Fuerteventura la selvaggia

La più grande e la più selvaggia delle isole Canarie da visitare con calma in un soggiorno di dieci giorni, alternando visite culturali e naturalistiche con del semplice relax sulle grandi spiagge e un mare cristallino.

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  • di Tonyofitaly
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 3
    Spesa: Da 500 a 1000 euro

Decidiamo di raggiungere anche l’altro faro, quello di punta Pesebre, ma la strada è ben peggiore della prima, da affrontare davvero a passo d’uomo però, giunti poi al faro più o meno dopo 15 minuti, lo spettacolo della natura è ancora più affascinante (anche se il faro è a dir poco miserevole: una costruzione alta un paio di metri e nulla più). Torniamo pian piano indietro e ci fermiamo per ammirare una piccola baia, playa de los Oyos, dove è possibile bagnarsi grazie ad una serie di scogli naturali che bloccano la furia del mare creando un piccolo golfo interno tranquillo e dall’acqua trasparente. Ritornati sulla strada principale, ripercorriamo la strada d’andata ma solo fino all’incrocio con la strada per Cofete: da questo bivio inizia davvero un’avventura perché la strada si inerpica sulla montagna, non ha barriere e in alcuni punti è larga appena poco più di una corsia. Fino al piccolo Mirador de Barlovento ce la caviamo, meritandoci una sosta e una bellissima veduta sulla costa occidentale dell’isola, accompagnata dalla presenza delle classiche capre locali. È dopo che viviamo un po’ di ansia perché la strada discende a tornanti lungo il fianco del monte e dà proprio su burroni e salti, senza contare che due auto a stento riescono a passare contemporaneamente. Comunque tra clacsonate, frenate, velocità ridotta e quant’altro, arriviamo all’agglomerato di Cofete dirigendoci subito verso il Cemeterio e la playa. Siamo in arrivo quando, a quasi 20 metri dal parcheggio… foriamo! Attimi di panico: speriamo di avere il ruotino perché la gomma è squarciata. Per fortuna c’è quindi la cambiano, non senza difficoltà su un terreno di sabbia e pietra, e raggiungiamo la playa di Cofete, dove si trova anche il cimitero della piccola comunità, buona parte sommerso dalla sabbia. La spiaggia è enorme, il mare genera onde alte, ci sono tanti aquiloni e qualche temerario accenna ad un tuffo, sebbene vediamo surfisti e windsurfisti essere maggiormente i padroni di questo remoto litorale. Col pensiero del ruotino, torniamo piano piano indietro e decidiamo di riportare l’auto alla Cicar più vicina, che è a Morro Jable: Google Maps mi dà un ufficio al Porto quindi riprendiamo la strada lì diretti. Lasciamo così il selvaggio parco naturale di Jandia e ritorniamo a Morro Jable, raggiungendo l’ufficio che, però, è chiuso per la pausa pranzo. Noi ci fermiamo da Restaurante Cofradìa, proprio lì vicino, assaggiando delle gustose crocchette di pesce, un ottimo melòn y jambòn serrano, delle patatas arrugadas (patate cotte con la buccia da insaporire con una salsina apposita detta mojo) e il gofìo, una pastella tipo polenta da mangiar con il mojo o con una salsa piccante. Dopo pranzo scopriamo che questo ufficio è chiuso nel pomeriggio ma è aperto quello sul lungomare di Morro Jable quindi ci rechiamo lì e l’addetta presente, dopo aver visionato l’auto, non può far altro che cambiarcela: siamo ben felici anche se siamo costretti ad accettare una Corsa, ben più piccola della prima. Fatto il cambio e sistemata la parte burocratica, ci fermiamo per un breve giretto sul lungomare, ammirando l’alto faro e la carcassa di una balena messa in bella mostra, ripartendo poi per Costa Calma, dove abbiamo intenzione di finire il pomeriggio con un bel bagno nel mare turchese.

Martedì 24 settembre

Riprendiamo le escursioni programmate e ci dirigiamo verso il centro dell’isola, percorrendo la strada FV-605 che porta a Pajara e fermandoci al Mirador de Sicasumbre: qui sono posizionati un osservatorio astronomico in pietra, raggiungibile dopo un’ardua salita, e una terrazza ornata da statue di capre da cui è possibile ammirare il panorama. Dopo la visita e le consuete foto, ci dirigiamo verso Ajuy, piccolo villaggio sito su una spiaggia nera da cui parte la visita alle omonime grotte. Parcheggiamo in un apposito spazio e passiamo per le piccole casette di pescatori, fino alla salita da cui inizia la visita: un cartellone ci spiega che qui ci sono le testimonianze geologiche su come si sia formata l’isola. Infatti, strati di pietra scuri (segno di antiche colate laviche), si alternano a strati di pietre plutoniche, ossia di pietre spinte verso l’alto dalle sottostanti forze tettoniche. Tutto questo movimento, durato milioni di anni e unito alla forza del mare, ha prodotto le particolari scogliere nonché la serie di grotte che contraddistinguono questo tratto di costa. La visita procede lungo un percorso non difficile ma che necessita di scarpe adatte (non di certo gli infradito!) e visitiamo i forni di calce, che veniva prodotta qui ed utilizzata in tutte le isole, il porto d’imbarco del materiale e la grotta nera, un’enorme cavità situata proprio al di sotto di una colata lavica e contenente una piccola spiaggetta. Terminata la visita, ritorniamo di nuovo sulla strada per Pajara, giungendovi davvero in pochi minuti: la cittadina è molto carina, con dei bei giardinetti e una chiesa che vogliamo assolutamente visitare. Si tratta, infatti, della Chiesa di Nostra Signora de Regla (non de la Regla: sono stato redarguito da una gentil signora per averlo detto così), una costruzione del 1687 in stile tipico canario ma con un portale che racchiude una serie di decorazioni azteche

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