Watamu: la nostra esperienza

Siamo partiti io e mio marito (25 anni io, 30 lui) il 29/03 da Milano Malpensa (noi siamo calabresi) volo jetlink compagnia aerea icelandair alla volta di Mombasa, 10 ore di viaggio per raggiungere quel posto tanto desiderato, tanto ricercato, tanto voluto. Ci aspettavano due settimane di vacanze a Watamu, hotel Aquarius. Grazie a questo sito e...
Scritto da: cat-2
watamu: la nostra esperienza
Partenza il: 29/03/2005
Ritorno il: 14/04/2005
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 2000 €

Siamo partiti io e mio marito (25 anni io, 30 lui) il 29/03 da Milano Malpensa (noi siamo calabresi) volo jetlink compagnia aerea icelandair alla volta di Mombasa, 10 ore di viaggio per raggiungere quel posto tanto desiderato, tanto ricercato, tanto voluto.

Ci aspettavano due settimane di vacanze a Watamu, hotel Aquarius.

Grazie a questo sito e a tantissime altre ricerche su internet abbiamo potuto renderci conto di quello che ci si poteva aspettare ma era niente a confronto delle sensazioni e delle emozioni che si accavallano e si intrecciano già da quando scendi dall’aereo ed entri nell’area aeroportuale: mancanza assoluta di aria condizionata (10 ore prima morivamo di freddo), un unico nastro per i bagagli, la gente del posto che si accalca fuori, tutti che ti chiamano, un caldo opprimente, odori stranissimi che ti riportano alla mente un non so che di lontano: usciamo fuori e ci facciamo assalire da quella marea umana e a fatica riusciamo a salire sul pulmino che ci porterà a Watamu.

La strada che porta da Mombasa a Watamu è abbastanza lunga per farti subito abituare al posto in cui vivrai per le prossime due settimane, la prima sensazione è POVERTA’, ovunque ti giri tanta POVERTA’. Subito mi sento in colpa perché io in quel paese vado per divertirmi, per rilassarmi, ma in seguito mi renderò conto che sono aspetti della vacanza che passano in secondo piano.

Nonostante la stanchezza non sono riuscita a chiudere occhio perché i colori ti accecano: il rosso della terra, il verde della vegetazione, il marrone delle abitazioni, i mille colori degli abiti delle donne che vanno a prendere l’acqua, sembra di essere catapultati in una civiltà lontana secoli; un modo di vivere che ci raccontavano i nostri nonni e che ogni volta diciamo “per fortuna noi viviamo nella comodità, nel benessere”.

Arrivati all’Aquarius, salutati da un cocktail di benvenuto, andiamo subito alla scoperta del nostro villaggio. Pensavamo fosse più grande, il blocco delle camere è tutto raccolto intorno alla piscina; l’arredamento è in stile locale, le camere sono abbastanza grandi da ospitare un comodissimo lettone (a 3 piazze) a baldacchino, e un bagno abbastanza funzionale. Ovviamente non bisogna aspettarsi l’albergo a 5 stelle europeo, comunque per due settimane non abbiamo avuto problemi: la pulizia è stata soddisfacente, la cucina ottima, il personale gentilissimo e disponibile.

Appena sistemati abbiamo fatto l’incontro con l’assistente Karambola che ci ha proposto tutte le varie escursioni, abbiamo deciso di non prenotarne alcuna perché volevamo vedere le proposte dei beach boys così usciti fuori dal cancello dell’Aquarius siamo stati investiti da una decina di beach boys e dalle loro proposte, abbiamo così deciso di prenotare con loro: due giorni allo Tsavo Est + safari blu + gita a Malindi 180€. Non so se si è rivelata una scelta molto vantaggiosa: il safari è stato certamente una esperienza indimenticabile ma il safari blu e la gita a Malindi sono stati abbastanza discutibili.

Cominciamo dal safari: siamo partiti prestissimo destinazione Tsavo East, abbiamo viaggiato circa per tre ore e siamo arrivati a una delle entrate. Non credo fosse una delle entrate principali perché per diversi chilometri non abbiamo incontrato anima viva tant’è che eravamo tutti un pò scoraggiati. Nei resoconti che ho letto su questo sito molti affermavano che appena entrati si sono sentiti come catapultati in un documentario per la varietà di animali che hanno incontrato, per me da questo punto di vista è stata una delusione perché per chilometri non abbiamo avvistato nulla se non qualche timido dick-dick e un branco di babbuini. Si è fatta subito l’ora di pranzo e ci siamo recati al campo tendato Ndololo per lasciare gli zaini e pranzare. Il campo è sicuramente spartano anche se è abbastanza caratteristico, le tende sono abbastanza spaziose dotate di due lettini singoli e di un bagno con doccia; abbiamo pranzato ma la qualità del cibo non era molto buona; la cosa simpatica è stata che durante il pranzo decine di scimmiette sono venute a farci visita, so che non è una cosa molto corretta ma tutti quanti le abbiamo fatte avvicinare offrendogli del pane e dandogli talmente tanta confidenza che alla fine si sono impossessate delle nostre macedonie praticamente sfrattandoci: comunque è stato molto divertente.

Siamo tornati alle tende per riposare un paio d’ore ma la cosa si è rivelata impossibile perché faceva veramente molto caldo, così siamo rimasti fuori a giocare con le scimmiette e con un pacco di pavesini, abbiamo notato la loro incredibile furbizia e per la prima volta io ho visto la mamma scimmia con il piccolo aggrappato sotto la pancia, per me è stata una cosa molto emozionante ed è un’immagine talmente tenera che è difficile da dimenticare.

Verso le quattro del pomeriggio siamo ripartiti per il safari, le mie preghiere sono state parzialmente esaudite perché abbiamo visto un gran numero di volatili, struzzi, antilopi, dick-dick, babbuini, coccodrilli ed elefanti. Ma niente felini, niente giraffe, niente zebre, niente ippopotami. Rientrati al campo abbiamo notato che le zip di apertura della nostra tenda erano state manomesse, un po inquietati siamo entrati a controllare che non mancasse nulla ma la sorpresa è stata un’altra: probabilmente appena usciti le scimmiette si sono ricordate dei nostri pavesini così sono entrate a frugare ma non avendoli trovati hanno lasciato un sacco di ricordini in giro per la tenda, hanno aperto il tubetto del dentifricio, il barattolino dello shampoo, hanno giocato con la carta igienica e hanno lasciato numerose impronte sullo specchio del bagno: adesso abbiamo capito perché si dice “scimmietta dispettosa”! La sera dopo cena ci hanno radunati tutti intorno a un grande fuoco e un masai ci ha raccontato dei loro usi e delle loro tradizioni: sono sincera non è un popolo che mi sta molto simpatico, praticamente gli uomini non fanno nulla tranne che portare le bestie al pascolo e riprodursi con le loro numerose mogli. Tutti i doveri incombono sulle loro povere mogli, trattate peggio delle bestie perché vengono sottoposte da piccole all’infibulazione (una pratica mostruosa), comprate poi a 15 anni per 10 mucche, costrette a costruire la casa coniugale e nel frattempo a vivere con la suocera, una volta costruita la casa ci va a vivere da sola perché il marito si presenta soltanto per soddisfare i suoi bisogni sessuali e una volta rimasta incinta viene eliminata dal circolo per proseguire la gravidanza e crescere i bambini. Per noi occidentali è semplicemente assurdo ma per loro è normale e per questo vanno rispettati, perché anche loro credono che il nostro modo di vivere sia assurdo (e forse per certi aspetti lo è).



    Commenti

    Lascia un commento

    Africa: leggi gli altri diari di viaggio