Viaggio in Georgia, fra antiche tradizioni e sapori autentici

Alla fine del mio viaggio in Armenia insieme al mio amico Timur lo scorso giugno, ci siamo promessi di rivederci a settembre per continuare il nostro tour del Caucaso, con destinazione Georgia.
Il mio primo contatto, anche se indiretto, con questa piccola repubblica era stato quasi dieci anni fa, quando, in viaggio in Lituania, ho provato per la prima volta un ristorante georgiano. La loro cucina così diversa dalla nostra e con sapori mai provati prima mi ha colpito tantissimo, e nel 2022 ha aperto a Milano il DedasPuri, che è diventato il mio ristorante preferito in città. Informandomi sulla Georgia, ho presto capito che in un territorio limitato si trova di tutto: mare, montagne che vanno oltre i 5000 metri, dolci colline con una notevole produzione vinicola, e persino un’area desertica. La destinazione perfetta per un road trip completo!
Tre sono le compagnie che collegano Milano alla Georgia: Georgian Airways, la compagnia di bandiera che va da Bergamo alla capitale Tbilisi, Wizz Air, la low cost ungherese che da Malpensa raggiunge Kutaisi, seconda città del Paese, ed easyJet, che sempre da Malpensa arriva alla capitale georgiana. Ho scelto easyJet per via degli orari più comodi, pagando poco più di 300 euro per andata e ritorno con inclusi zaino e bagaglio a mano. Per girare la Georgia mi sono affidato a Rentmotors, una compagnia di autonoleggio locale con ufficio nel terminal con cui ho prenotato una Hyundai Creta. Vista la qualità carente delle strade georgiane, un SUV è stato la scelta giusta… anche se, per motivi che elencherò successivamente, consiglierei di affidarsi alle compagnie internazionali più conosciute. Per guidare in Georgia è necessario di munirsi della patente internazionale modello Convenzione di Ginevra con validità di un anno, che ho potuto richiedere in scuola guida.
Delle tre repubbliche caucasiche, la Georgia è di gran lunga la più attrezzata per il turismo, essendo una popolare destinazione per russi, turchi e israeliani. Trovare luoghi dove alloggiare è stato facile, la scelta è ampia in tutto il Paese e i prezzi sono molto contenuti per gli standard italiani.
Bisogna puntualizzare che il 20% del territorio della Georgia è, al momento, occupato dalla Russia. L’Abcasia, nella parte nord-occidentale del Paese, si è dichiarata indipendente con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. I georgiani che risiedevano nel territorio sono perlopiù stati espulsi, e oggi rimangono poco più di 200.000 abitanti. L’Ossezia del Sud, nella parte centro-settentrionale, che conta 50.000 anime, è stata creata in seguito all’invasione russa della Georgia nel 2008. Fino a prima della pandemia era facile entrare in Abcasia dalla Georgia ottenendo un visto di alcuni giorni, e sicuramente sarebbe stata un’eccellente meta per fare urbex (tantissimi, soprattutto nella parte orientale, sono i villaggi abbandonati dai georgiani). Timur ci era stato in vacanza da piccolo con la famiglia arrivando in auto dalla Russia, oggi unico modo sicuro per entrarvi, azione però considerata illegale dalle autorità georgiane, che, stando a quanto ho letto online negli ultimi cinque anni, non consentono più facilmente di varcare il confine interno. L’Ossezia del Sud è invece solo accessibile via terra dalla Russia.
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Consigli generali e curiosità utili sulla Georgia
- La Georgia ha uno sviluppato settore del turismo ed è facilmente visitabile in autonomia. Il russo e l’inglese sono molto diffusi anche fuori dalla capitale. Ci siamo sentiti al sicuro in tutto il Paese.
- L’inizio e la fine dell’estate sono i momenti ideali per visitare la Georgia. Il clima è mediamente mite in tutto il territorio, con temperature più alte nella parte orientale. Sarà necessario mettere in valigia almeno un maglione per visitare le zone montuose.
- Guidare in Georgia può risultare difficile per chi non ha molta esperienza. Le strade sono spesso di qualità carente, e il georgiano medio ha uno stile di guida che potremmo definire pazzerello. Frequenti sono i sorpassi azzardati. I parcheggi a pagamento sono pressoché inesistenti, l’auto si lascia dove capita. È fondamentale munirsi della patente di guida internazionale modello Convenzione di Ginevra con validità di un anno.
- I limiti di velocità hanno una tolleranza di 7 km/h. Molti sono gli autovelox, in particolar modo i tutor che calcolano la velocità media situati all’inizio e alla fine dei villaggi, anche se ci è stato riferito che sono quasi tutti spenti o fuori uso (e lo conferma il fatto che molti georgiani non rispettino alcun limite).
- La cucina georgiana merita un capitolo a parte. Il loro utilizzo di spezie sconosciute altrove, come il fieno greco blu, rende i sapori delle loro pietanze completamente inediti alle nostre papille gustative. Sono assolutamente da provare i khinkali (enormi ravioli ripieni da mangiare morsicando un lato, bevendo il brodo in essi contenuto e poi consumando il resto escluso il “picciolo”, che rimane pressoché crudo), i vari tipi di khachapuri e altre focacce ripiene come il kubdari di carne suina, gli pkhali e l’ojakhuri. Vegetariani e vegani troveranno moltissima scelta.
- Per questo viaggio ho speso un totale di €1259,24, suddivisi in: €311,94 per il volo, €399,43 per autonoleggio, assicurazione e rifornimenti, €242,77 in alloggi, €220,50 in cibo, e €84,60 in altre spese quali souvenir, ingressi e taxi. Ho mantenuto una media di cento euro al giorno senza privarmi di nulla: tutti i pasti fuori, alloggi di livello medio e auto idonea ad affrontare strade dissestate.
Diario di viaggio in Georgia
1º giorno – Arrivo a Tbilisi
Sono partito in auto da Crema per raggiungere il terminal 2 dell’aeroporto di Malpensa, da dove sarebbe partito il mio volo delle 16, fortunatamente in tempo. Sono atterrato a Tbilisi alle 22 ora locale, con due ore di differenza rispetto all’Italia. All’arrivo, superati i controlli, mi attendeva Andro, il gioviale proprietario degli Unique Apartments dove avrei alloggiato per le mie due notti di permanenza nella capitale georgiana. Insieme a lui ho cambiato circa €300 in lari (al momento del mio viaggio un euro valeva poco più di tre lari). In Georgia, specialmente fuori dalle tre città principali, si paga praticamente tutto in contanti. Ho poi comprato una SIM con internet illimitato, anche se la scelta della compagnia, Cellfie, non è stata la migliore. Scoprirò dopo che si tratta di una compagnia russa che non ha una copertura eccellente, ma nei momenti di connessione carente ho comunque potuto usare l’hotspot di Timur, che ha preso una e-SIM.
In una ventina di minuti, a bordo dell’auto di Andro ho raggiunto l’appartamento, molto carino e ristrutturato di recente. Dopo essermi sistemato, all’alba della mezzanotte sono uscito per trovare un ristorante per la cena. Fortunatamente, come in Armenia, molti ristoranti nella capitale restano aperti fino alle 2 di notte. La scelta è ricaduta su Sofia Melnikova’s Fantastic Douqan un grazioso ristorante con tavoli all’aperto in un cortile interno, dove ho preso pkhali assortiti (delle polpette vegane fatte con verdure varie – nel mio caso una di olive, una di spinaci e una di barbabietola – con spezie georgiane) e chakhokhbili (uno stufato di pollo e pomodoro).
2º giorno – In lungo e in largo per Tbilisi
Dopo essermi svegliato con calma, per prima cosa sono andato a visitare il Museo nazionale georgiano, a una quindicina di minuti a piedi dal mio appartamento. La visita ha un prezzo piuttosto alto (40 lari!), poco giustificato dato che la mostra è ancora in gran parte in allestimento, e sono aperte solo la sala del tesoro, la mostra sulla preistoria, la sezione sulla storia naturale, e un’interessante esposizione sull’occupazione sovietica. Il rapporto dei georgiani con gli ex padroni russi è, poco sorprendentemente, per nulla roseo. Tuttavia, in seguito a delle elezioni da molti contestate, è andato al governo il Georgian Dream, partito che una decina di anni fa era promettente ma che ha sicuramente ricevuto molti finanziamenti da oltre il Caucaso e che ha adottato di recente politiche filorusse malviste dal popolo. Le proteste davanti al governo sono all’ordine del giorno, e a volte raggiungono anche scontri che la polizia ha represso con violenza. Nonostante ciò, gli unici cartelloni politici che si vedono in tutta Tbilisi – sempre piazzati bene in alto in modo tale che nessuno possa sfigurarli – sono quelli di un politico del Georgian Dream che fa uso di fin troppo botox.
Dopo la mia visita al museo, mi sono incamminato verso l’appartamento in attesa di Timur, che arrivava in autobus dall’Armenia. Ho acquistato una bandierina georgiana per la mia collezione, che mi ha fruttato uno sconto offerto dalla signora che vendeva spremuta fresca di melograno, commossa dall’apprezzamento di un occidentale per il suo Paese.
Timur già conosceva Tbilisi. Ci era stato varie volte perché ci vive un’amica d’infanzia, e anche perché è qui che deve rinnovare il permesso di soggiorno per l’Armenia, avendo lui la sola cittadinanza russa. Ci siamo incamminati verso il centro storico, passando davanti al grottesco Teatro Gabriadze ed entrando quindi nella Cattedrale Sioni. Le chiese georgiane, che seguono il rito ortodosso, sono molto particolari: dall’esterno sembrano chiese armene, con tanto di pianta quadrata e torre circolare, mentre all’interno sembra di stare in una chiesa russa, con le pareti bianche ricoperte da icone (rispetto agli armeni che invece preferiscono gli affreschi).
Attraversato il fiume Kura che taglia in due la città, abbiamo raggiunto prima la Chiesa della Natività della Madre di Dio di Mekheti in posizione panoramica su un’altura, e poi il capolinea della funicolare che per pochi lari porta in cima alla fortezza Narikala. In alto c’è poco da fare, se non godersi la vista: il forte è al momento in restauro. Da qui si può capire che Tbilisi è proprio un saliscendi: la città è densamente costruita su varie alture e si estende a perdita d’occhio. Circa un terzo di tutti i georgiani vive qui. Tornati giù, schivando i vari operatori che ci proponevano insistentemente gite in battello sul fiume, ci siamo inerpicati su per il quartiere popolare di Avlabari, brulicante di attività e di persone indaffarate nelle loro faccende quotidiane. In una piccola tavola calda abbiamo preso due kompot, mia droga nei Paesi dell’est: trattasi di acqua di frutta bollita con zucchero, una sorta di sangria senz’alcol. L’ultima visita del giorno è riservata alla svettante Cattedrale della Santissima Trinità, tenuta fin troppo bene rispetto al quartiere quasi fatiscente su cui domina.
Sempre a piedi, siamo tornati a valle per raggiungere il ristorante scelto per la cena: Honoré, con specialità fegatini di pollo alle prugne. Un piatto non esattamente georgiano, ma davvero particolare. Certo, per apprezzarlo ti devono piacere in primis il fegato, e poi il contrasto con il dolce quasi stucchevole della composta di prugne. Timur si è accontentato di una grigliata di maiale troppo secca per i gusti di chiunque. Il conto al ristorante in Georgia non è mai spropositato: le porzioni tendono a essere grandi, e anche con molta fame ci si sazia spendendo fra i 10 e i 20 euro.
3º giorno – Tbilisi e le steppe dell’est
Ci siamo svegliati con una bellissima giornata di sole e abbiamo dedicato la mattina all’esplorazione del quartiere vecchio di Tbilisi. Qui i bagni termali sulfurei avrebbero sicuramente meritato almeno una mezza giornata di relax (sono infatti profondamente pentito di non aver prenotato due settimane piene in Georgia, che sicuramente meritava qualche attività e visita in più). Le terme sono comunque molto sceniche anche da fuori, con la loro architettura distintamente ottomana. La parte più interessante della città vecchia è il quartiere ebraico, che si sviluppa intorno a Jerusalem Street. Dopo una visita alla Grande Sinagoga di fine XIX secolo ci siamo fermati a mangiare al ristorante Sakhlis Gemo con pkhali di piselli e shaksuka, più il khachapuri (una sorta di focaccia georgiana ripiena di formaggio) che ci ha fatto assaggiare la coppia israeliana al tavolo accanto con cui abbiamo conversato piacevolmente. Ultima tappa a Tbilisi è stato il settecentesco Palazzo della regina Darejan, che con la sua terrazza in stile georgiano offre bellissime vedute sul centro.
Abbiamo quindi chiamato un taxi per farci portare in aeroporto. Al terminal degli arrivi ci aspettava l’ufficio della Rentmotors, compagnia con cui avevamo prenotato una Hyundai Creta per esplorare la Georgia. Quando ci è stata mostrata la macchina, ho avuto un attimo di panico: mancavano sensori e monitor! Non avendo mai guidato un’auto senza queste comodità, ho chiesto se fosse possibile, anche previa pagamento di un extra, avere un’auto più recente di questa (che era del 2010). Risposta negativa: tutte le loro auto erano così. Dopo essere riuscito a connettere il bluetooth schisciando tasti a caso (avevamo la playlist su Spotify pronta), ho provato a tenere l’iPhone sul cruscotto e a guardare le strade da lì. Il telefono si ribaltava a ogni (frequente) dissestamento della strada, ma fortunatamente arriverà a fine vacanza intatto, e presto mi sono abituato a questa scomoda condizione. Da qui la lezione, d’ora in poi, di prenotare auto solo ed esclusivamente con le grandi compagnie internazionali. Costeranno qualcosa in più, ma almeno mi danno la certezza di avere certi comfort per me fondamentali.
Poco più di un’ora di viaggio verso est attraverso prima l’anonima periferia di Tbilisi, poi colline brulle e infine la steppa ci ha portato all’isolato Monastero di David Gareia (e quando disco isolato, intendo che dalla capitale a qui abbiamo attraversato un solo villaggio). Siamo a pochi metri dal confine con l’Azerbaigian. Il complesso, parzialmente scavato nella roccia, risale al VI secolo ed è ancora in attività. Dal monastero si gode anche di una bellissima vista sulle variopinte formazioni rocciose circostanti. Seguendo in auto il confine per una decina di minuti verso ovest abbiamo imboccato una strada sterrata e abbiamo parcheggiato per iniziare il cammino di circa due chilometri verso l’impronunciabile Monastero di Natlismtsemeli. Un gruppo di viaggiatori israeliani a bordo di un fuoristrada ci ha offerto un passaggio, ma abbiamo preferito camminare. Siamo anche stati fermati da dei militari georgiani che temevano ci stessimo dirigendo illegalmente in Azerbaigian a piedi, malinteso risolto da Timur che, in russo, ha spiegato la nostra reale intenzione. In prossimità del monastero un cartello avvisa: “Un bravo cane vi attende nel cortile”. Insieme a lui, una decina di gatti e l’unico monaco residente, uomo di poche parole che ci ha fornito le coperture per le gambe (nelle chiese georgiane non si entra in pantaloncini: all’esterno spesso si trova un cesto con dei gonnelloni da usare) e ci ha mostrato la buia chiesa affrescata. C’è anche la possibilità di salire alla parte più alta del complesso e seguire il crinale della collina fino ad arrivare a una torre circolare, godendo di una vista del territorio circostante a 360 gradi. L’unico suono percepito è quello del vento sull’erba secca: una sensazione di estrema pace che invita alla riflessione.
Fatto ritorno alla nostra auto a piedi con un bellissimo tramonto, ci siamo fermati a Udabno (l’unico centro abitato della zona) per cenare al ristorante Ushba con kubdari (focaccia ripiena di carne di maiale e spezie), khinkali (ravioloni georgiani dai ripieni assortiti, il più comune di carne) e sottaceti fra cui dei peperoncini piccanti che mi hanno procurato un’ustione di terzo grado. Il tutto per 25 lari a testa. Ultima destinazione del giorno è la guesthouse Shateau nel paese di Manavi, nostra sistemazione per la notte, ricavata dal piano superiore dell’abitazione tradizionale di una famiglia contadina e dotata di tre ampie stanze che possono ospitare fino a sei persone.
4º giorno – La Cachezia, terra del vino
Risveglio con una corroborante colazione a base di prodotti della fattoria e partenza per visitare la Cachezia, regione vinicola che copre la Georgia orientale. La prima tappa è il Castello di Chailuri, dalle cui rovine situate su un’altura si possono ammirare i vigneti che caratterizzano questa zona. In un’ora di auto seguendo una strada perlopiù dissestata abbiamo raggiunto Sighnaghi, il gioiello della Cachezia. Il paese conta meno di un decimo degli abitanti che aveva un secolo fa, e oggi rimangono meno di 1.500 persone, ma la sua bellezza è stata conservata. È circondato da 4 km di mura parzialmente visitabili, e la sua economia si basa principalmente sul turismo vinicolo. Al panoramico caffè Medea ho provato il gelato al vino, qui proposto nella versione corretta: due palline gusto panna con l’aggiunta di una riduzione al vino rosso Saperavi fatta in casa. Delizioso!
Lasciata alle spalle la tappa più orientale del nostro tour georgiano, ci siamo diretti verso Nekresi, monastero medievale costruito in mezzo al bosco. Per raggiungerlo si può prendere una pullmina per il costo di 3 lari, oppure affrontare una salita piuttosto impervia a piedi. Visto il caldo, abbiamo optato per la prima opzione. Il bus non sarebbe partito finché non si fosse raggiunta la quota di dieci biglietti acquistati, e un’impaziente signora russa si è offerta di pagare tre biglietti extra pur di partire subito. Il monastero domina sulla valle circostante. La struttura più interessante è la stanza in cui si produceva il vino, ancora corredata dei buchi circolari in cui venivano inseriti i qvevri, i vasi in terracotta in cui avviene la fermentazione dei mosti. A pochi chilometri di distanza abbiamo raggiunto Gremi, cittadella fortificata del XVI secolo corredata di chiesa e museo (ingresso: 10 lari). Dal museo si può accedere anche alla torre più alta del complesso.
Sul sito WineTourism.com avevo prenotato dall’Italia una degustazione di 3 ore presso le cantine della Ibero Winery, piccola azienda di famiglia che da poco permette ai visitatori di scoprire tutto sulla produzione di questa bevanda che, stando a varie fonti storiche, sarebbe proprio nata in Georgia 8.000 anni fa. David e suo nonno Shota, il fondatore dell’azienda, ci hanno fatto da guida, prima mostrandoci le stanze in cui i qvevri vengono interrati e poi facendoci accomodare alla tavola imbandita con formaggio, insalate, stuzzichini dolci e salati, e il migliore olio di girasole della mia vita. Abbiamo potuto degustare cinque tipi di vino, quattro bianchi (Rkatsiteli – più le versioni dolce e liquorosa, Khikhvi, Kisi e Kakhuri Mtsvane) e uno rosso (il Saperavi, il mio preferito, anch’esso con versioni per dessert e liquorosa). Gli eccellenti vini hanno accompagnato una piacevolissima serata passata a chiacchierare con David e con l’amico Michail, russo trapiantato in Georgia che lavora come commerciante di vini a livello internazionale, partecipando spesso e volentieri a eventi in Italia. Consiglio fortemente questa esperienza: 60 lari a testa per un’ottima degustazione con fantastica compagnia!
Dopo essere rimasti alla Ibero Winery ben oltre il tempo previsto, alle 22 abbiamo finalmente raggiunto la nostra sistemazione Villa Tsinandali nel paese omonimo. Nonostante i più di quindici bicchieri di vino tracannati, avevamo ancora le forze per fare un giretto serale nel villaggio, che ben rappresenta la Georgia rurale.
5º giorno – A spasso fra ville e monasteri fino all’alto Caucaso
La colazione di oggi non è soddisfacente ai livelli delle altre, ma ci consente di prendere un po’ di forze per iniziare una lunga giornata. La prima tappa è proprio a Tsinandali: la casa-museo di Aleksandre Chavchavadze (ingresso 10 lari con visita guidata), poeta ottocentesco nonché innovatore nella produzione di vini. La sua dimora è circondata da un bel parco, al delimitare del quale si trova un hotel di lusso.
A meno di mezz’ora di distanza si trova il Monastero di Dzveli Shuamta, costruito nel V secolo e considerato uno dei più antichi in Georgia. Proseguendo verso nord-ovest, è impossibile non imbattersi nel Monastero di Alaverdi, enorme complesso alto medievale che, al momento della nostra visita, era completamente in restauro.
La chiesa fortificata di Kvetera, immersa nel verde appena fuori dalla cittadina di Akhmeta, merita una visita. Si può lasciare l’auto nel parcheggio a valle e fare una scalata di un chilometro verso l’ingresso del complesso, da dove si godono anche bellissime vedute sulle montagne circostanti. La piccola chiesa, unico edificio non in rovina, ha la peculiarità di avere le tegole dipinte di celeste. Al suo interno, braccialetti di ogni tipo adornano un’icona votiva del Cristo. Una tappa decisamente sottovalutata!
La strada verso il complesso monastico di Ananuri prevede l’attraversamento di due passi di montagna, ma data l’assenza di altri avventori non si è rivelata particolarmente lenta. Arrivando qui è facile capire perché Ananuri è una delle tappe più visitate della Georgia: le mura e le cupole a punta svettano su un promontorio che si getta nel bacino artificiale di Zhinvali, dando un’idea di notevole imponenza e creando un effetto estremamente fotogenico. La visita ad Ananuri è tanto divertente quanto pericolosa, visto che si possono percorrere le mura interne e scalare le varie torri, spesso con passaggi stretti dove, perdendo l’equilibrio, è facile fare un salto di vari metri atterrando sulla pietra viva.
Poco più di due ore di strada separano Ananuri dalla frontiera russa. Siamo diretti a Stepantsminda, a una decina di chilometri dal confine, seguendo la strada dissestata che costeggia il confine con l’Ossezia del Sud da un lato e il fiume Aragvi dall’altro. Una volta arrivati a est del fiume, la strada migliora, e si percorre il passo che, guadagnando un notevole dislivello, porta alla triste stazione sciistica di Gudauri dove solo qualcuno cresciuto nel grigiore dell’Unione Sovietica potrebbe trascorrere delle serene vacanze. Posto di rara bruttezza, così come l’ipocrita Monumento all’amicizia dei popoli di Russia e Georgia, ecomostro risalente agli anni ’80 posto a 2.200 metri sul livello del mare costruito a semicerchio, all’interno del quale sono dipinte scene storiche dei due Paesi. Se non altro, offre bellissime vedute sulla vallata.
Superato un altro passo con lentezza per via della massiccia presenza di camion, la distanza da Stepantsminda era ormai breve. Siamo arrivati in questo paesino di confine di meno di 2.000 anime sotto una pioggia battente. Abbiamo fatto il check-in alla nostra sistemazione per la notte, il Kazbegi Inn, e ci siamo diretti al piccolo ristorante Qondari per la cena, dove ho provato, fra le altre eccellenti prelibatezze, khinkali di agnello e bulgur con funghi in agrodolce.
6º giorno – Il Kazbek, la vecchia capitale e altro vino
Stepantsminda in sé non offre nulla di affascinante; l’unica ragione per visitarla è la vicinanza al monte Kazbek, che nonostante i 5.047 metri di altezza è “solo” il terzo rilievo della Georgia. Le viste migliori si godono dalla Chiesa della Trinità di Gergeti, facilmente raggiungibile in auto e presa in assalto da comitive di turisti asiatici. Le nuvole della sera prima si sono diradate per poche ore, dandoci la possibilità di ammirare lo stratovulcano in tutta la sua imponenza. Non avendo fatto colazione (non era inclusa con la stanza), abbiamo fatto un brunch a base di khachapuri, soko ketse (funghi ripieni di formaggio) e kompot al ristorante Khevi.
Una volta sazi, ci siamo sentiti pronti per intraprendere il viaggio di tre ore verso Mtskheta sotto un cielo plumbeo. Oggi una modesta cittadina di poco meno di 8.000 abitanti alle porte di Tbilisi, secoli fa Mtskheta era la capitale del Regno di Iberia. Data la sua ubicazione alla confluenza dei fiumi Aragvi e Kura, era un importante snodo commerciale. I colori dei due corsi d’acqua sono ben distinguibili dal Monastero di Jvari, il più antico della Georgia, situato su un’altura sulla sponda opposta rispetto a Mtskheta. La cittadina nel suo centro ospita la Cattedrale di Svetitskhoveli, una delle quattro Grandi Cattedrali per la religione ortodossa georgiana, circondata da delle sceniche mura e da negozi e bancarelle che vendono souvenir di ogni tipo.
Sotto un’incessante pioggia, praticamente inseguiti da una nuvola nera, abbiamo proseguito verso ovest fino a raggiungere il sito archeologico di Uplistsikhe (ingresso 15 lari), città scavata nella roccia e abitata dall’età del ferro al Medioevo. Indecisi fino all’ultimo se affrontare la pioggia o meno, a un’ora dalla chiusura abbiamo deciso di avventurarci, visitando prima il piccolo museo contenente i reperti più salienti, e poi abbiamo iniziato a scalare le rocce. Un percorso numerato consente di sapere la funzione di ogni anfratto. Anche qui è immancabile la stanza in cui veniva prodotto il vino! Arrivati in cima al complesso, ormai rimasti in compagnia di una sola coppia di turisti indiani, le nuvole si sono diradate dando il via allo spettacolo di uno dei tramonti più belli di tutta la mia vita. Le pozzanghere nelle rocce e la vallata circostante si sono dipinte d’oro, e una sensazione di magia ci ha pervaso per alcuni minuti.
L’alloggio per questa notte è la Gogi Dvalishvili Wine Cellar, appena fuori da Gori. Trattasi di una guesthouse con due stanze ricavata da un’azienda vinicola ancora in attività che viene portata avanti con orgoglio da generazioni. La regione di Shida Kartli non è conosciuta per la produzione di vini come la Cachezia, ma quelli che abbiamo assaggiato qui non hanno nulla da invidiare agli altri. Qui ne abbiamo provate sei varietà: Budeshuri Tetri, Chinuri Goruli Mtsvane, Goruli Mtsvane Budeshuri Tetri, Shavkapito, Tavkveri e Danakharuli. I vini hanno fatto da piacevole accompagnamento alla squisita cena fatta in casa dalla moglie del proprietario, che ci ha preparato khachapuri, insalata, patate al forno, carote speziate e formaggi (consigliamo di contattare la struttura il giorno stesso in modo tale che possano preparare la degustazione e questo squisito banchetto). Se nella degustazione di due giorni prima non avevamo risentito dell’effetto dell’alcol, questa volta (pur bevendo la metà dei bicchieri) la ciucca è salita in fretta e ci siamo addormentati come due sassi caucasici.
7º giorno – Gori, Borjomi e le meraviglie del sud
L’eccellente colazione consumata al nostro alloggio ci ha dato la carica per una giornata bella piena, con prima tappa la vicina Gori, famosa per essere stata il luogo natale di Iosif Stalin. Il suo cognome reale era infatti tipicamente georgiano: Jugashvili. Proveniente da una famiglia di umili origini, Stalin divenne un attivista rivoluzionario sin da giovane e venne preso sotto l’ala di Lenin, dopo morte del quale è stato dittatore dell’Unione Sovietica per più di trent’anni fino alla sua scomparsa nel 1953. La casa-museo di Stalin (15 lari) ripercorre la sua vita attraverso le varie sale, con cimeli dalla sua infanzia e regali donatigli da figure provenienti da tutto il mondo (persino un’associazione femminista italiana). Fuori dal museo si può entrare in quella che era la carrozza di treno privata di Stalin, mentre sotto un padiglione è conservata la sua vera casa natale, una piccola abitazione tradizionale di cui suo padre aveva affittato una sezione. Altro punto d’interesse di Gori è la fortezza, dalla quale si hanno vedute dall’alto sulla poco pittoresca cittadina.
Tre ore di guida ci hanno separato dalla destinazione successiva, passando attraverso Borjomi, una delle più note località termali della Georgia. Qui viene prodotta l’omonima acqua minerale rinomata in tutta l’ex Unione Sovietica, che trovo però troppo dura e salata per i miei gusti. La cittadina in sé non ha nessuna attrattiva, se non per gli stabilimenti termali dove molti anziani vanno a fare cicli di cure. Abbiamo raggiunto la fortezza di Khertvisi dopo un susseguirsi di tornanti attraverso campi e colline boscose. L’imponente struttura ci si è palesata davanti già da lontano: le migliori fotografie le faremo dalla strada. La fortezza (10 lari) risale a più di 2.000 anni fa e attualmente è in rovina; si può esplorare in autonomia.
A una quarantina di minuti di distanza verso sud, passando attraverso scenari di rara bellezza, abbiamo raggiunto Vardzia, monastero rupestre medievale che domina sulla valle circostante (15 lari). Siamo saliti all’ingresso del sito con la pullmina e l’abbiamo esplorato con l’aiuto dei pannelli informativi numerati situati fuori da molte delle grotte-celle. Il monastero è stato costruito per volere della regina Tamara, la più iconica regnante georgiana, spesso e volentieri citata nei nomi di luoghi in giro per il Paese. La grotta più bella è proprio dedicata a Tamara: uno stretto cunicolo permette di accedervi e offre le più belle vedute sulla valle. Ci siamo divertiti a immaginare questo “bilocale” con terrazzo arredato. Ci ha regalato bellissime vedute anche la discesa dal sito verso valle, che abbiamo fatto a piedi, lungo una stradina bianca scavata nella roccia con davanti a noi il tramonto.
Abbiamo percorso per un’ora la stessa strada a ritroso, ormai nella quasi totale oscurità, per raggiungere la cittadina di Akhaltsikhe. Il nostro B&B, situato nella parte vecchia e indicato su Booking con il nome di Host Family, è stato il meno dispendioso del viaggio: €15 in totale, colazione (anch’essa molto economica) a parte. Akhaltsikhe offre molta scelta di alloggi, e i prezzi che abbiamo trovato qui sono stati i più bassi fra tutte le aree turistiche della Georgia. In pochi minuti siamo saliti a piedi fino al Castello di Rabati, che avremmo visitato l’indomani ma che, anche di sera, offre magici scorci da “mille e una notte”. La parte del complesso aperta gratuitamente ospita un hotel, in realtà neanche troppo costoso. Dopo aver passato un’ora a perderci fra mura, torri e scalinate, abbiamo cercato un luogo per la cena. La scelta è ricaduta su Mimino, dove abbiamo pasteggiato a base di trota fritta e ojakhuri, uno spaziale spezzatino secco di maiale e verdure con spezie georgiane e guarnito con chicchi di melograno, di cui abbiamo fatto il bis.
8º giorno – Il Castello di Rabati e l’Agiaria
Dopo quella che è stata la migliore colazione del viaggio, abbiamo nuovamente raggiunto il Castello di Rabati per visitarlo alla luce del giorno. Io mi ero in realtà svegliato prima dell’alba per andarci da solo e godermela da lì ma, ahimè, il sole ha fatto capolino dalle nuvole solo timidamente. Per fortuna, è tornato a splendere per tutta la mattinata. L’ingresso alla parte della fortezza oltre l’hotel costa 20 lari. Trattasi di una struttura dell’IX secolo che nel corso del tempo ha subito modifiche e restauri facendo sì che tutti i popoli che sono passati da lì abbiano lasciato una loro traccia nell’architettura: si possono apprezzare elementi georgiani, armeni, ebraici, ottomani e russi. Il castello è caduto in stato di abbandono fino all’imponente opera di restauro del 2011, che l’ha riportato al suo splendore originale, rendendolo – a mio avviso – la più bella attrazione di tutta la Georgia. Imperdibili sono il porticato con la fontana ottomana, la moschea settecentesca costruita nello stile di Hagia Sophia con annessa una madrasa, e la torre principale.
Abbiamo passato almeno due ore a fotografare ogni angolo di questo posto magnifico prima di decidere di intraprendere la lunga strada che ci avrebbe portato verso la costa del Mar Nero. Il percorso, in realtà, era chiuso per lavori fino a pochi anni fa, e tuttora non è stato ultimato, tanto che abbiamo dovuto percorrere vari chilometri di sterrato. Anche senza questo, non sarebbe stato un viaggio veloce: la strada segue il territorio, non è mai dritta per più di poche centinaia di metri, ed è un continuo saliscendi. Se non altro, è molto poco trafficata, e i camion incontrati (che spesso trasportavano materiale per i lavori) sono stati facili da superare.
Una volta raggiunta la stazione sciistica di Goderdzi, siamo entrati ufficialmente nell’Agiaria, territorio situato nell’angolo sud-occidentale della Georgia lungo il confine turco che mantiene distinti usi e tradizioni. Dopo tante ore di guida, abbiamo lasciato l’auto lungo la strada per fare una breve camminata fino alla cascata di Makhuntseti, che con i suoi 36 metri finisce in una scenica piscina naturale in mezzo al verde. Si percepisce la vicinanza alla Turchia: varie sono le bancarelle che vendono il dondurma, il tipico gelato turco fatto con il mastice e dalla consistenza elastica, spesso servito in un modo che può apparire più o meno simpatico come si può vedere dai vari video virali online.
Un’altra mezz’ora abbondante seguendo verso ovest la valle del fiume Acharistskali ci ha finalmente portati a Batumi, il capoluogo dell’Agiaria, nonché seconda città più popolosa della Georgia (235.000 abitanti). Bisogna essere davvero fortunati per trovare bel tempo qui: Batumi è, a detta di Timur che ci era stato in vacanza con la famiglia per una settimana il mese prima, il pisciatoio della Georgia, tanto che non aveva visto nemmeno una mezza giornata di sole! L’umidità è notevole e, anche se al nostro arrivo non pioveva, tante erano le pozzanghere sulle strade dissestate. Con non poca fatica, dati il traffico unito alla totale assenza di regole della strada (rese peggiori dal rifiuto dei georgiani per la creazione di rotonde e l’installazione di semafori), siamo arrivati al Museo etnografico di Borjgalo appena in tempo per poter partecipare all’ultima visita guidata del giorno (costo: 10 lari). In attesa della nostra guida, ci siamo messi a coccolare i micini che vivono al museo supervisionati da mamma gatta. Il fondatore di questo posto, Kemal Turmanidze, lo cura come un figlio e si occupa personalmente delle varie installazioni, fra cui una serie di grossi modellini delle più importanti chiese georgiane esposti all’esterno. Nelle sale si può invece imparare tutto sulla vita degli agiari di cent’anni fa, dalle famiglie più umili a quelle più agiate, da quelle rurali a quelle urbane. Nel negozio di souvenir (tutti fatti a mano!) mi sono comprato quella che in Agiaria chiamano la “coppa della vergogna”: un bicchiere in legno a forma di pigna dove viene versato il vino; la persona a cui viene offerto è costretta a berlo subito, visto che essendo il “fondo” del bicchiere a punta, non può essere posato senza rovesciarne il contenuto.
Sempre sfidando il traffico tentacolare di Batumi, abbiamo raggiunto, appena fuori dal centro storico, la Guesthouse in Batumi 97. Con un po’ di fortuna abbiamo trovato parcheggio in strada proprio lì davanti, ma volendo, si può anche lasciare l’auto all’interno del cancello. La struttura offre due stanze e non è prevista la colazione. Il posto è molto carino e tranquillo; inevitabile è l’odore di muffa, con cui bisogna convivere in questa umida città. Ai russi, però, non sembra dare fastidio: è una delle loro destinazioni vacanziere preferite… per motivi che, a essere sincero, non mi riesco a spiegare. Batumi ha sicuramente un enorme fascino per uno straniero, e io stesso l’ho subito, ma non riuscirei mai a trascorrerci una vacanza di mare! Fra il caos del traffico, la spiaggia di scomodi sassi scuri, un’acqua del mare poco invitante e il kitsch che invade ogni strada del centro nonché tutto il lungomare, la trovo una destinazione davvero singolare. Non che nell’Unione Sovietica la gente avesse molta scelta per andare in villeggiatura: o il Mar Nero, o la Lettonia.
Ci siamo incamminati verso il centro, dove abbiamo visto la Cattedrale della Madre di Dio, la Moschea Centrale, e la piazza centrale, che si chiama “Piazza” (in italiano!). Il lungomare è dominato da alcuni grattacieli avveniristici che s’ispirano a Dubai e che, dopo il tramonto, continuano a farsi notare con giochi di luce. La spiaggia, come ho già anticipato, è una lunga e profonda lingua di grossolani sassi scuri su cui sono riuscito a camminare solo perché indossavo le Nike TN con 4 centimetri di suola. Abbiamo visto il tramonto dal molo, e qui ha iniziato a piovere sempre più intensamente… fino a costringerci a metterci sotto a una tettoia e a cercare da lì un ristorante che si confacesse ai nostri standard. Tutto ci sembrava estremamente dozzinale e turistico, quindi, un po’ rassegnati, abbiamo scelto il vicino Alaverdi. Questo posto è disposto su quattro livelli e ha un menù georgiano molto ampio ma, in verità, non abbiamo mangiato affatto male, né abbiamo speso tanto. La pioggia ci ha finalmente dato tregua, e siamo tornati alla nostra stanza asciutti.
9º giorno – Lungo il Mar Nero
Poco sorprendentemente, ci siamo svegliati con una pioggia battente. Ce la siamo presa con comoda, e verso le 11 siamo usciti per una colazione che ci facesse anche da pranzo. La sera prima avevo adocchiato un umile locale chiamato “Khachapuri Adjaruli” (il nome del più famoso piatto regionale dell’Agiaria, una focaccia a forma di barchetta ripiena di formaggio sulguni con tuorlo d’uovo e burro). Questo ristorantino offre, appunto, generosi khachapuri in stile agiaro per soli 11 lari! La pizzetta si mangia staccando un pezzo di bordo e pucciandolo nel tuorlo, servito a crudo sul formaggio, e mischiando il tutto. Si prosegue continuando a staccare il bordo e facendo scarpetta. Posso dire senza esagerare che è stata una delle cose più buone che avessi mai mangiato.
Nonostante l’ottimo pasto, siamo usciti dal ristorante presi male: il piano della giornata prevedeva do raggiungere la spiaggia di Grigoleti e poltrire al mare, ma le previsioni del tempo avevano tutt’altra idea. Abbiamo cercato attività alternative e ci siamo spostati verso nord, al parco dendrologico di Shekvetili, aperto gratuitamente al pubblico. In 18 ettari sono ospitate oltre 200 specie di piante da tutto il mondo, e c’è anche un’area dove si possono vedere pappagalli e fenicotteri.
Mentre visitavamo il parco, il cielo si è magicamente aperto… e la voglia di mare si è fatta sentire. Siamo saltati in macchina e, in un quarto d’ora, siamo arrivati a Grigoleti. Abbiamo fatto check-in all’hotel Mana-Mana, una bellissima struttura sulla spiaggia, e in men che non si dica eravamo con i piedi sulla sabbia. Non ho resistito e mi sono fiondato nelle acque del Mar Nero, superando i sassi che si trovano solo vicino alla riva. In Georgia la costa è interamente sassosa, se non per brevi tratti a Grigoleti, Ureki e Kaprovani, le tre spiagge vicine all’estuario del fiume Supsa. Ci siamo divertiti con le onde (il mare era particolarmente mosso), interrotti ogni tanto da un bagnino che girava con una sorta di trattorino e che ci invitava ad avvicinarci alla riva. Ora, io e Timur abbiamo entrambi fatto anni di nuoto, siamo alti oltre il metro e ottanta, e vicino alla riva ci saremmo spaccati le piante dei piedi con i sassi, quindi abbiamo solo in parte assecondato il molesto uomo e siamo rimasti a mollo fino al tramonto. Una volta usciti, ci siamo fermati ad ammirare il sole che scendeva all’orizzonte, creando riflessi caldi sul bellissimo paesaggio: il bagnasciuga scuro, la pineta e le casette appena dietro alla spiaggia, tutti elementi che hanno contribuito a creare un’atmosfera eterea.
Per cena abbiamo camminato per un quarto d’ora fino all’unico ristorante aperto in zona, Apkhazeti, dove abbiamo mangiato dell’ottimo pesce fritto, pkhali e altri contorni di verdure. Il nostro sonno è stato conciliato dal suono delle onde, il più bel modo di addormentarsi per quanto mi riguarda.
10º giorno – Dal mare al Caucaso
Ci siamo svegliati con un bellissimo sole che, stando alle previsioni, non sarebbe durato a lungo e abbiamo fatto colazione sulla terrazza del Mana-Mana con delle squisite frittelle di cavolo e di patate fatte in casa. Nel buffet, fra le altre cose, c’era anche la pasta fredda, che non ho osato provare. Abbiamo a malincuore lasciato questo posto incantevole e abbiamo iniziato la lunga guidata verso il Caucaso. Abbiamo innanzitutto seguito la costa verso nord fino a Poti, dove abbiamo svoltato verso l’entroterra fino a giungere a Jvari, ultima città prima delle montagne. Da qui, per oltre due ore, inizia una strada fatta di tornanti lungo la quale si incontreranno solo un paio di villaggi. Stazioni di servizio: zero! La strada è a tratti franata e in altri punti molto dissestata, ma per una zona così remota (e per gli standard georgiani) è stata facilmente percorribile.
Ci siamo diretti verso il villaggio di Mazeri, situato in una pittoresca vallata e luogo d’inizio della scalata verso il ghiacciaio del monte Ushba (4.710 metri di altitudine). Non essendo attrezzati per l’alta montagna, abbiamo fatto solo metà del percorso, fino a raggiungere le cascate di Shdugra. Abbiamo parcheggiato all’inizio della strada sterrata e in mezz’ora eravamo al guado del fiume Dolra, presso l’Hikers Inn, da cui parte il sentiero vero e proprio. Dopo una camminata in mezzo a un bosco di conifere, un secondo ponte consente di riattraversare il fiume e proseguire verso la base delle cascate, a 2.200 metri sul livello del mare, con un guadagno in altitudine di circa 500 metri dal nostro punto di partenza.
Nel corso della discesa ha iniziato a piovere, e una volta arrivati all’auto eravamo due pulcini bagnati (e anche infreddoliti, visto che avevamo le maniche corte). Al danno si è aggiunta la beffa: l’auto si rifiutava di accendersi! La batteria era morta. Fortunatamente, proprio di fianco a noi dei provvidenziali elettricisti muniti di camioncino stavano facendo manutenzione a una centralina, e Timur ha prontamente chiesto a loro (in russo) se potessero aiutarci. In men che non si dica ci hanno fatto ripartire l’auto, e sotto la pioggia ci siamo diretti, ormai in riserva, verso Mestia, il centro culturale della Svanezia, che ci ha accolti con le sue svettanti torri. Abbiamo fatto check-in alla Irina’s Guesthouse e, dopo un’ardua selezione fra i ristoranti (anche questo paesino è molto turistico, quindi abbiamo voluto scegliere al meglio) ci siamo diretti al Blue Mountains, dove abbiamo assaggiato l’ottima cucina locale. Nadughi (involtini di formaggio e menta), narchvi (formaggio locale fatto a polpetta e fritto con salsa di noci), tashmijabi (puré di patate e formaggio) e tatarberaki (dei maltagliati ottenuti dall’impasto dei khinkali con cubetti di prosciutto cotto e panna), il tutto accompagnato da birra locale. Una cena eccellente! Se avessimo avuto più tempo, avremmo sicuramente provato altri piatti tradizionali di quest’area remota della Georgia: il kubdari, la focaccia ripiena di carne di maiale speziata, viene proprio da qui, e il sale della Svanezia, arricchito da erbe e spezie locali come fieno greco blu, calendula essiccata e cumino, è parte integrante di molte ricette.
11º giorno – La Svanezia e Kutaisi
Un bellissimo sole ci ha svegliati insieme alla generosa colazione preparata al momento da Irina. Le sue frittelle con la marmellata di prugne fatta in casa – gli alberi che ha in giardino ne producono a valanghe – ci hanno permesso di iniziare la giornata al meglio! Abbiamo iniziato a girare Mestia a piedi, arrivando alla piazza principale dove sorge il municipio, un ecomostro in stile moderno che è sicuramente un pugno nell’occhio in mezzo agli edifici antichi in pietra. La nostra intenzione era in verità quella di raggiungere l’ufficio informazioni, visto che non sapevamo come poter arrivare in cima ad almeno una delle torri, ma nonostante gli orari esposti e anche leggendo le recensioni di Google sembra essere perennemente chiuso, quindi abbiamo iniziato a vagare per le strade. Una torre, situata in un punto non esattamente troppo panoramico, offriva la scalata a pagamento; andando avanti, abbiamo trovato la torre di Margiani, aperta e incustodita, e abbiamo colto la palla al balzo per entrarci. Cinque livelli con polverose scale alte e strette ci hanno permesso di inerpicarci fino all’ultimo dei cinque piani e vedere la bellissima valle di Mestia!
Una volta scesi, abbiamo camminato in mezzo a un campo fra le mucche al pascolo, avvicinandoci a un’altra serie di torri molto panoramiche, con le montagne sullo sfondo e delle formazioni di nuvole in lontananza davvero pittoresche. Queste torri, oltre 200 a Mestia, avevano una funzione difensiva: per quanto isolata nelle montagne, la Svanezia, data la sua posizione nel cuore del Caucaso, era spesso di passaggio e gli abitanti dovevano aver modo di difendersi dalle invasioni. Strutture simili si trovano anche a Ushguli, a un’ora di auto lungo strada sterrata che prosegue da Mestia nella valle degli Svan, che sicuramente avremmo visitato se avessimo avuto più tempo, e nel Parco Nazionale di Tusheti nella Cachezia, zona estremamente remota e raggiungibile solo dopo ore lungo una strada sterrata spesso a strapiombo e troppo stretta e pericolante per far passare due veicoli in contemporanea. Sicuramente un posto fuori dal mondo e affascinante, ma un po’ per la carenza di tempo, un po’ perché il nostro spirito di avventura non era sufficientemente carico, non ce la siamo sentita di includerlo nel nostro itinerario.
Prima di ripartire da Mestia, abbiamo fatto una deludente sosta per un leggero pranzo al ristorante Vichnashi che tanto ci aveva ispirato la sera prima ma che era chiuso (i peggiori kompot della mia vita!). In 4 ore abbiamo raggiunto Kutaisi, capoluogo dell’Imerezia e quarta città georgiana per popolazione (circa 125.000 e in costante calo – sono la metà rispetto a quando la Georgia ha ottenuto l’indipendenza). Abbiamo lasciato le nostre cose all’ultimo alloggio del viaggio, House of Greenery, una spaziosa dépendance nel giardino di una casa privata, prima di partire all’esplorazione di Kutaisi. Abbiamo fatto un giro al Green Bazar, dove ho comprato una decina di churchkela, iconici dolci georgiani creati legando a uno spago noci e altra frutta secca e colando sopra mosto d’uva addensato con farina o altri tipi di estratti (ora lo fanno persino al kiwi, ma quello tradizionale è di color marrone). Abbiamo poi raggiunto la sinagoga ottocentesca e infine siamo saliti sul colle dove è costruita la Cattedrale di Bagrati, uno dei più famosi luoghi di culto della Georgia. Risalente all’XI secolo, questa cattedrale è stata recentemente rimossa dalla lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO per via di lavori di restauro che l’hanno troppo modernizzata, soprattutto negli interni (effettivamente ci sono risultati del tutto anonimi), facendole perdere la sua autenticità. I tetti turchesi della struttura e del campanile la rendono comunque molto scenica, e ammirare il tramonto su Kutaisi da qui regala emozioni forti. Per la nostra ultima cena in Georgia abbiamo scelto il ristorante Sakhlshi (su Google lo troverete con la traduzione in inglese “At Home”), dove mi sono goduto i miei ultimi pkhali, un ojakhuri non ai livelli di quello di Mimino, un’ottima trota fritta e un enorme assortimento di dolci locali.
12º giorno – Rientro a Tbilisi e in Italia
Levataccia alle 7 per il nostro ultimo giorno in Georgia. Natia, la padrona di casa, ci ha portato khachapuri imeruli appena sfornati da lei per colazione. Più di tre ore (con rallentamenti dati da un cantiere e due incidenti) ci hanno separati dall’aeroporto di Tbilisi. Assurdi sono i limiti di velocità impostati a 80 con autovelox all’inizio e alla fine di ogni galleria… che i georgiani sembrano ignorare bellamente, quindi a una certa abbiamo iniziato a non curarcene anche noi. Quello che mi ha lasciato veramente scioccobasito è però il fatto che per arrivare in aeroporto da ovest bisogna passare per tutto il centro di Tbilisi, con annessi traffico e semafori. La Georgia dovrebbe investire in una comoda tangenziale al più presto!
Per le 12:30 eravamo in aeroporto, dove abbiamo riconsegnato le chiavi dell’auto che ci ha fatto tanto tribulare, e ci siamo salutati. Timur ha preso un taxi per la stazione degli autobus e ha fatto rientro in Armenia, mentre io ho atteso il mio volo per Malpensa delle 14:05, che mi ha riportato, in meno di 4 ore, in una piovosa Lombardia.









