Dall’Egeo al Baltico

Syusy in Grecia sulle orme dei Popoli del mare, tra i monasteri delle Meteore e l’acropoli di Micene

  • di Syusy
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L’ISOLA SENZA NOME

Perché questa definizione? Perché probabilmente l’isola fu devastata da un evento catastrofico che la cancellò per molto tempo dalla frequentazione umana e che, appunto per questo, successivamente, divenne mitica. Secondo Karl Kello (giornalista estone, studioso dei miti locali), “il figlio del Sole” che cadde qui è stato in realtà un meteorite che, nel 2000 avanti Cristo circa, precipitò causando una devastazione e un inferno tale che per molto tempo quei luoghi furono inagibili per l’essere umano. In seguito, il cratere che si creò a causa dell’impatto con una parte del meteorite, diede vita appunto al lago rotondo, alimentato da acqua sorgiva. Anche perché, non dimentichiamo, lì c’era una palude circondata da boschi. Questo lago, che ancora oggi si può ammirare, è il lago di Kaali dalle acque verdi. Niente di strano, quindi, che questo lago sia stato identificato nel tempo come il lago dell’inferno, in epoca successiva all’impatto, quando la zona ridivenne frequentabile. Venne però circondato da mura molto alte e possenti, di cui rimangono ancora oggi dei tratti. La cosa significativa è che non dovevano esserci porte tra le mura e che questo luogo sacro era senza un tetto. “Esattamente come viene descritto il tempio di Apollo nell’isola iperborea”. Ci dice Karl Kello. “Questa isola potrebbe essere anche l’isola iperborea nella quale Latona, la dea, partorisce i gemelli Apollo e Artemide. Latona è la lupa, la Dea Madre”. Aggiunge Felice Vinci. “Quindi Sarema sarebbe l’isola di Ortigia (citata nel mito) che poi diventa Delo (la luce), perché qui vi nasce Apollo?” Ribatte Karl Kello. Ma se Latona (da cui possono prendere nome i Latini) è la lupa che allatta i gemelli dei romani… allora c’è di più: andando in Mongolia ho scoperto – con la conferma ufficiale di un professore dell’Università di Ulaanbaatar – che la lupa che allatta le gemelle è il mito fondante nella tradizione mongola! Allora la lupa che allatta i gemelli, anzi appunto le gemelle, non è romana? I Romani hanno copiato? Se la sono portata dal Nord? O c’è piuttosto un’altra spiegazione? Quanti collegamenti storico-culturali si scoprono! E quanti dubbi e nuove strade si aprono, se ci apriamo al mondo!

LEGGENDE NORDICHE E MEDITERRANEE

Le nostre leggende mediterranee s’incrociano con quelle nordiche, che noi nemmeno conosciamo. È il caso di Kalevipoeg, eroe dei racconti orali nordici ispirati dal folclore della tradizione estone, che vennero trascritti nell’ottocento da Kreutzwald, noto scrittore estone a noi ignoto, almeno per quanto mi riguarda. Kalevipoeg è il figlio di Kalev o di Kali (ricordiamo che il lago si chiama Kaali e che Kalì è anche una terrifica divinità indiana). Kalevipoeg è l’eroe estone che sposa la sorella, seguendo un diritto materno. Ha tanti punti in comune con eroi nostrani. Io ho cominciato a conoscerlo proprio dal libro che ha scritto Karl Kello. Le cose che fa Kalevipoeg, le imprese che compie, il fatto che riesca a forgiare la sua lancia presso un lago rotondo collocato su di un’isola, sono tutte tracce che ci portano a credere che questo di Saaremaa sia il luogo dell’isola senza nome, il lago dove veniva fuso il ferro che produceva la spada invincibile. Questo è possibile anche grazie al fatto che qui, essendo caduto un meteorite, il ferro raccolto era appunto meteoritico, quindi acciaio. Gianni, ingegnere studioso di mitologia e di altro ancora, prima ancora di andare in gruppo a vedere il lago, mi dice che questa isola pote­va anche essere Abalon, luogo delle mele: la mela d’oro, che è il sole, e qui il sole è caduto sotto forma di suo figlio, che è il meteorite. Il meteorite è naturalmente fatto di metalli meteoritici, cioè di un ferro che, fuso con la grande abilità che solo i fabbri dei miti avevano, poiché erano istruiti dal mitico fabbro primordiale, può produrre spade e armi invincibili. La cosa che sorprende, poi, è che nei musei nordici troviamo una quantità di armi di bronzo e di ferro ed elmi e scudi che sono esattamente uguali a quelli descritti nell’Iliade e nell’Odissea. Ma è possibile, allora, che le popolazioni che arrivarono da un imprecisato luogo, come gli Achei, siano arrivati dal Nord Europa, portando le loro leggende e i loro toponimi, ricollocati successivamente in Grecia?

LA VIA DELL’AMBRA

Quante volte abbiamo ricordato, viaggiando nel Mediterraneo, i miti omerici, cercando di vedere, nei posti nei quali sono stati ambientati, i personaggi dell’epopea? Sono partita da Cliternestra che uccide Aga­mennone sulla Porta dei Leoni di Micene… E poi Itaca, dove abitavano Ulisse e Penelope, il posto dei Ciclopi, il luogo di Circe ecc. Ma i conti non tornano! Da parte sua, Felice Vinci ha mappato con grande attenzione il Baltico e ha trovato, incredibilmente, che non solo la descrizione omerica si adatta perfettamente a isole e territori di quella zona, ma ha anche scoperto che ci sono decine di toponimi, cioè di nomi di località che hanno assonanze evidenti con i nomi citati da Omero. Quindi, a questo punto, forse dovremmo proprio collocare i fatti omerici al Nord dell’Europa, nell’area Baltica, in un luogo più freddo, dove gli eroi gi­ravano con folte pellicce. E forse le mura di Micene (la Micene Omerica “vera”) e anche quelle di Troia, non erano mura di sasso, ma di legno, cioè alte palizzate. Forse addirittura il cavallo di Troia, col quale si imbro­gliarono i Troiani, facendo loro aprire le porte per farlo entrare, non era un cavallo, ma una barca: lo hanno scoperto recentemente degli archeologi che sostengono che le barche venivano chiamate i cavalli del mare e avevano una polena a forma di testa di cavallo, e queste barche erano in tutto e per tutto simili a quelle nordiche. Insomma, si tratta di incongruenze che ci fanno sospettare che la teoria di Felice Vinci sia corretta e che del resto è ben documenta nel suo corposo volume Omero nel Baltico, che possiamo affiancare al più snello libro, appena uscito, edito da Pendragon, “Il meteorite iperboreo”, dove appunto il giornalista estone Karl Kello, quello che ho incontrato a Tallinn, spiega i miti baltici che tanto hanno a che fare con quelli greciNel libro io ho scritto una lunga prefazione, di 40 pagine, spiegando la teoria – che per ora non è di nessuno, se non del nostro avventuroso gruppo di appassionati – dei Popoli del mare arrivati dal Baltico attraverso i fiumi europei e insediatisi nel Mediterraneo, esuli, in seguito alla caduta del meteorite iperboreo, appunto, che si schiantò sull’isola di Saaremaa. Così si spiega anche la presenza di ambra in tutte le tombe, ambra speciale che poteva provenire solo dal Baltico. E per tornare all’inizio di questo doppio-viaggio, anche al museo di Micene, guarda caso, ci sono collane d’ambra che testimoniano la prove­nienza da quei luoghi e il legame che gli abitanti del nuovo mondo creato in Mediterraneo avevano col mondo che avevano lasciato, portando con sé miti, leggende e il ricordo cantato e recitato a memoria di un’epica che li aveva visti protagonisti.

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