifiche mucche ruminanti.

In alcuni recinti le mucche pascolano insieme ai cavalli, perché hanno su di essi un effetto calmante e perché mangiano delle erbe che i cavalli non gradiscono. Oltre a mucche e cavalli ci sono dei giardini e anche un percorso zen della vita. L’opuscolo che descrive il luogo è spassosissimo: o chi ha descritto i giardini era di umore catastrofico oppure viene data poca fiducia ai bambini e agli anziani. Viene richiamata la nostra attenzione sui sentieri scivolosi, sui gradini troppo alti e le discese pericolose; mentre il luogo è uno dei più tranquilli che abbiamo visitato. Il percorso della vita nel minuscolo giardino giapponese è simpatico comunque, nonostante il pericolo sia in agguato dietro ogni curva!

Ritorniamo verso le 17,00 in città.

Facciamo un giro per il Trinity College, guardando i ragazzi che giocano a football; ci mangiamo un panino da burger King e torniamo in ostello. Scriviamo le cartoline e scegliamo cosa vedere il giorno dopo.

MER 18 Oggi è la volta di Killkenny “medieval city” premiata per la sua politica di conservazione architettonica e restauro.

Vediamo per prima cosa il castello, anche dentro (ma è brutto e c’è solo qualche mobile originale), e poi tutto il resto della città. Mentre stavamo all’interno del castello è nato Riccardo, il nipote di Valentina!

La città si gira molto facilmente ed è ben curata; ci sono molte chiese e abbazie; gli edifici sono bassi e ci sono aree pedonali. Ma qui, come ovunque da queste parti, il colore predominante è sempre il grigio.

Mangiamo in un pub; io torta e cappuccino e Valentina panino e guinnes.

Un’irlandese d.o.c. Invece avrebbe mangiato panino e cappuccino, oppure minetra e cappuccino. In generale si mangia proprio male in questi paesi anglosassoni!

Al ritorno a Dublino, verso le 18,00, facciamo un giro, da Grafton street a Stephen green, prendendocela con calma. Entriamo in un negozio di dischi e in uno di souvenir e adocchiamo un posto per la colazione del giorno dopo. Valentina telefona a sua madre da un telefono pubblico perché ha terminato il credito sul cellulare, per farsi raccontare i dettagli del felice evento.

GIO 19 Mega super colazione al Bewley’s oriental cafè in Grafton street, con muffin al cioccolato, brioche, cioccolata calda e macedonia. Questo posto funziona così : c’è il take away all’ingresso, che ha dei prezzi; il ristorante con menù, con un altro prezzo e il self service al piano superiore, con ancora un costo diverso. Abbiamo scelto una via di mezzo, al self service, sempre circondate dai soliti “salutisti” che si fanno del male con frittata, salsiccia, fagioli, pane tostato imburrato.

Camminata fino al Dublin Castle, all’interno del quale c’è la Chester Beatty Library. Entriamo nel primo cortile del castello, dove sono esposte delle sculture effimere in sabbia (ma suppongo ci sia sotto qualcosa, dato che con la pioggia che c’è, la sabbia non potrebbe durare a lungo), e chiedo informazioni per poter raggiungere la biblioteca. Chester Beatty andò alla ricerca di libri europei e asiatici durante i viaggi della sua vita e lasciò in eredità al pubblico questa collezione di valore inestimabile.

Siamo rimaste un po’ qua dentro, anche dopo aver terminato la visita, un po’ perché pioveva, un po’ per far scrivere qualche cartolina a Vale. Ci sono anche sale di consultazione e un ristorante. Vale mi ha anche dato un’aspirina, perché era iniziato il raffreddore che mi avrebbe accompagnato anche nella settimana successiva di ritorno a Roma.

Tappa successiva : Phoenix Park. Uno dei parchi cittadini più grandi d’Europa. Ci si trova la tenuta del presidente, l’ambasciata americana, uno zoo, campi da football e hurling (tipo hockey su prato), e 300 cervi, di cui non abbiamo visto neanche l’ombra. Siamo andate sull’altalena e abbiamo sostato a un chiosco-sala da thè, invaso dalle api, sedute a un tavolo all’aperto, accanto a padre e figlio tedeschi, che si divertivano osservando la mia lotta con le api appunto. Con molta gentilezza, appena finiamo di mangiare, solo allora, inizia a piovere; così tutti si rifugiano nel piccolo bar, vicini vicini. Dopo di che abbiamo camminato sul viale principale fino alla metà del parco, dove, al centro di una rotatoria c’è il monumento alla fenice. E’ stato molto bello camminare per quei viali, tra spruzzate di pioggia, e folate di vento, tra campi estesi e piccole isole di alberi, lontane dalla città e dalla gente, dato che abbiamo visto passare solo un paio di corridori, una famiglia, pochi altri solitari.

Ulteriore camminata fino alla Heuston station, dove prendiamo un autobus per tornare al centro e vediamo il cancello d’entrata della fabbrica di Guinnes, dove alla fine Vale decide di non fare il tour. Ci sarebbe un altro posto, non la guinnes storehouse, ma forse il museo della Guinnes, che, mi ha detto un amico, varrebbe di più la pena vedere e regala anche un panorama della città dall’alto. In giro per Dublino comunque non vendono la Guinnes; l’abbiamo trovata solo al duty free dell’aeroporto.

Spediamo le cartoline, finalmente! Facciamo un giro per comprare gli ultimi souvenirs e ci ripariamo dalla pioggia nei negozi. Compro due ombrelli da regalare a mamma e papà, tipicamente irlandesi! Intanto la busta di carta dei souvenirs si sta frantumando a causa della pioggia, così mi sacrifico e entro a comprare qualcosa in un supermercato per prendere delle buste di plastica. Questo supermercato, in Earl street north, è uno di quelli che più si avvicinano a un supermercato italiano. Ovvero, non ha solo cose precotte e surgelate o solo snack e cose schifose, ma ha persino frutta e verdura!

Torniamo in ostello verso le 20,30. Facciamo la valigia, ci laviamo, e dormiamo.

VEN 20 Venerdì mattina aspettiamo l’autobus alla fermata proprio di fronte all’Abraham House, che salutiamo definitivamente. Sull’autobus sale anche un ragazzo niente male ricoperto di borse e borsoni, che, arrivate alla fermata dell’ereoporto, fraintende Valentina e pensa di doverla aiutare a scaricare la sua valigia, mentre noi, al limite, avremmo aiutato volentieri lui. Ennesima lunga attesa per il chek-inn, inframmezzata da soste in bagno e in banca. Ultimo orripilante incontro al terminal con un signore ubriaco e vomitante, che si asciugava con una sua camicia. Camicia, che, alla fine è stata prontamente da lui custodita in borsa. Era un signore abbastanza distinto, ma che aveva bevuto evidentemente troppo. Nessuno si è dato pena di aiutarlo né si è meravigliato della scena; indizio evidente che succedono spesso simili cose disgustose! Finale a sorpresa: il tizio, zitto zitto, ha preso il nostro stesso volo! E per fortuna, ce ne siamo accorte solo al nostro arrivo a Londra.

Atterrate a Roma il caldo ci dà il benvenuto. Una ridicola navetta ci porta dall’aereo all’aeroporto, percorrendo la notevole distanza di 100 metri di curva. Da qui in poi ci separiamo e ci riproponiamo di tornare semmai quando potremo andare all’avventura affittando un’automobile. Io intanto sogno il prossimo viaggio nel mediterraneo solare.

di Veronica 1 - pubblicato il