Ferrara dark

Una visita insolita alla città degli Estensi

Diario letto 6344 volte

  • di cappellaccio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Fino a 500 euro

Una fortezza nei cui oscuri sotterranei languiscono due giovani amanti in attesa che il boia mozzi le loro teste. Uno scienziato sull’orlo della dannazione, una dama selvaggiamente trucidata a colpi di mannaia, nobili picchiati a sangue o assassinati a tradimento, efferati delitti rimasti impuniti. È la trama di un romanzo gotico? No, è solo una diversa maniera di percepire la città degli Estensi, attraverso una narrazione che si intreccia inestricabilmente con monumenti e luoghi e che stuzzica la fantasia dei turisti di oggi come nei tempi andati stimolava l’immaginazione di drammaturghi e romanzieri. Non è infatti una coincidenza che Ferrara abbia goduto di tanta fortuna presso poeti e scrittori, fra i quali si possono menzionare Lope de Vega, Robert Browning, il celeberrimo Lord Byron o D’Annunzio. Brividi d’estate è una passeggiata guidata che fa rivivere il passato tramite un mosaico di vicende horror, avvenimenti realmente accaduti o leggendari legati a una chiesa, a un palazzo, a una torre, a un angolo di una via o a un’abitazione signorile, che vedono come protagonisti un ingegnere idraulico che stringe un patto con il Maligno, un giovanotto aristocratico dal comportamento provocatorio accecato a suon di frustate e rinchiuso nelle segrete del castello, una diva del bel canto alla corte degli Este scannata dal marito geloso, due innamorati sorpresi dal coniuge di lei, imprigionati e poi decapitati, un poeta ruffiano che agevola la relazione fra la duchessa di Ferrara e il marchese di Mantova ucciso in circostanze misteriose, una donna a bordo di una carrozza fantasma che si trascina dietro un corteo di spettri.

L’itinerario per scoprire il volto “nero” di Ferrara inizia in piazza Sacrati dove si erge la chiesa di S. Domenico, anticamente sede dell’Inquisizione, passa per Corso Ercole I d’Este - sul quale si affaccia oltre al più famoso Palazzo Diamanti anche la dimora dello sfortunato Giulio d’Este -, si sposta verso il Castello Estense nella cui Torre Marchesana furono decollati Ugo e Parisina, vira a sinistra in via Cairoli, su cui prospetta il Palazzo Trotti del Seminario proprietà dello sciagurato consorte di Anna Guarini, prosegue per via Savonarola fino al punto in cui fu accoltellato il letterato Ercole Strozzi e termina in Corso Giovecca, proprio accanto all’arco della Prospettiva, davanti alla casa-museo di Marfisa d’Este.

Allora, ci troviamo in piazza Sacrati. Sforziamoci di riandare con la mente indietro nel tempo fino al Settecento, quando esisteva la figura del giudice d’argine, un esperto incaricato di regolare le acque. Bartolomeo Chiozzi, detto il Chiozzino, era appunto uno di questi, dotato di straordinarie capacità e per questo sospettato di stregoneria, tanto che si credeva avesse stipulato un contratto con Satana, che gli aveva permesso di arricchirsi e avere tutto ciò che desiderava, compreso un cameriere infernale chiamato Fedele Magrino che gli procurava ogni cosa di cui avesse bisogno. Ma ad un certo momento dovette industriarsi per trovare il modo di beffare Belzebù e salvarsi l’anima. Come? Con un esorcismo che dovevano praticare i frati domenicani, incaricati del Santo Uffizio. Il Mago Chiozzino disse a Fedele Magrino: “Toh, ho dimenticato la tabacchiera a casa, me la vai a prendere?” e prima lentamente, per non far mangiare la foglia al suo servitore, poi con le ali ai piedi si diresse verso la chiesa di S. Domenico. Il suo domestico sembrò cascarci, ma poco dopo gli fu alle calcagna e nell’ultimo istante, mentre il Chiozzino stava per oltrepassare la soglia dell’edificio lo abbrancò, solo che toccando il suolo sacro riprese istantaneamente la sua forma originaria e per questo si può ancora vedere la zampata caprina del diavolo impressa sul sagrato della chiesa di S. Domenico di Ferrara a testimonianza di quell’evento. Il Chiozzino riuscì a liberarsi dalla presa e Fedele Magrino, sconfitto, fu espulso dall’Averno per aver fallito la sua missione.

Adesso ci muoviamo verso Corso Ercole I d’Este - spina dorsale dell’Addizione Erculea -, progettato alla fine del XV secolo per allacciare la città medievale a quella rinascimentale, su cui prospettano alcuni magnifici palazzi residenziali concepiti dall’architetto Biagio Rossetti, tra cui al n. 16 quello di Giulio d’Este, collegato a un scandalo avvenuto nel Cinquecento, che vide il coinvolgimento della famiglia ducale. Ma chi era don Giulio d’Este? Era lo scapestrato e avvenente fratellastro del duca Alfonso I, che aveva l’abitudine di scontrarsi per questioni futili con il ben più potente cardinale Ippolito I. Successe che gli screzi si trasformarono in un litigio violento per una rivalità amorosa, dato che l’alto prelato corteggiava una damigella di Lucrezia Borgia, Angela che tuttavia ebbe l’ardire di rifiutarlo, affermando di preferire gli occhi verdi di don Giulio al cardinale tutto intero. Come ritorsione l’ecclesiastico ordinò ai suoi scagnozzi di tendere un agguato al bel Giulio, a cui venne maciullato l’occhio destro. Da quel momento don Giulio cominciò a covare rancore e cercò la complicità di un altro fratello, don Ferrante, per sbarazzarsi di Ippolito e Alfonso. Infatti l’odio sfociò in una congiura che però fallì miseramente e significò la condanna a morte per squartamento per tutte le persone implicate, eccetto per don Ferrante e don Giulio, che furono relegati per il resto della propria esistenza nelle umide celle della torre dei Leoni, da dove solo don Giulio uscì vivo a ottantun anni, dopo cinquantatré di prigionia, grazie all’indulto a lui concesso da Alfonso II.

Ancora di tragedie ci parla la struttura quadrangolare del Castello Estense, una rocca costruita nel 1385 per volere di Nicolò II in seguito a una rivolta popolare conclusasi con il linciaggio di Tommaso da Tortona, ministro delle finanze del marchese estense. Ma la storia che ci interessa non è questa, bensì una di poco posteriore –risalente al 1425- quella degli infelici amanti Ugo e Parisina che furono scoperti, gettati nelle orrende gattabuie del castello e fatti giustiziare dal padre di lui e marito di lei, Nicolò III, quando capì che la giovane moglie lo tradiva con il suo stesso primogenito, figlio di una precedente relazione non santificata dal matrimonio con la nobildonna Stella de’ Tolomei

  • 6344 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social