In Etiopia per visitare la Valle dell'Omo

Il mondo è un libro e l'Etiopia è il primo capitolo

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  • di laurasergio
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Poi partiamo per il fish market di Awasa, sull'omonimo lago.

E’ un vero mercato a chilometro Zero: molte persone sono in attesa del ritorno delle barche con il frutto della nottata di pesca. Sono barche di legno, molto piccole, piatte che paiono affondare. Non è andata molto bene: una quantità di pesce pari ad un nostro sacchetto della spesa. Viene venduto alle donne che lo portano subito a cucinare e rivendere e guadagnarsi il “pesce” quotidiano.

Oltre agli adulti presenti e a qualche venditore di cianfrusaglie, vediamo bambini da soli che raccolgono l’acqua, pellicani e molti maribù; la luce del primo mattino è rasa, l'atmosfera suggestiva, i pochi stranieri pagano per entrare, 40 birr, circa 1,50 euro, una tassa che serve al boss di turno per guadagnarsi la propria pagnotta.

Riprendiamo la jeep, attraversiamo una città abbastanza pulita e frenetica al mattino presto. Siamo diretti ad Arba Minch: la strada è lunga, infinita, vi sono sempre persone e carretti trainati da asini e animali e i tipici bajaj, i tipici tricicli-taxi, che attraversano e incrociano continuamente la nostra traiettoria, condividendo con disinvoltura la strada con i camion-carretti-bus che avanzano senza riguardi; ed è uno slalom, come in una pista da sci affollatissima, dove devi stare attento a tutto e in ogni direzione.

Piano piano la vegetazione diventa più verde, ci stiamo abbassando di altitudine e si moltiplicano banani, mango e alberi ad alto fusto. Accanto ai laghi della Rift Valley alcuni appezzamenti di terra sono coltivati; i villaggi di misere capanne si susseguono. Siamo un po’ stanchi di stare in auto, sogniamo i possibili trek delle Simien Mountains dove invece si potrebbe camminare parecchio.

Finalmente arriviamo a destinazione. Arba Minch: una città divisa in due grandi quartieri abbastanza distanti tra loro. Ci appare come una piccola tipica città africana, sporca, polverosa piena di gente che ci sembra molto povera ma dignitosa nelle scarpe rotte se le hanno e nei vestiti logori; una città con piccole capanne-casa-negozio insieme, polvere, case moderne in costruzione mai completate con impalcature da brivido e tante chiese di diversi orientamenti religiosi.

Sostiamo per pranzo in un bel giardino, non prima di essere sottoposti ad un controllo anti bombe (!), abbiamo mangiato un piatto di carne e un fish-goulash strepitoso. Un cordiale saluto coi complimenti alle numerose cuoche, felici della nostra visita nell’ampia cucina. Il prezzo di 400 birr modesto, ci è parso però spropositato, ma non conosciamo ancora i prezzi medi dei cibi locali in luoghi turistici.

Finalmente, prendiamo possesso della bel bungalow al bellissimo Paradise Lodge. Un luogo meraviglioso, in perfetto stile africano di lusso, con panorama sul National Park e sui laghi Abaya e Chamo, divisi dal monte God’s Bridge. L’acqua in bagno però non arriva, usiamo le docce esterne della piscina e verso le 5 usciamo sulla strada a curiosare.

Ci imbuchiamo in una chiesa-tendone da dove sentiamo provenire dei canti: stanno facendo le prove per la cerimonia di questa sera; veniamo ben accolti da persone molto gentili, riusciamo a fare amicizia, confrontandoci su temi cristiani.

Subito fuori dal portone, un locale in lamiera dove si gioca a dama, una tavola grezza con i riquadri colorati alla bell’e meglio e per pedine dei tappi di bottiglia. Le regole sono ovviamente etiopi: si può catturare anche indietro, la dama può mangiare il damone, ma il damone si muove come un alfiere degli scacchi.

Guardiamo e ci facciamo spiegare, infine mi propongono una sfida. Probabilmente mi fanno sfidare il più scrauso, perché riesco a vincere suscitando gli applausi di tutto il gruppo. La rivincita è invece una sonora sconfitta, ma è stato molto divertente, con regole così diverse e difficili. La dama è un vecchio tappo di bottiglia, il damone due tappi sovrapposti. Ci salutiamo cordialmente, un ciao, una stretta di mano e le spalle che si toccano, il loro modo di salutarsi.

Torniamo al lodge con il bajaj, il buio è calato improvvisamente, il cielo è nero, la città è scarsamente illuminata: una tazza di tè e poi in camera, sul baldacchino con zanzariera, fine serata con luna nascente che riflette i suoi raggi rossi sul Lago Abaya e Laura affettuosa

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