Viaggio on the Road da Chicago a Los Angeles nell’America vera

Per fare la Route 66 forse ci vogliono 66 giorni
 
Partenza il: 09/08/2014
Ritorno il: 31/08/2014
Viaggiatori: 10
Spesa: 3000 €

Un due tre, via! Improvvisamente il 9 agosto diventa il giorno in cui si fa il viaggio che “è” il viaggio, su cui hanno scritto montagne di parole, che ti fa venire in mente drugstore, bandana e Harley Davidson, dove i cieli sono enormi e la terra infinita, dove credi che troverai lo spazio, perché è un po’ che le tue giornate ti stanno strette.

Siamo 10 e siamo carichi a buco, ci conosciamo poco, quasi niente, passiamo il volo intercontinentale ad annusarci, a cercare di capire se ce l’hanno tutti quell’odore lì, di ricerca di libertà e di silenzio ma anche di Eddie Vedder sparato a tutto volume dall’autoradio, che sono anni che cerchi un percorso che ha bisogno proprio di quella colonna sonora.

Arrivati a Chicago quasi a notte fonda, dopo una serie di scali che farebbero perdere la pazienza ad un monaco tibetano, inizia la spasmodica ricerca di cibo; ma perché alle 23 in una delle città più tentacolari degli USA, non si riesce a trovare un hamburger? Chiede uno stanco viaggiatore con un principio di idrofobia e gli occhi iniettati di sangue come il lupo alla ricerca del coniglio da squartare.

Si palesa sin dal principio all’allegro gruppetto, una delle realtà con cui dovranno fare i conti per tutto il resto del percorso: l’americano medio mangia come un bufalo, ma lo fa rigorosamente prima delle 21, perché la digestione richiede un numero di ore spropositato.

Riempita in qualche modo la pancia con le patatine fritte più unte della storia e dopo una notte passata a rotolarsi nel piumino nella speranza di far scendere i carboidrati almeno sotto il livello dello sterno – ma non così in basso da depositarsi direttamente sui fianchi – siamo pronti ad affrontare le 2 ore di mezzi di fortuna che separano il centro della città dal nostro motel, che solo in quell’istante scopriamo trovarsi in Canada, visto il tempo che ci vuole per trovare una parvenza di comunità abitata.

E allora dritti al Fagiolone, come immediatamente viene ribattezzato Cloud Gate, e lì iniziano le estenuanti sedute fotografiche che saranno un’imbarazzante costante del viaggio: foto del fagiolo di fronte, di fianco, dal basso, da sopra, da sotto, da vicino, da lontano, sdraiati su un fianco, dal pertugio di un albero del parco, con i grattacieli, senza i grattacieli, fingendosi tristi, facendo il muso, col sorriso delle migliori occasioni, ammiccanti, burberi, con le scarpe, senza scarpe, dall’alto che smagrisce, con selfie tattici che nascondono l’occhiaia, per mano ad una guardia, spalmati sull’asfalto e santoddio se si continua così facciamo notte.

Rifocillati con l’hot dog più costoso e minuscolo che il genere umano abbia mai sperimentato ed assunta la consapevolezza che il poco tempo rimasto alla giornata non basterà neppure a capire che direzione prendere per visitare la città, la grande ideona: gita in barca sul fiume, che solo dopo mille elucubrazioni mentali, sortite furtive su wikipedia e almeno 10 molestie di abitanti, scopriamo chiamarsi Chicago, perché degli americani si può dire tutto, ma di sicuro sono originali.

Dopo avere imparato dalla arcigna guida microfonata e più monotona di un cucù i nomi di tutti i 4652 grattacieli lambiti durante il percorso, nomi dimenticati prima ancora dello sbarco, si parte alla ricerca del cartello Route 66 begin, che scopriamo piccolo piccolo, quasi nascosto in mezzo allo smog, un po’ sbrecciato nel suo anonimo bianco – beige annerito dagli scarichi ma ciò non ci impedisce di fotografarlo come fosse la Madonna appena scesa sulla terra a salvare tutti noi.

E allora si vada a ritirare le auto, perché quando si vede quel cartello lì, ti assale la sbrusia di guidare; le contrattazioni con l’autonoleggio e con un’impiegata gustosa come la puzza richiedono dalle 2 alle 4 ore intervallate da insulti in italiano, tentativi di seduzione, sorrisi ebeti, sventolamento di carte di credito rubate, capricci infantili, broncopolmoniti acute (gli uffici della Alamo hanno la temperatura costante di Capo Nord), minacce a mano armata e querele per truffa.

Tutto per avere auto con almeno 4 ruote e uno sconto di un dollaro e cinquanta, immediatamente spesi per l’acquisto della tachipirina per abbassare la febbre che la contrattazione sul pak del circolo polare artico ha provocato ad almeno 7 viaggiatori su 10.

Al mattino, caricati i bagagli, sistemati in abitacolo i bicchieroni di caffè con cannuccia rossa, consultate 16 carte stradali, frequentato un corso per corrispondenza sul corretto uso del navigatore, finalmente si parte.

La Route 66 dovrebbe essere proprio lì a due passi, ma per avere qualche indicazione utile è necessario percorrere una quantità industriale di nodi autostradali ed infilarsi, dopo essersi ovviamente persi in una foresta, nella casa di un boscaiolo che possiede 2 figli obesi che si strafogano sandwiches, un numero sconosciuto di cani feroci, teste di capriolo appese alle pareti e un tv al plasma grande come lo schermo di un multisala.

Non ci capiamo nulla, è ovvio, ma in modo del tutto casuale, vagando a casaccio sulle strade ci troviamo davanti una specie di astronauta in cartapesta verde alto sei metri e kitsch da paura: è ufficiale, siamo sulla Route 66; ed eccolo, poco avanti, il primo drugstore infestato da Harleysti, il Polk-a-Dot Drive in, strapieno di cimeli anni 60, juke box, Elvis e Marylin che ammiccano dalla parete del bagno, piastrelle bianco e turchese e finalmente hamburger e patatine, che ancora non lo sappiamo, ma di lì a poco diventeranno il nostro peggior incubo.

Con la consapevolezza di avere iniziato l’avventura, comincia davvero il nostro grande viaggio, con un sole splendente in un cielo pulitissimo, campi di grano a perdita d’occhio, i cartelli Route 66 Illinois che ci indicano il percorso da seguire e che quando li troviamo ci fanno urlare di gioia, l’autoradio che spara fuori solo musica anni 70 e 80, chissà perché, e allora ci possiamo rilassare, la tensione della grande auto sconosciuta, dello spaventoso cambio automatico e del “piede sinistro che te lo devi tagliare, [email protected]@@o” lascia spazio a 20 occhi curiosi e affascinati, c’è tutto il tempo per conoscersi adesso, per raccontarci di quella volta che qualcuno ha perso l’aereo, dei viaggi che abbiamo fatto e di quelli che faremo e per raccontarci anche quello che stiamo facendo perché già ci sembra un mito che non dimenticheremo.

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SIESTA

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STRADE

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CANYONLANDS

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MONUMENT VALLEY

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CADILLAC RANCH



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