Uzbekistan, un viaggio fuori dal comune!

Un compleanno che segna una tappa importante nella vita è l’occasione di un viaggio fuori dal comune. Ed una tappa della leggendaria Via della Seta sembrava l’ideale.
Scritto da: mronz
uzbekistan, un viaggio fuori dal comune!
Partenza il: 13/07/2019
Ritorno il: 20/07/2019
Viaggiatori: 2
Spesa: 2000 €

L’indomani il nostro taxista Umi’d ci conduce verso i rilievi montuosi a sud della città. La strada è tortuosa e sconnessa e scorre tra strane formazioni rocciose ed un torrente con acque gelide. Giunti al passo che valica la montagna, un piccolo mercatino dove si vendono frutta essiccata, formaggi e spezie fa da contorno ad un grande monumento con la scritta “Samarqand”. Stiamo andando verso Shakrisabz, la città natale di Tamerlano, anticamente circondata da una cinta muraria che conteneva moschee, giardini e palazzi. Della città originale oggi resta solo parte del gigantesco portale alto oltre 50 metri del sontuoso Palazzo Ak-Saray (Palazzo Bianco) decorato con superbe ceramiche, le cui ciclopiche dimensioni sono inimmaginabili finchè non vi si giunge a ridosso; solo la fantasia ed una ricostruzione in un piccolo museo possono far lontanamente capire la sua enormità. Da lì un grande viale supera una bella statua del grande condottiero e conduce all’interno dell’ampio complesso dove si trova la Moschea Kok-Gunbaz con le sue cupole azzurre e la Necropoli Darus-Siadat voluta da Tamerlano per la sua famiglia e per se stesso, anche se alla sua morte i suoi seguaci decisero di deporne le spoglie a Samarcanda. Nel pomeriggio, ritornando poi in città, ci fermiamo prima presso una fonte che sgorga dalla montagna a dissetarci con fresca acqua di sorgente e poi in un ristorante dove pranziamo con una buona zuppa di verdura e carne di pecora. La giornata termina con la magnetica attrazione del Registan e con una frugale cena in un piccolo locale semivuoto adiacente alla grande piazza; frugale non per mancanza di appetito ma perché siamo usciti dal locale pagando solo il bere dopo più di un’ora e mezza di attesa senza che ci avessero ancora portato nulla da mangiare…

Ed oggi è il compleanno di Paola. Il treno veloce per BUKHARA, distante circa 220 km, parte alle 09:50 ed in meno di due ore ci porta a destinazione. La bella stazione è ad una ventina di km dalla città. Fa un caldo bestia che in giornata oscillerà tra i 44° ed i 47°. In taxi arriviamo al Kukaldosh Hotel proprio in centro dove, a differenza di Samarcanda, si trovano i maggiori punti di interesse. Da quello che abbiamo già potuto vedere ci sarà da stare di più a bocca aperta che chiusa. Decidiamo in prima battuta di raggiungere in taxi i siti più lontani, lasciando a domani le visite da potersi fare a piedi. Ci portiamo quindi al Complesso di Bakha Ad-Din Nakshband, del XIV secolo, dal nome del fondatore della confraternita religiosa dei “dervisci”, monaci devoti al distacco dai beni materiali che, ruotando vorticosamente su se stessi, raggiungono una sorta di trance che li avvicina a Dio. All’interno del complesso si trovano diversi mausolei tra cui la tomba del religioso, segnalata, come per tutti i santi, da un alto palo in legno sul quale sventola un ciuffo di crini di cavallo ed una vasta khanaka (ricordate cos’è?) composta da una grande sala centrale a cupola dedicata alla meditazione, al canto ed alla danza attorno alla quale si sviluppano le stanze dei dervisci. Proseguiamo poi con il dismesso e decadente Complesso Reale Sitorai-Mokhi-Khosa, residenza degli emiri del 1800-1900 ispirata all’architettura europea e russa, che comprendeva una grande vasca, palazzi, harem ed uno zoo con elefanti e felini; finiamo col Complesso di Chor Bakr costituito da una madrasa, da una khanaka e da una moschea la cui la particolarità è che il muezzin, nonostante la presenza del minareto, chiama i fedeli alla preghiera rivolgendosi verso il portale della khanaka che ne amplifica la voce. Alle 17:00 siamo in albergo, letteralmente disidratati dal caldo. In pochi minuti beviamo tre litri di te al limone e ci infiliamo in doccia. Usciamo di nuovo a piedi alle 19:00. La temperatura si è abbassata ma mica poi di tanto. Passeggiamo trovando la città inaspettatamente molto bella, aldilà degli edifici storici. Raggiungiamo la zona del Poi-Kalyan, splendido complesso formato da due madrase e da una moschea del XVI secolo. Il vicino grande minareto del XII secolo decorato con una mirabile disposizione di mattoni, la cui altezza supera i 45 metri, è stato il simbolo della città; nell’antichità i fuochi accesi sulla sua sommità guidavano le carovane come un faro nella notte. Ceniamo con plov (il piatto nazionale a base di riso con carne, verdura e spezie) e manty (involtini di pasta cotti al vapore ripieni di carne macinata, cipolla e pepe nero) senza farci mancare la buona birra locale per un brindisi a Paola. Dalla piccola terrazza del ristorantino ammiriamo il tramonto che cala sulla piazza dominata dall’imponente presenza del minareto. Mentre il chiarore del giorno si affievolisce, le luci che illuminano il complesso si fanno sempre più presenti, accendendo di caldi colori gli edifici. Già questa scena basterebbe per dare un senso a questo viaggio.

Colazione esagerata per affrontare la lunga giornata a piedi. Al contrario del nostro standard di viaggiatori fai-da-te, abbiamo deciso, con il consiglio e l’aiuto della ragazza della reception, di affidarci ad una guida locale che parla italiano; il costo non è eccessivo e questo ci permetterà di ricevere ottime informazioni sia storiche che contemporanee. Parlare con la gente, dai taxisti alle persone comuni incontrate per strada, è sempre fonte di una conoscenza che arricchisce e completa tutto quello che mai si possa trovare su un libro. Shohsa è una ragazza gracile e molto gentile che parla un ottimo italiano. Un leggero velo le copre la testa; in Uzbekistan, nonostante sia a maggioranza islamica, non si trovano i tipici aspetti distintivi dell’abbigliamento delle donne musulmane. Inoltre nel Paese, come già potuto sperimentare, si produce buon vino e birra, dei quali se ne fa largo consumo unitamente all’immancabile vodka russa. Alle 09:00 siamo già in cammino. Il giro ci porterà in otto ore a visitare tutta Bukhara. Unici intermezzi lo svenimento di Shohsa dovuto al caldo (un taxista ci dice che il termometro della sua auto segna 52° e anche se si fa fatica a credergli posso dire che fa un caldo terribile…) ed il pranzo ristoratore in una sala climatizzata di un piccolo bar. E così, seguendo Shohsa e bevendo come cammelli, visitiamo dapprima la moschea ed una delle due madrase del Poi-Khalyan, poi la Moschea Magoki Attori, la più antica di Bukhara, che fronteggia la piazza che rappresenta il cuore della città ed il cui impianto originario risale al X secolo. Le successive Madrasa e Khanaka Nadir Divan-Begi sono affacciate su una grande vasca d’acqua detta Labi-Khauz. Vale la pena citare che questa khanaka è particolare in quanto su un frontone spicca un mosaico in cui due uccelli trasportano tra gli artigli un maiale volando verso il sole, rappresentato con volto umano; gli uccelli (detti simurgh) stanno a simboleggiare l’accesso alla vita suprema, il sole la vita eterna e la rinascita mentre il maiale, animale impuro per l’Islam, viene portato via per purificare la terra. Cammina, suda, bevi e cammina, arriviamo alla Cittadella dell’Ark, la fortezza circondata da poderose mura sede nei secoli dei regnanti di Bukhara, in parte ricostruita dopo i bombardamenti russi del 1920. A tutti gli effetti una piccola città nella città, era autosufficiente disponendo al suo interno di ogni struttura civica, politica e militare. Si prosegue verso Chasma-Ayub, una costruzione in mattoni con una tipica cupola a cono risalente al XIV secolo eretta nel luogo dove il Profeta Giobbe battè il suo bastone a terra e fece così sgorgare una sorgente d’acqua il cui potere curativo ha reso il luogo ancor oggi meta di pellegrinaggio. Finiamo al Mausoleo di Ismail, un solitario e splendido edificio cubico in mattoni con cupola semisferica risalente al IX-X secolo, giunto fino a noi per essere stato protetto dall’invasione turca seppellendolo totalmente nella terra fino al 1930 quando venne scoperto da un archeologo. Anche qui il simbolismo è elemento architettonico: il cubo rappresenta l’uomo e le cose terrene, la cupola il sole ed il Divino. Giornata impegnativa vero? Ma non per noi. Rientrati in camera, dopo una doccia abbiamo ancora voglia di raggiungere a piedi la Madrasa Chor-Minar, non lontana dall’albergo. E’ una “passeggiata defaticante” dove ci prendiamo il tempo per osservare la gente impegnata nelle faccende di fine giornata, per sbirciare curiosi all’interno delle case attraverso le porte aperte, per invidiare i giochi dei bambini che si rinfrescano tuffandosi in una vasca d’acqua. E per ammirare quell’ennesima piccola e semplice madrasa in mattoni, così diversa dalle altre, con le quattro torri cilindriche disposte agli angoli e le cupole azzurre che, irrispettosamente, ci ricordano enormi fiammiferi. Ed infine ci lasciamo andare ad una buona cena in un buon ristorante con buona birra, nonostante avessero finito plov e manty…

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