Tour in Eritrea

Un viaggio tra Asmara, Massaua, la valle dei Sicomori...

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  • di mononeurone
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 2000 a 3000 euro

Un pezzo di Africa atipica, dove a volte sembra di essere a casa, colorata, vivace, affascinante.

Non ho mai avuto un interesse particolare per la storia coloniale italiana e quindi una conoscenza di essa, esclusa una infarinatura generale ricordo di scuola o acquisita dalla televisione. Il termine stesso “colonialismo” mi è simpatico come una visita dal proctologo. Mi sono accostato a questo viaggio senza un particolare interesse sull’argomento, senza letture o preparazione, solo con una minima curiosità di fondo, pensando che fosse un aspetto marginale, secondario rispetto alle “mitiche “ Dahlak, ai mercati di Cheren o al fascino dell’Africa in generale. Mi sbagliavo.

L’italianità in Eritrea è una presenza netta, palpabile, decisa e sorprendente. Impossibile da ignorare, ti circonda, in modo tangibile e netto e piano piano ti appassiona, rendendo alla fine imprescindibile, nel viaggio in questa parte del corno d’Africa, il rapporto con la nostra propria italica storia.

Sembra un po’ di viaggiare nel tempo, oltre che nello spazio e rivedere un Italia passata, della quale io, classe 63, qualcosa ricordo (purtroppo), ad esempio le scranne del barbiere, simili a quelle dove sedevo ragazzino quando la mamma mi obbligava al taglio dei capelli che, porca paletta, avevo! Le automobili Fiat datate, le locandine, gli accessori anni 50/60/70 presenti un po’ ovunque. Per fortuna i treni a vapore sono un’anticaglia anche per me, così come le scritte e gli edifici coloniali modello ventennio, ma l’edificio del cinema Impero è assolutamente somigliante come struttura ed architettura al cinema Italia del mio paese d’origine.

Esco dall’Hotel ad Asmara per una piccola passeggiata prima della partenza per le Dalhak e in un attimo sono in Via Bologna, davanti ad un piccolo emporio con in vetrina una bella pila di panettoni, marca “Asmara” in bella vista. Passo vicino alla ferramenta, alla farmacia, al barbiere. Insegne in italiano attigue ad incomprensibili diciture in tigrino, scritte nell’elegante alfabeto ge’ez.

Sono leggermente straniato.

L’Italia esce prepotente parlando con le persone, in italiano, spesso anche ottimo. Gente cordiale, espansiva, che ti ferma per strada, nelle pasticcerie, nei caffé, contenta di scambiare quattro chiacchiere con degli stranieri, meglio se italiani. Non solo anziani, memori di tempi lontani, mitico il ferroviere della stazione d’ Asmara, ma anche giovani, figli o nipoti di chi c’era al tempo dei coloni. I giovanissimi invece sono più propensi all’inglese, almeno quelli che studiano.

E si parla di quando c’erano gli aranceti, si lavorava nella fabbrica di questo o di quest’altro, si producevano i tali prodotti. Citano esempi, nomi di persone la cui provenienza era Milano, Napoli, Roma, Trieste.

Raccontano con orgoglio, volevo scrivere quasi ma sarebbe errato, di tutto ciò che c’era e si faceva, quando c’erano gli “italiani”. Ma ora? Gli occhi s’abbassano leggermente i visi si adombrano. Ora gli aranceti non ci sono più, i negozi sono chiusi, le fabbriche pressoché tutte ferme. Gli “italiani” quasi tutti via. A bassa voce esce il vocabolo: “Nazionalizzazione”. Traspare una fortissima nostalgia. Tutto ciò stride con la consapevolezza e la conoscenza dei crimini compiuti dai nostri compatrioti di allora nella vicina Abissinia. Stride con le leggi razziali, non solo quelle verso gli ebrei in patria, ma proprio quelle segregazioniste promulgate negli anni del fascismo per gli abitanti di colore delle colonie. Ho scoperto al ritorno, ricercando sia fra libri che sul web che sono state copiate ed usate come spunto per il modello legislativo dell’aparthaid nella repubblica Sudafricana

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